AL TERZO MILLENNIO 

Siamo i giovani padri creatori 

d’un migliore avvenire, 

un tempo nuovo. 

E creiamo con imperfette mani 

ciò che nessuna 

generazione seppe mai creare 

tra terra e cielo. 

Coi nostri scampoli di umanità 

creiamo ciò che mai 

s’era a memoria d’uomo registrato 

ed ogni dio ci invidia: noi sappiamo 

da una vita finita 

con l’amore far nascere il domani, 

la nostra eternità. 

Juareyz Correya 

da “Spiragli”, 2008, n. 2 – Antologia 




 Due liriche di Mariazinha Congilio 

TORNARE INDIETRO 

Voglio recuperare i miei 

giorni perduti, voglio amare e vivere 

sconsideratamente. 

Non avere 

più paure e nutrirmi di coraggio. 

Basta solo tornare al tempo andato, 

tirare a secco i dubbi 

e accettare l’incerto, per amare 

senza falsi pudori, 

come si affronta il mare 

aperto. 

INCERTEZZA 

Non odo più le voci dell’ infanzia 

non vedo più il cammino 

che percorrevo nella giovinezza. 

Non sento più le mani 

che un tempo mi prendevano per mano. 

Non sento 

ora più labbra ansiose del mio bacio. 

Il vento ha spaginato la mia storia 

e implacabile il tempo, indifferente, 

resta a guardare questo mio passare. 

lo non so dove vado 

né se vado, 

vedo i miei piedi ricalcare orme 

nel vuoto mai … 

Restano del passato 

fuggevoli ricordi, e del presente 

solo incertezze 

o il vuoto da riempire di speranze 

mentre giochiamo con l’eternità … 

Non odo più le voci dell’infanzia. 

da Festa da vida, Ibrasa, Sao Paulo, 2002




Dal poemetto inedito

«Panormus» di David Andrew Carrigan IL «GENIO» DI PALERMO in oblivionem Patriae Saintly eyes cast towards heaven, crown askew and beard tangled your faithful dog not here to save you only the benediction of water (the water that saves me too). O once beheaded Genius your pain so evident with that fat, coiled serpent clutched close to your breast biting deep; another Laocoon venom coursing in your now marbled blood all in full view of a sympathetic but disinterested public. Gli occhi ascetici rivolti al cielo, la corona storta e la barba aggrovigliata il tuo cane fedele non è qui a salvarti soltanto la benedizione dell ‘ acqua (l’acqua che salva anche me). O Genio dalla testa un giorno violata il tuo dolore così acceso con quel grosso serpente che si avvolge e ti si avvinghia al petto in un morso profondo; un altro Laocoonte nel tuo sangue ora di marmo sta scorrendo veleno per lo spettacolo di un indulgente ma disattento pubblico. Il wash my transgressions, not only my face The sacrifice you make in a city full of martyrs; wrong prices, domestic injustices, defiling corruption mother, brother, sorella, padre, zio blind justice is the sister to blind fortune. Each and everyone has paid before some never finishing, others only beginning a cycle without an end. By this means they are combined here is labor, and there is rest. lo lavo le mie trasgressioni, non solo la faccia Il tuo sacrificio in una città di martiri; prezzi sbagliati, ingiustizie domestiche, corruzione profanatrice madre, fratello, sorella, padre, zio giustizia cieca è sorella di cieca fortuna. Uno e tutti abbiamo pagato prima alcuni mai finendo, altri soltanto cominciando un ciclo senza una fine . In questo modo si combinano qui il lavoro, là il riposo. Pubblichiamo due «stanze» del poemetto inedito Panormus di David Andrew Carrigan, articolato in venti stanze e ispirato alla città da cui prende il titolo, città che il poeta ha scelto come tappa metaforica e, insieme, viva e mediterranea di un esilio volontario dalla sua terra d’origine, la Nuova Zelanda. La prima stanza è dedicata alla fontana del «Genio di Palermo», sita nella storica piazza Rivoluzione. (M.P.A.) NIψON ANOMHMATA MH MONAN OψIN Traduzione italiana di Maria Paola Altese da “Spiragli”, 2008, n. 2 – Antologia 




 Una lirica liturgica bizantina 

A San Marciano 

di Gregorio di Siracusa 

Gregorio di Siracusa (vissuto nella seconda metà del secolo VII), di cui non abbiamo altre notizie, è autore di tre «contàci» (preghiere ritmate accompagnate da musica, che erano alla base della liturgia bizantina), tutti incompleti, perché si fermano alla terza strofa, scritti in onore di san Marciano, di san Niceta martire e di san Luca evangelista. 

