Natura come essenza d’arte 

I luoghi della memoria dove aleggiano i ricordi dei nostri padri hanno in sé quell’essenza religiosa che ci invita al raccoglimento e ci ammutolisce in riflessioni profonde. 

L’uomo antico, oltre al sole, ci ha lasciato in eredità i suoi paesaggi simbolici che, in terre perdute e lontane, contengono messaggi misteriosi. Singolari rovine, sconcertanti solchi ed iscrizioni sul terreno, operati da una maxicalligrafia fantasiosa, visibili soltanto da un aereo in volo, sono i luoghi sacri dove egli cercava la comunione con il soprannaturale. Certamente elevava inni suonando rozzi strumenti d’osso e canna e percuotendo pelli distese: il luogo avrà avuto risuonanza particolare perché essa si elevasse senza echi. 

Oggi, le imponenti pietre di Stonehenge o gli immensi disegni del deserto di Nazca in Perù o, ancora, i monoliti scultorei dell’isola di Pasqua, sono i luoghi dove senti vibrare una tensione religiosa a testimonianza di una sacrale vitalità passata. 

Il monolito, in particolare, è una tra le più alte espressioni di preghiera dell’uomo verso un Ente supremo, quale muta richiesta intercedente per attraversare l’Ade. 

Isolato o aggregato in file lunghissime, come nei viali megalitici di Camac resta il segno tangibile delle fatiche immani e del tempo spesi dall’uomo per ingraziarsi l’Altissimo. 

E fatto religioso è sembrato il mio causale ritrovamento di un monolito, quale scoglio perduto, del peso di circa tre tonnellate dai chiari connotati artistici per le sue sembianze antropomorfe che da una discarica al bordo stradale di una via secondaria nel trapanese mi è apparso emergente tra massi informi. Calamitato il mio interesse e provveduto a farlo districare, mediante una potente gru, da quanto gli si sovrapponeva, d’improvviso si è stampato nell’indaco del cielo mentre roteava lentamente su se stesso a mostrarsi come creatura nascente dal grembo della grande madre natura. 

Il richiamo mentale immediato agli «uomini di pietra», tema ricorrente da decenni nella mia pittura e l’emozione di veder materializzata la visione dei miei uomini della fantasia hanno reso indimenticabile quel momento di grande suggestione. 

Tale «opera d’arte della natura» figliata da un terreno su cui si accanisce la speculazione edilizia. porta in sé il martirio delle onde marine che per millenni hanno scavato ed eroso la sua superficie in modo assai singolare. Numerose conchiglie fossili. infatti. lo testimoniano. Le sue cavità, di diversa profondità e larghezza, alcune attraversate dalla luce. appaiono come parti segrete messe in evidenza dalle rifrazioni solari che nel volgere del giorno creano su di esso inattesi volumi. 

Effettuati gli opportuni interventi manuali, come per purificarlo dal liquido amniotico che lo avvolgeva, ho provveduto ad elogiarlo come opera d’arte sistemandolo in un residence Club di Campobello di Mazara, dove ero ospite. 

La natura si esprime con linguaggio muto e sarebbe doveroso saperla leggere. Essa appare solenne a chi ne sa cogliere il senso misterioso oppure umile a chi guarda e non vede. 

È tempo di tralasciare le frenesie cittadine per ritrovarsi in quei luoghi religiosi che la natura e non l’uomo ha creato. È tempo di soffermarsi ad addolcire il proprio spirito immergendosi senza scia nell’abbraccio totale di un paesaggio come nell’osservare un insetto al lavoro. 

Il monolito e il menhir recano in sé i segni decifrabili dell’uomo mentre la pietra che reca naturalmente i segni della lontananza dei millenni ci si mostra come vivido messaggio artistico della natura. 

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno V, n.1, 1993, pagg. 43-44.




Un vuoto memoriale

Può accadere che per un vuoto memoriale ci si ritrovi, improvvisamente, per una via cittadina simile ad una fitta boscaglia. Il panico che assale si abbarbica come rampicante ubertoso ed inesorabile che ti farà preda tra le sue spire.

Con il cuore in tumulto parrà d’essere piombato, per pura fatalità, tra un gruppo di acrobati in esercizio che, inconsapevoli, ti sfiorano al limite del rischio. Resti, perciò, incenerito dalla tua stessa rivelazione e vieni trafitto dai più contrastanti pensieri che annebbiano la vista e la mente.

È lo spasimo del disperso che, colto dallo spavento, sentirà sciogliersi muscoli e cervello senza alcun dominio. Cercherai un sostegno fisico per reggerti perché il suolo che ti sostiene sembrerà liquefarsi attraendoti in una voragine immaginifica dove ti sentirai un cespo isolato, e il tuo capo si volgerà a scatti in ogni direzione come a voler suggere dalla gente che ti sfiora un invito a trarti da quel labirinto senza tempo in cui sei stato depositato.