Nel canto per san Marciano (tradotto dal greco da Oreste Carbonera, gentilmente approntato per «Spiragli»), si fa cenno alla Sicilia, patria di Gregorio. Dopo una premessa, in cui sono esaltate le figure di Gesù, «sole di giustizia», di Pietro, «fulgida roccia», e di Marciano, «raggio profetico», inviato a predicare la parola di Dio, «vera conoscenza», e ad aprire alla fede gli uomini, l’encomiaste invoca il Santo, perché lo faccia avanzare nella conoscenza, per rendersi degno e potersi avvicinare a Dio, e insieme con lui le genti affidategli e la Sicilia, perché prosperino e crescano nella fede. 

È una preghiera entrata a far parte della liturgia bizantina, segno di una grande spiritualità, propria di quell’epoca,in cui le eresie e il paganesimo ritornante, mettendo a dura prova i credenti, ne corroboravano la fede e inculcavano loro una forte vitalità. 

Salvatore Vecchio 

La fulgida roccia, il principe supremo 

degli apostoli, 

dalle terre d’Oriente 

te, come più splendida stella 

di Cristo nostro Dio sole di giustizia, 

agli uomini d’ Occidente 

inviò come raggio profetico 

per illuminare i loro pensieri 

indirizzandoli alla conoscenza divina; 

e per mezzo di tali pii propositi 

da te inculcati, 

confermandolo nella retta fede, 

tu tempri e riscaldi il tuo gregge, 

o santissimo Marciano, 

svolgendo assiduamente le tue funzioni 

di intermediario a favore di tutti noi. 

Tu che hai acquisito l’arcana sapienza, 

tu che tutti hai sopravanzato 

nel protenderti 

verso il destino ultimo dell’ anima, 

o venerabile e santo Marciano, 

sii ora mediatore di grazia 

nell’infondermi la conoscenza 

del verbo divino, 

nel far risuonare il tuo nome, o padre, 

davanti alla santa Trinità, 

al cui cospetto ti sei elevato 

e accostato, 

nel liberarmi da tutte le passioni 

corporee 

e dai legami materiali, nel farmi tornare, 

allontanandomi dall’apatica 

indifferenza, 

al cammino che conduce verso Dio, 

nel quale tu sei stato stimato degno 

di precederci, 

svolgendo assiduamente le tue funzioni 

di intermediario a favore di tutti noi. 

Tu che detieni il bastone del comando, 

che hai fatto tua la croce del Signore, 

sei stato scelto come guida 

e compagno di viaggio 

per i suoi seguaci: 

infatti il nostro benefattore, inchiodato 

alla croce, 

risvegliatosi dal sepolcro e sconfitta 

la morte, 

come investito ormai di pieni poteri 

sul mondo ha mandato i suoi discepoli 

a battezzare tutte le genti 

nel nome del Padre, del figlio 

e dello Spirito Santo: 

dalle quali potenze celesti 

anche tu inviato 

come battezzatore dei popoli 

hai accumulato ingenti ricchezze 

spirituali 

svolgendo assiduamente le tue funzioni 

di intermediario a favore di tutti noi. 

Queste parole Pietro udì dal Signore: 

«Se mi sei sinceramente devoto 

e mi ami ardentemente, 

pascola le mie greggi, 

impartisci loro insegnamenti, 

facendo sì che maturino e procedano 

dall’ ignoranza alla conoscenza 

della santa Trinità.» 

Da quella stessa fonte tu, 

avendo ricevuto il mandato divino, 

lo adempisti zelantemente, 

come si addice a un capo e a un iniziato; 

e a te è stata affidata 

quest’isola di noi Siciliani, 

e tu hai ricevuto e accettato 

quest’eredità, o lume di sapienza, 

svolgendo assiduamemente 

le tue funzioni 

di intermediario a favore di tutti noi. 

(Trad. di O. Carbonero) 

Dello stesso autore: 

Fatalis occursus




ìLa mia vita col Re Farouk

Lunedì 15 gennaio 1990 è stata ospite della trasmissione televisiva di Canale 5 «Maurizio Costanzo Show» la Principessa Irma Capece Minutolo, famosa nella sua qualità di cantante lirica e per la sua relazione con il Re Farouk d’Egitto, che riempì, a suo tempo, le cronache di tutto il mondo.