L’aria di un mesto novembre ti addosserà tutti i brividi del suo cielo corrusco ed indifferente; eppure, in quella solitudine estrema può anche accadere di notare nimbi di fiori dalla cromia evanescente far bella mostra nella vetrina del negozio davanti al quale ti trovi, inconsapevole, e per la prima volta quella visione che, di solito, ti beneficia, non ti susciterà vibrazioni dell’anima.

Il tuo corpo sarà teso allo spasimo e in quegli istanti di panico invocherai mentalmente, come naufrago alla deriva, gli spazi confortevoli della tua dimora, e un volto di donna dal sorriso rassicurante, particolarmente caro a cui implorare di trarti da quel limbo dove sei stato precipitato senza colpa. Allora ti sentirai un Ulisse anelante Itaca, sicuro l’approdo.

Sono, quelli, momenti sospesi che annullano il presente, adagiandoti crudelmente in una giungla di idee in fermento fuori di ogni realtà. I passanti, come alberi di foresta pietrificata, non parteciperanno al tuo sgomento; eppure, in quello stato afisico potrebbe accadere di sentire aleggiare un vago senso di poesia a tentare di sorreggerti prima che la mente tracimi nel delirio. È, quella, una “roulette” sulla quale ti parrà di tallonare un numero impazzito e di sentire che la poesia, che ti fiorisce dentro una sovrana solitudine, tenterà di venirti in soccorso attraverso insondabili provenienze.

La mente è nebulosa, eppure vi coglierai lampi di lucidità perversa mediante un frasario sommesso e rielaborato che ti giungerà come nenia di madre che canti. Intanto un brivido di luna, avvolgendoti, ti caverà gli occhi per un’oscurità non soltanto fisica a sottolineare riverberi d’angoscia.

Nel mesto declinare pomeridiano di quel novembre uggioso sarà naturale tentare di cogliere tra gli ignoti passanti un viso, un sorriso caro, ma ti troverai tra i flutti di un mare gonfio d’ira e berrai acqua e sale tra palazzi muti di una città che non conosci, ma ti appartiene e ti sfugge come sabbia dalle mani.

La cognizione del tempo sarà svanita, e non percepirai più il suo stillare inesorabile dentro la voragine in cui sei caduto. Allora ti sentirai colto da una disperazione muta ed invocherai con occhi famelici e senza voce quel viso muliebre dal sorriso rassicurante. D’improvviso, però, come destato da un flash fotografico in viso, sorgerai da quel limbo in cui eri precipitato.

Ti sei destato. Il tuo ansimare avrà una ragione fisica. E nella luce declinante di quell’uggioso pomeriggio, tornerai come d’incanto alle tue dimensioni fisiche, alle apparenze, ai valori quotidiani marchiati dalla tua storia personale. Percepirai il palpito della città e ritroverai i tuoi ritmi e quell’anima che s’era persa nel sogno malefico.

Il breve letargo pomeridiano ti abbandonerà per restituirti a te stesso. Si è trattato certamente di uno sfogo dell’anima che, planando senza meta per vie non tracciate nella tua mappa mentale, si è espressa con il treno onirico che alberga in noi e che, per particolari fini insondabili, ha scelto quella fermata per indicarti, a monito, gli squilibri, le ansie represse e quanto d’inconfessato t’agiti.

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 40-41.




Dda casa abbannunata 

Ancora m’addumannu 
cu mi cci purtò, a menzanotti, 
ravanzi a dda casa abbannunata, 
tutt’o scuro 
e chi scaluna muzzicati, 
unni rapivu l’occhi ‘a prima luci 
e ‘ntisi, trimannu, ‘a prima vuei. 
Povira casa, 
un tiempu ehin’e eanzuni e litanii, 
eu tanti amici a fàrinni cumpagnia. 
“Sette per nove? 
sessan…tatrè”. 
“L’albero a cui tendevi 
la pargoletta mano…” 
e me matri chi stirava e cantava 
“Signurinella pallida”. 
Chi risati ‘ntra ddi mura, 
quantu suli ‘n’ogni stanza, 
quantu ciuri ‘nte barcuna! 
“Cantami o diva del pelide Achille…” 
e iu, vistutu ‘i palartnu, 
cummattìa contr’a mmilli. 
Povira casa mia, 
culI’occhi orbi e senza vita, 
siccasti comu ciuri ‘nto bicchieri 
comu ‘u rampicanti ca racìna 
pittatu ‘nto tettu ra cucina. 

Quella casa abbandonata.