Nella trasmissione la Minutolo, oltre a parlare di una sua prossima tournèe di concerti in tutta Italia, si è soffermata sulla sua autobiografia dal titolo: La mia vita col Re Farouk, recentemente scritta con la collaborazione del poeta e scrittore Giovanni Salucci, per la cui opera la stessa ha avuto parole di grande stima e ammirazione. Ha ricordato di aver molto apprezzato la prima volta Salucci, per aver letto un suo bel romanzo di amore, La lampada rossa, edito dalla E.I.L.E.S. (Edizioni Italiane di Letteratura e Scienze) di Roma. Dopo la lettura del romanzo, la Minutolo ha voluto conoscere l’autore e l’ha pregato di aiutarla a scrivere la sua autobiografia. 

Incuriositi, siamo riusciti a procurarci in anteprima il testo di questa autobiografia, non ancora edita e per la quale sarebbero in corso contatti con un editore arabo, proprietario anche di una vasta rete di periodici e con un editore francese. Abbiamo letto il dattiloscritto nel timore, a dir la verità, di trovarci di fronte ad una storia piccante o addirittura scandalosa, come la vicenda in passato fu presentata dai mezzi di comunicazione di massa. Con enorme sorpresa, invece, ci siamo trovati di fronte ad una bellissima ed esemplare storia d’amore: quella di una ragazza sedicenne, che si innamora di un Re in esilio, di venti anni più grande di lei, e che lo segue per nove anni (fino alla morte di lui) con estrema dedizione e fedeltà, senza interessi di alcun genere, se non quello dell’amore e dell’abnegazione. 

Una ragazza che, dopo la prematura scomparsa del protagonista, si ritrova, per una serie di complesse vicende, sola, senza sostegno, alle prese con una dura lotta per l’esistenza, con un fardello pesante che, a quell’epoca, suonò soltanto disapprovazione e condanna. 

Senza risentimenti e senza rancore, ma con un ricordo denso di contenuti fortemente ideali, la Irma Capece Minutolo ha saputo trovare, nella musica e nel canto, una nobile ragione di vita. Al di là, però, della bella storia d’amore e dei tanti episodi curiosi e interessanti, abbiamo scoperto, nel libro, anche motivi di notevolissimo valore storico, come nell’incontro con Papa Giovanni XXIII (nel quale emerge la rivoluzionaria visione di questo grande Papa su alcuni contenuti dci suo pontificato e del ruolo della Chiesa tra gli uomini) e come nelle considerazioni sulla morte di Farouk, le quali non escludono l’ipotesi di un assassinio politico, In difformità alla versione ufficiale, che parlava di morte naturale per emorragia cerebrale. A questo riguardo è doveroso precisare che la Irma Capece Minutolo intende dissociarsi (lo dice chiaramente nel libro) dagli interrogativi e dai sospetti che Giovanni Salucci fa sorgere con la sua attenta ricerca e di cui lo stesso si assume la personale ed esclusiva responsabilità. Ancora una volta la Minutolo, con tale comportamento, dimostra di avere vissuto la sua particolare storia con serietà estrema, rifuggendo sempre dalla tentazione di dare ogni occasione agli altri, di chiasso, di scandalo e di strumentalizzazione della propria vita privata. 

Con la pubblicazione di alcuni brani, dietro l’autorizzazione degli autori Irma Capece Minutolo e Giovanni Salucci. intendiamo offrire ai nostri lettori, In anteprima, un documento di grande valore umano e storico degno di essere additato all’attenzione generale. 

LA FUGA DA NAPOLI 

La macchina che si allontanava da Napoli segnava il termine di un’altra fase della mia vita. La fanciullezza era veramente finita. Nelle due ore di macchina, da Napoli a Roma, gli occhi dell’anima rividero, come in una pellicola, il periodo passato fino allora e intravedevo quello avvenire. 

Ero felice di andare incontro al mio destino, ma il distacco reale da tutto il mio mondo abituale non fu indolore. Nell’istante preciso in cui presumevo che avrei soltanto sorriso, mi assalì una grande malinconia, mi calai nell’anima di papà. di mamma, dei miei familiari e vi vidi sconforto, tanta rassegnazione. Mamma 

sapeva, papà intuiva, gli altri osservavano lo svolgersi degli eventi. 

Nessuno di loro, comunque, mi aveva lasciato con la gioia della certezza, per me, di una vita migliore, lo stessa, pur nella consapevolezza del coronamento del mio amore, cominciai a chiedermi se ero stata giusta, generosa: se avevo compiuto tutto il mio dovere di figlia e di sorella o se non, piuttosto, avessi seguito semplicemente l’impulso del mio egoismo e della mia spregiudicatezza. 

Avevo abbandonato tutto per inseguire un mio sogno sincero e mi ritrovavo sola, abbandonata, a mia volta, nel momento più delicato del mio cammino, in cui avrei avuto tanto bisogno della solidarietà e del calore affettuoso dei miei cari. 

Il conforto di una macchina di lusso acuì, anziché attutire. la mia sensazione di abbandono. 

Non era colpa di nessuno. Avevo fatto le mie scelte. semmai, contro il volere e il parere di tutti. 

Era solo mia la colpa, se c’era una colpa nelle scelte, di cui in quelle ore avvertii la pesante responsabilità. A mano a mano che mi allontanavano da Napoli, si ingigantiva in me l’amarezza della privazione di innumerevoli ricordi, di cui, mentre sparivo, assaporavo. come forse non avevo mai fatto prima. la dolcezza. 

Ricordi che, forse, non si sarebbero ripetuti e di cui non avevo apprezzato, al momento giusto, il grande valore. Non avevo avuto il tempo di gustare la felicità che viene spesso dalle piccole cose e già ne era vivo il rimpianto. 

Le circostanze degli ultimi mesi erano state così insolite per me, tanto da cancellare, con violenza, la fanciullezza, già prima che fosse matura. 

Una conquista, una sconfitta, una condanna? Non lo sapevo ancora. 

Io andavo incontro al mio destino con malinconia, ma anche con tanta fede. Chiedevo perdono, nell’intimo, a coloro ai quali avevo fatto involontariamente del male e pregavo il cielo che non sfogasse il suo eventuale rancore su una creatura che, tutto sommato, aveva il solo torto di amare. 

Purtroppo, quando gli amori da rispettare sono tanti, è difficile indovinare a quale di essi spetti la precedenza. 

Io l’avevo data, per inclinazione spontanea, senza calcoli, a quello più gravido di incognite e di pericoli. […] 

* * * 

Alla fine di gennaio del 1958 tornammo a Grottaferrata dal lungo giro in Europa. 

Mancavano pochi mesi al compimento del mio diciottesimo anno di età. Aspettavo quella data con una certa ansia. ma non sapevo neppure io perché. Percepivo che doveva succedere qualcosa, ma che cosa con precisione mi sfuggiva. Avevo sentito dire che avrei raggiunto la maggiore età. Forse per la legge egiziana era così. Non lo so. Ma in Italia, allora, la maggiore età si raggiungeva al 21° anno. Eppure spesso quella data veniva indicata come una tappa importante della mia vita. Si insisteva tanto su quel particolare. che finii anch’io per convincermi, più per far piacere agli altri che a me stessa, che doveva essere per forza così. Prima di quella data, comunque, accadde un fatto che ha lasciato un segno nella mia vita. 

Ero seduta in un angolo appartato del giardino della villa, sotto l’ombra di una magnolia. Avevo voglia di stare sola. Ero presa da un momento di mestizia, di cui non sapevo rendermi conto. Spesso ero assalita, il più delle volte all’improvviso, 

da momenti di malinconia. Forse per un bisogno di fare. di tanto in tanto, nelle pause di una vita molto movimentata, il bilancio della mia esistenza. Avvertivo in essa, pur nella spensieratezza dell’età, dei vuoti, che mi spingevano a meditare, a riflettere sul mio passato, sul mio presente e sul mio futuro. 

Spesso non ero soddisfatta di me stessa. Vedevo nella mia vita ampie zone d’ombra, che nulla riusciva a dissipare, cercavo di allontanarle, tuffandomi maggiormente nelle distrazioni che il ménage con Farouk mi offriva. Ma, anziché allontanarle, la ricerca affannosa di diversivi, le ingigantiva, facendomi piombare in stati di scoraggiamento, di prostrazione, quasi di disperazione, dai quali mi riavevo con fatica. 