Ancora mi chiedo/chi mi portò, a mezzanotte,/ 
davanti quella casa abbandonata,/tutta 
al buio/e con le scale sgretolate,/dove 
aprii gli occhi alla prima luce/e sentii, 
tremolante, la prima voce./Povera 
casa, / un tempo tutta canzoni e litanie, / 
con tanti amici a farci compagnia./ 
“Sette per nove?/ sessan… tatrè”./ 
“L’albero a cui tendevi/la pargoletta 
mano.. .”/e mia madre stirava e cantavaf” 
Signorinella pallida”‘/Che risate 
dentro quelle mura,/quanto sole in 
ogni stanza,/quanti fiori nei balconil/ 
“Cantami o diva del pelide Achille.. .”/ 
ed io, vestito da paladino, combattevo 
contro mille./Povera casa mia,/accecata 
e senza vita,/sei appassita come 
un fiore nel bicchiere/come il rampicante 
con l’uva/dipinto nel tetto della cucina.

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno VII, n.2, 1995, pag. 20




Littra a dda Sicilia buttana 

Ora c’haiu l’occhi sicchi 
pi quantu l’anni haiu chianciutu 
e pi quantu fieli haiu masticatu, parrannu ‘i tia, 
ti scrivu ‘sta littra 
cu ddi picca paroli chi m’arristaru. 
Tierra mia, unni ‘u suli è patruni 
e ghioca ch’i vecchi e i picciriddi, 
unni ‘u pnmaroru è focu addumatu 
e i ciuri cantanu supra i mura, 
ti lassavu chiancennu ddu jomu ‘nfami 
e tu sai picchì. 
Tu, matri mia, 
nunn’avievi chiù pani pi nuavutri sfurtunati 
e iu, comu cani vastuniatu, 
vinni ccà nnà ‘sta tierra fridda 
ca mi rapiu ‘i sò vrazza. 
Ti pensu sempri, Sicilia buttana, 
e ti vasu ‘a notti, 
quannu cu l’occhi sbarrachiati 
ti viu ‘nto tettu. 
I figghi criscinu e sientinu parrar’i tia, 
ti vonnu canùsciri pi cusirità, 
ma sù figghi ‘i cità e tu l’ha capiri; 
nun ponnu trtmari comu mia 
‘o ricordu ru ciavuru ru girsuminu 
o ru pani cavuru c’a giuggiuliena. 
Iu, sugnu ‘u figghiu pirdutu 
‘nna ‘sta cità chin’e fumu 
e ‘nmienzu a ‘sti “Kartofen” biunni. 
Ma i me ossa nun ci lassu ccà; 
c’è cu m’aspetta ‘o campusantu 
e dda ann’arritumari. 

Lettera alla Sicilia puttana.
Ora che ho gli occhi secchi/per le lacrime 
piante/e il fiele ingoiato, parlando di 
te,/ ti scrivo questa lettera/con le poche 
parole che mi sono rimaste. / -Terra 
mia, dove padrone è il sole/e giuoca 
con vecchi e bambini,/dove fuoco 
acceso è il pomodoro/e i fiori cantano 
da sopra i muri,/ti ho lasciato piangendo 
quel giorno infame, / e lo sai 
perché. /Tu, madre mia, non avevi più 
pane per noi sfortunati/ed io, come 
cane bastonato,/venni qui in questa 
terra fredda/che mi apri le braccia./ 
Ti penso sempre, Sicilia puttana,/e ti 
bacio la notte,/quando con gli occhi 
spalancati /ti vedo nel tetto./I figli 
crescono e sentono parlare di te,/ti 
vogliono conoscere per curiosità,/ma 
sono figli di città e tu devi capirlo:/ 
non possono tremare come me/ricordando 
l’odore del gelsomin% del 
pane caldo col sesamo./ lo, sono il 
figlio perduto/in questa città piena di 
fumo/e in mezzo a queste “Kartofen” 
bionde. /Ma le mie ossa non le lascio 
qui;/c’è chi m’aspetta al camposanto/ 
e lì devono ritornare.

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno VII, n.2, 1995, pag. 19




Un cherubino a Parigi

Quasi un racconto di Mario Tornello 

Dalla notissima Place Pigalle di Parigi sale una via tortuosa; è Rue Lepic che conduce a Montmartre, il quartiere degli artisti dove la musica, la letteratura e la pittura coabitano. 

La place du Tertre è il punto focale di incontro di artisti da strapazzo in cerca di gloria radicati con i loro cavalletti e dipinti tra gli stentati alberi della piazzetta. «Au pichet du tertre» è uno dei ritrovi di questa gente squattrinata in cerca di caiore umano e, d’inverno, di quello fisico dove dinanzi ad un bicchiere d’assenzio pare scompaia il disagio esistenziale di chi lotta per sopravvivere sulle orme sbiadite di quei pittori che lì posero le basi dell’impressionismo. 

Il fumoso locale è letteralmente tappezzato di dipinti di artisti che hanno saldato così un lungo conto sospeso con il proprietario del locale. E sono tante quelle opere che ad occhi in su è possibile ammirare sospese al soffitto, rivolte verso il basso e trattenute da opportuni sostegni. 

Tanti artisti, Manet, Seurat, Monet, Tolouse Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Matisse e l’epigono Utrillo, vissero parte della loro vita in questo quartiere, attratti dal suo fascino particolare, dove numerose gallerie d’arte odorano di vernici e resine delle opere esposte. 

La breve rue Norvins·offre una visione ormai classica, infiorata com’è, a distanza, dalle imponenti bianche cupole del Sacre Coeur. Non c’è pittore che non ne sia rimasto ammaliato e non l’ abbia ritratta. 

Rue Rustique, la parallela, accoglie nelle sue mansarde quegli artisti squattrinati che vivono la loro bohème tra esaltazione e sconforto, tra idealismo esasperato e vicissitudine umana. I suoi lampioni, a sera, diffondono una luce che, giungendo fioca in alto, spande una luminescenza d’alba alle finestre degli studi. 

Le vecchie librerie d’antiquariato, internate negli stretti vicoli, espongono delizie grafiche di altri tempi: incisioni e volumi che, pur a prezzo sostenuto, hanno un vivace mercato, e cultori d’ogni paese vi trascorrono intere ore alla ricerca della rarità da altri non notata. 

«Le lapin agile», «Le moulin de la Gallette» e «Le moulin rouge», vicini l’un l’altro, sono luoghi che hanno consegnato alla narrativa dell ‘ arte vizi e virtù, baldoria effervescente e storie umane esasperate vissute tra interminabili discussioni. 

Quell’animata vita artistica è scomparsa quasi del tutto, e ad essa se n’è sovrapposta un’altra dai valori meno radicati, superficiali, con la prospettiva unica della resa economica in vista dell’afflusso turistico. Non c’è più un Modigliani con le sue donne e la poetessa russa Anna Akhmatova ritratta in nudi memorabili; ora non tracanna più assenzio e non assume stupefacenti alla ricerca elegiaca della poesia interiore; né c’è più de Chirico che per la sua presunzione esasperante le prendeva da Picasso irritabile. 

Ben altri tempi e personalità si sono sovrapposti con diverso marchio. Gli anni Cinquanta a Montmartre, tranne che per Bernard Buffet, non sono rimasti nella storia dell’Arte. Non hanno segnato un periodo di fertilità figurativa, cosicché quel quartiere oggi sembra spento. 

Gli artisti si sono dispersi tra i vecchi edifici di Montparnasse dai muri su cui campeggiano ancora pubblicità e scritte ottocentesche, tra boulevard Saint Michel e il boulevard Raspail, tra il «Café de la cupole» e il «Procope», dove Sartre e Simone de Bouvoir, nonché Prèvert e la Greco, attorniati da altri intellettuali di quegli anni, posero le basi dell’ esistenzialismo. 

Il «Café Procope», dove alla fine del XVIII secolo nacque il gelato per genialità del palermitano Procopio dei Coltelli, è ancora un ritrovo di intellettuali di ogni lingua. Qui e alla «Cupole», come alla «Rotonde», negli anni ’20 Modigliani ed altri non lesinavano di ritrarre qualche avventore annoiato. 

Su tali orme vagheggiò, ai primi anni ’50, un giovane artista siciliano, Placido Marino, attratto da tanto nome. Si stabilì sulla collina dei Martiri per il fascino particolare e la tanta storia che vi era trascorsa, a partire da George Michel a Coro t, da Gericault a Louis Daguerre, il pioniere della fotografia, da Berlioz a Chopin, da Franz Liszt a Eugene Sue, autore del popolarissimo I misteri di Parigi, fino a Susanne Valadon, madre di Maurice Utrillo. 

Marino, presa in affitto una mansarda sui tetti di rue Rustique, vi alloggiò con idee non tanto chiare. Ebbe bisogno di riequilibrare i suoi pensieri, mentre scopriva il quartiere e la sua gente. Passò più di un mese da solo a confrontare idealmente le proprie concezioni pittoriche con quelle esposte nelle gallerie. Cercò pure un volto compiacente tra i tanti anonimi a conforto del suo iniziale scoramento. La tasca gli cantava per le regalìe di parenti e amici che avevano creduto in lui, e quel periodo di ambientamento, data la primavera avanzata, gli servì per osservare con attenzione l’ umanità che vi risiedeva e allo stesso tempo vagliare le possibilità di affermazione che vi si sarebbero potute prospettare. 

Una sera al «Pichet du tertre» si specchiò negli occhi di Angela Paraiso, una bella ragazza portoghese dai capelli “orvini e il viso ambrato. Poche parole valsero a leggersi l’anima, scoprendo lentamente che si erano cercati senza saperlo: lei raffinata, in figura esile, di eleganza naturale, orgogliosa come rosa sullo stelo con un innato senso di protezione; lui alto, scattante, pervaso da un’ansia palpitante di cavallo di razza mitigata da un’ apparenza rassicurante che celava una fragilità nervosa. 

Bastò una sera fitta di rispettive rivelazioni e gli animi furono scorticati in una confessione catartica. Si attrassero come chiodi alla calamita e furono giorni vòlti alla scoperta di sé, pervasi dalla stessa frenesia del vivere: messe insieme le scarse finanze, unirono anche i loro destini: lui in cerca del suo fazzoletto di notorietà, lei votata a mostrarsi, a bussare alle case di Moda di Montparnasse per sfilare in passerella. 

A place du Tertre il turista sbadato si soffermava curioso tra i cavalletti dei pittori e la rara opera venduta permetteva all’autore un pasto caldo ed un bicchiere di quell’anice sciolto in poca acqua che, ravvivando lo spirito, stimolava la creatività, si diceva. 

Nella mansarda dei due innamorati, d’inverno, il gelo era sovrano, cosicché qualche volta capitò loro di coricarsi vestiti tra le due coperte che possedevano. Il fornellino elettrico contribuiva a mantenere un minimo di tepore in quel nido e spesso si addormentavano abbracciati per darsi reciproco calore, mentre i lampioni da giù spandevano nella misera stanza un alone che giungeva loro come l’aurora primordiale che avvolse la terra agli albori. Eppure, d’estate, da quelletto al buio, spesso s’intravedeva il sorriso di una luna compiacente a conforto della loro indigenza. 

Credendo fermamente nel proprio talento artistico, Placido continuava a proporre ai mercanti d’arte di Montmartre una pittura che, esulando da quella vilmente commerciale, aveva tutti i numeri per affermarsi, e fu in tale rovinìo 

spirituale che assistette incredulo ad un evento inaspettato: un suo corregionale, artista anch’egli in cerca di notorietà, ebbe la casuale idea di dipingere un volto di bimbo, dolcissimo in verità, che gli spalancò d’improvviso le porte del mercato di Montmartre. Le ordinazioni gli fioccarono al punto da essere imitato da altri con uguale fortuna. 

Placido se ne avvilì e, seppure sollecitato, non volle concorrere a firmare analoga pittura come souvenir parigino. Ne fu sconvolto, ma continuò a percorrere con tenacia il binario della sua ispirazione su cui aveva adagiato i suoi soggetti. Lo sconforto lo avvolgeva e fu sul punto di abbandonarsi alla tentazione di lasciare il campo, pur conscio di dover affrontare il ludibrio di quanti avevano creduto in lui. Resistette e non volle svilire la sua pittura, anche se pressato da un’indigenza sempre più manifesta, e proseguì con la sua voce artistica inascoltata. Continuò a dipingere con il cuore i suoi paesaggi lontani, assolati, visti in un inno evocativo intriso di nostalgia per quella natura che lo aveva allevato, esaltandone persino le dune di torrida sabbia, in riva ad un mare maestoso, infiorate di fichi nani dal frutto mielato e di ginestre fragranti che concorrevano nei giorni uggiosi a lenire la tristezza. 

Quella vita stentata tra ristrettezze economiche e il rifiuto sistematico delle gallerie li portò presto a frequentare all’alba con altri artisti i Mercati Generali «Les Halles», dove, raccattando resti di ortaggi, realizzavano una calda minestra con la mente rivolta ai pranzi domenicali nel calore delle famiglie di provenienza. 

Angela era attratta dall’ artista di cui, in certe espressioni dialettali, coglieva assonanze con la sua lingua d’origine, al punto di percepirne il senso e ciò la legava di più a quella personalità scontrosa, pronta ad un’amara autoironia. Percepiva nei confronti di Placido vibrazioni d’anima mai provate e, invaghendosene sempre più, sentiva germogliare dentro l’idea sommersa di dover provvedere alla sua protezione, date le prime manifestazioni di una insofferenza fisica accresciuta da una macerazione d’anima. 

Placido si accaniva a dipingere per gionate intere, in un’euforia sfrenata, paesaggi evocati dai nudi di Angela, passando, poi, d’improvviso a giornate cariche di un’angoscia introspettiva in cui ammutoliva pervaso da un’abulia che non permetteva alla mano di accompagnarsi al pensiero creativo. Accadde che nel trascorrere di pochi anni, tra sbalzi di umori ed intime macerazioni, il fisico di Placido tendesse all’esaurimento delle energie vitali insieme ad una opacità mentale. 

Un mattino Angela ebbe chiara la sua missione terrena: appena desta da un sonno profondo costellato di sogni nebulosi premonitori di qualcosa che ritenne nefasto, avvertì su di sé, all’altezza delle scapole, due escrescenze cartilaginose dalla vaga sembianza di ali. Sorpresa e incuriosita si alzò di scatto, volgendosi al frammento di specchio alla parete dove il suo viso s’ illuminò di un radioso sorriso per ciò che scoprì, indicandole chiaramente la promozione, tanto attesa, a cherubino. Tale la felicità che, fremente, non resistette a svegliare Placido, il quale, ancora tra le braccia di Morfeo, a sguardo spento, mostrò un vago interesse per l’eclatante novità fuori da ogni immaginazione. 

Montmartre fu scossa da quella notizia e sembrò rianimarsi dal suo torpore. Gli scettici, e furono tanti, incrociando Angela per le vie tendevano a toccare quelle ali già chiaramente manifeste; dopo che, scuotendo il capo e ritenendola una mistificatrice, si allontanavano, mentre lei, orgogliosa ed altera, proseguiva quasi levitando per il quartiere. 

Qualcuno arrivò a chiederle se non si fosse prestata per una trovata pubblicitaria; fu addirittura intervistata dal «Paris Macht», ma non volle definire i termini della sua missione terrena né l’origine di quelli ali; in sintesi, riferì soltanto del gran dono ricevuto. 

Il caso fu eclatante; un angelo o pseudo tale, a Montmartre e nel mondo intero, non si era mai visto né sognato. Quelle ali bianche, carezzevoli sulla sua persona, evocando quelle di una maestosa aquila o di certi dipinti rinascimentali, fecero scalpore. Altra stampa, anche straniera, si occupò del caso, che ben presto, superata la novità dell’accadimento, fu dimenticato restando nella memoria di quel quartiere. Ed Angela s’inserì come personaggio in perfetta sintonia con le stravaganze tipiche del luogo. 

Placido iniziava ad avvertire i sintomi di una grave sofferenza fisica che minandolo di giorno in giorno ne consumavano le energie vitali, ma con fermezza continuava a rifiutare il ricovero in ospedale, desideroso soltanto di avere accanto a sé il suo angelo custode, come era solito chiamarla, a conforto dei penosi giorni che gli si prospettavano. Morì all’alba di un livido mattino d’autunno, dopo aver chiesto di baciare la mano del suo cherubino. Il trapasso avvenne nell’alone di luce dei lampioni di rue Rustique. Angela Paraiso, al dolore di quella scomparsa silenziosamente sofferta, associò la conclusione della sua missione terrena. Assorta in tale riflessione le sembrò d’improvviso di cogliere un frullare d’ali alla finestra; due colombi s’erano posati lievi sulla cordicella per il bucato, rimanendo immobili rivolti verso l’interno di quel che era stato un nido, come a chiedere di trasportare le spoglie. Si era conclusa in quella misera stanza una vita di artista svenduta ad un amaro destino. 

Sette amici, un prete ed Angela l’accompagnarono all’ultima dimora nei pressi del cimitero degli animali. Sotto un velo di pioggia la breve cerimonia religiosa suggellò il funerale. Alla fine, quelle persone, salutata Angela, tornarono ai loro affanni quotidiani. Sulla tomba scavata nel prato restarono tre garofani ed Angela, pietrificata, chiusa come crisalide nelle sue ali. 

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno XIX, n.1, 2007, pagg. 38 -41.




 Ddu paisi arruccatu 

 Ddu paisi arruccatu 

(A Salvatore Vecchio) 

Arrassu ri muntagni ri Palermu, 
arruccatu comu stidda ri carta, 
c’è un paisi chin’i suli 
chi tribbìa i so jurnati. 
Chianci, riri, 
si scuòtula, comu cani vagnatu, i so rulura 
e abbrazza ‘nta chiazza i picciotti allèiri. 
Si nni sta sulitariu comu gran signuri 
e ri drancàpu si nni pria ri so culura. 
“Saecula et saeculorum” 
hannu passatu supra r’iddu 
faciènnuni a so storia 
cu jurnati r’acitu e mieli; 
ma iddu è siempri ddà, 
tisu com’un picciuttieddu, 
mientri tanti figghi so, 
straminati munnu munnu 
pi circari u paraddisu, 
gira, vota e firrìa, 
vivi o muorti, hannu riturnatu ddà, 
‘nte so vrazza. 

 

Quel paese arroccato.
Distante dalle montagne 
di Palermo, /arroccato come stella di carta,/ 
c’è un paese di sole/che miete le sue giornate./ 
Piange, ride,/rimuove, come cane bagnato, i 
suoi dolori/e raduna in piazza i giovani allegri./ 
Se ne sta solo come un gran signore/e dall’alto 
si rallegra dei suoi colori. /”Saecula et 
saeculorum”/ sono passati sopra di lui!scrivendo 
la sua storia/con giornate di aceto e miele;/ma 
lui è sempre là,/dritto come un giovanotto, 
mentre tanti figli suoi,/dispersi per ti mondo/ 
per cercare il paradiso,/gira, ruota e rigira,/vivi 
o morti, sono ritornati là,/tra le sue braccia.

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno VII, n.2, 1995, pag. 18.




 Natura come essenza d’arte 

I luoghi della memoria dove aleggiano i ricordi dei nostri padri hanno in sé quell’essenza religiosa che ci invita al raccoglimento e ci ammutolisce in riflessioni profonde. 

L’uomo antico, oltre al sole, ci ha lasciato in eredità i suoi paesaggi simbolici che, in terre perdute e lontane, contengono messaggi misteriosi. Singolari rovine, sconcertanti solchi ed iscrizioni sul terreno, operati da una maxicalligrafia fantasiosa, visibili soltanto da un aereo in volo, sono i luoghi sacri dove egli cercava la comunione con il soprannaturale. Certamente elevava inni suonando rozzi strumenti d’osso e canna e percuotendo pelli distese: il luogo avrà avuto risuonanza particolare perché essa si elevasse senza echi. 

Oggi, le imponenti pietre di Stonehenge o gli immensi disegni del deserto di Nazca in Perù o, ancora, i monoliti scultorei dell’isola di Pasqua, sono i luoghi dove senti vibrare una tensione religiosa a testimonianza di una sacrale vitalità passata. 

Il monolito, in particolare, è una tra le più alte espressioni di preghiera dell’uomo verso un Ente supremo, quale muta richiesta intercedente per attraversare l’Ade. 

Isolato o aggregato in file lunghissime, come nei viali megalitici di Camac resta il segno tangibile delle fatiche immani e del tempo spesi dall’uomo per ingraziarsi l’Altissimo. 

E fatto religioso è sembrato il mio causale ritrovamento di un monolito, quale scoglio perduto, del peso di circa tre tonnellate dai chiari connotati artistici per le sue sembianze antropomorfe che da una discarica al bordo stradale di una via secondaria nel trapanese mi è apparso emergente tra massi informi. Calamitato il mio interesse e provveduto a farlo districare, mediante una potente gru, da quanto gli si sovrapponeva, d’improvviso si è stampato nell’indaco del cielo mentre roteava lentamente su se stesso a mostrarsi come creatura nascente dal grembo della grande madre natura. 

Il richiamo mentale immediato agli «uomini di pietra», tema ricorrente da decenni nella mia pittura e l’emozione di veder materializzata la visione dei miei uomini della fantasia hanno reso indimenticabile quel momento di grande suggestione. 

Tale «opera d’arte della natura» figliata da un terreno su cui si accanisce la speculazione edilizia. porta in sé il martirio delle onde marine che per millenni hanno scavato ed eroso la sua superficie in modo assai singolare. Numerose conchiglie fossili. infatti. lo testimoniano. Le sue cavità, di diversa profondità e larghezza, alcune attraversate dalla luce. appaiono come parti segrete messe in evidenza dalle rifrazioni solari che nel volgere del giorno creano su di esso inattesi volumi. 

Effettuati gli opportuni interventi manuali, come per purificarlo dal liquido amniotico che lo avvolgeva, ho provveduto ad elogiarlo come opera d’arte sistemandolo in un residence Club di Campobello di Mazara, dove ero ospite. 

La natura si esprime con linguaggio muto e sarebbe doveroso saperla leggere. Essa appare solenne a chi ne sa cogliere il senso misterioso oppure umile a chi guarda e non vede. 

È tempo di tralasciare le frenesie cittadine per ritrovarsi in quei luoghi religiosi che la natura e non l’uomo ha creato. È tempo di soffermarsi ad addolcire il proprio spirito immergendosi senza scia nell’abbraccio totale di un paesaggio come nell’osservare un insetto al lavoro. 

Il monolito e il menhir recano in sé i segni decifrabili dell’uomo mentre la pietra che reca naturalmente i segni della lontananza dei millenni ci si mostra come vivido messaggio artistico della natura. 

Mario Tornello

Da “Spiragli”, anno V, n.1, 1993, pagg. 43-44.




 I 30 ANNI DELL’ACCADEMIA SICULO-NORMANNA  di PALERMO E MONREALE 

L’Accademia Siculo-Normanna di Palermo e Monreale ha festeggiato il suo 30° anno di attività. Un traguardo al quale il benemerito sodalizio presieduto dal prof. Pino Giacopelli è giunto avvalendosi di studiosi e di esperti di chiara fama, aprendosi al dialogo fra civiltà e culture diverse, coniugando le ragioni della storia e dell’arte con quelle della società, contribuendo in tal modo a sviluppare le potenzialità positive esistenti nella realtà siciliana. I suoi programmi mirano, infatti, a valorizzare l’opera di quanti concorrono al progresso e alla elevazione civile e morale della società, all’affermazione della libertà, della democrazia e della legalità. 

La qualità e la quantità dei Riconoscimenti assegnati dal Senato Accademico in questi 30 anni ad eminenti personalità della cultura, della scienza, dell’ arte e delle professioni con il Premio di Cultura Città di Monreale (alla sua XV edizione) e con il conferimento del Diploma di Accademico Honoris Causa, evidenziano soprattutto la ricchezza ed il fermento del panorama della nostra Isola la quale, se da un lato presenta ancora fenomeni di imbarbarimento, come la mafia che insulta la civiltà, dall’ altro rivela la capacità del nostro popolo a sapere reagire e a portare avanti quel processo di liberazione che agisce in tempi lunghi, ma che (a cura di S. Marotta). ha cominciato a dare risultati significati vi tali da fare immaginare l’avvento di un nuovo Rinascimento. 

Non a caso Pino Giacopelli ama ripetere che l’Istituto Accademico, da lui presieduto, si propone di operare nello spirito delle gloriose Accademie del Rinascimento che, oltre ad essere fucine di arte e di pensiero originali, furono anche innovative ed oppositive. In ogni caso la funzione del sodalizio monrealese non avrebbe potuto avere una funzione di mera conservazione della memoria del passato. Da qui anche la continua ricerca e la realizzazione di rapporti di collaborazione e di cooperazione con Università, istituzioni scolastiche e centri culturali, italiani e stranieri, ed il farsi strumento privilegiato per esercitare quel ministero di verità che è proprio della cultura. 

In occasione della ricorrenza trentennale che si è svolta nell’aula magna del Palazzo Sora a Roma (via Vittorio Emanuele 2 17), è stato conferito il Diploma Honoris Causa al pittore Ugo Attardi, al presentatore della Rai-Tv Pippo Baudo, alla giornali sta Franca Calzavacca, alla poetessa Miranda Clementoni, al diplomatico Antonella Colonna, al pittore Fabrice de Nola, allo scrittore Melo Freni , all ‘ incisore Pippo Gambino, alla poetessa Maria Grazia Lenisa, al critico d’arte Angelo Lippo, al poeta Dante Maffia, al prof. Francesco Mercadante, al giornali sta Vito Sansone. 

Ma la ricorrenza dei 30 anni di attività dell’Accademia, piuttosto che momento di celebrazione, è stata anche occasione di riflessione. Una riflessione iniziata cinque anni fa con l’aggiornamento dello statuto, nel quale si è stabilito, tra l’ altro, che l’Accademia non può superare i 199 membri (è diventata, cioè, a numero chiuso). Tant’è che dal 1974 ad oggi gli accademici italiani “viventi” sono soltanto 

183. Molte, in questo trentennio, le personalità venute da ogni latitudine a ritirare il Premio di Cultura e/o il Diploma Honoris Causa: dalla Francia al Belgio, alla Spagna, alla Germania; dal Kossovo al Perù, alla Bolivia, al Kenia; dagli Stati Uniti al Giappone, alla Russia, alla Georgia; dalla Cina al Brasile; dalla Siria alla Tunisia, a Israele. Per fare soltanto qualche citazione, fra gli stranieri, ricordiamo Rafael Alberti, Eugenij Evtuskenko, Irina Baranchèeva, Dominique Fernandez, Andrée Chouraqui, HisiaoChin, Micha Van Hoecke, Jean-Paul De Nola e fra gli italiani Consolo, Bonaviri, Bufalino, Vasile, Collura, Gioacchino Lanza Tomasi, Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Gina Lagorio, Stefano Zecchi, Renato Civello, Giuseppe Quatriglio, Franco Buffoni, Tullio Tentori, Antonino Zichichi, Renato Guttuso, Bruno Caruso, Alfredo Muzio, Maurizio De Simone, Francesca di Carpinello, Carla Tatò, Carlo Quartucci, Paolo Borsellino, Pietro Grasso, Salvatore Vecchio, l’ex Comandante Gen. dell’Arma dei Cc. Gen. Umberto Cappuzzo, il Commissario straordinario del Governo dei beni confiscati ad organizzazioni criminali dott. Margherita Vallefuoco e lo scrivente. 

Mario Tornello