Quel giorno, sotto l’ombra di quella magnolia, stavo vivendo uno di quei momenti sconsolati, quando fui riportata ad una realtà completamente diversa da un’apparizione, che mi sembrò miracolosa, tanto la vissi intensamente e con uno slancio improvviso dell’anima, che mi fece ritrovare quasi le ragioni valide di una esistenza, che troppo spesso ormai avvertivo, dentro di me, come inutile, nonostante i bagliori e i colori di avvenimenti apparentemente ricchi di colpi di scena e di emozioni. 

Un bambino bellissimo, che poteva avere cinque o sei anni, spuntato come per incanto da dietro una siepe, stava correndo verso di me, mentre gridava «mamma, mamma, mamma». 

Non ebbi neppure il tempo di domandarmi cosa stesse succedendo, che già il bambino mi era saltato al collo, continuava a chiamarmi «mamma», mi baciava e mi carezzava con violenza. Sembrava che avesse ritrovato un tesoro perduto e che fosse convinto di non trovare più. 

Dopo avere sfogato la sua violenza con le carezze e con i baci, rimase aggrappato a me, deciso a non lasciarmi più. 

– «Mamma mia, mamma bella, perché sei stata lontana tanto tempo? Io ti aspettavo e tu non venivi mai, perché? Adesso non devi lasciarmi più. Me lo prometti?» 

– «Sì. te lo prometto, non ti lascerò più, bello mio. Ti voglio tanto bene. sai?» 

– «Vieni a giocare con me a nascondino?» 

– «Sì. mi piace tanto. Chiudi gli occhi contro quell’albero e conta fino a 10. Io mi nascondo e tu vieni a cercarmi». 

– «Non te ne andare però. No, no – ci ripensò -. Non voglio giocare a nascondino. Tienimi per mano. Passeggiamo insieme». 

Ero enormemente commossa. Le effusioni così forti e sincere di Fuad (si chiamava così il figlio più piccolo di Farouk, avuto dalla seconda moglie Narriman Sadek) mi avevano colpito profondamente. 

Pur nella rapidità delle sequenze dell’incontro inaspettato. in un attimo mi immedesimai tanto nel ruolo della vera madre, che riuscii a vivere le emozioni con la stessa intensità e la stessa purezza. 

Mi sentii sua madre e lo sentii mio figlio. Volli, senza mentire e senza dire la verità, vivere quei momenti, nell’illusione di una verità che non esisteva. Mi augurai, per un momento, che quella illusione diventasse realtà. Desiderai ardentemente di essere, per miracolo, sua madre e che Fuad fosse mio figlio. […] 

La fine di Farouk: morte naturale o assassinio politico? 

Per quanto mi riguarda, non ho alcunché da aggiungere alle dichiarazioni da me rilasciate al giornalista Alberto Libonati e pubblicate su «Gente» del 21 luglio 1975 e di cui ho già parlato nel capitolo Ciò che è stato scritto e detto sulla morte di Farouk. 

Consento, però, che Giovanni Salucci si soffermi su alcuni interrogativi e alcuni eventuali moventi, di cui si assume la totale ed esclusiva responsabilità, alla quale io sono completamente estranea. 

«Non intendo con queste mie parole accusare qualcuno. Pongo solo quesiti che, a suo tempo, né la Irma Capece Minutolo, né altri furono capaci o vollero porsi e che, invece, avrebbero dovuto, ognuno in relazione al ruolo svolto e alle rispettive competenze, sia in Egitto che fuori dell’Egitto». 

Tutto, solo per il rispetto che ognuno avrebbe dovuto avere per la verità e per la giustizia. 

Chi può, avrebbe il dovere, oggi, anche se a distanza di anni, di rispondere a questi quesiti. 

Egualmente, chi ne disponesse, avrebbe il dovere di fornire ogni elemento utile a chiarire i dubbi che da più parti sono stati avanzati sulla morte di Farouk e sui quali anche la Irma Capece Minutolo, ha, volontariamente o involontariamente, contribuito a far cadere il silenzio. 

A lei per prima faccio notare che con troppa sicurezza fece, a suo tempo, certe affermazioni, senza avere elementi inconfutabili dalla sua parte, se non il desiderio di evitare che si speculasse sulla morte di Farouk, come s’era speculato spesso sulla sua vita; di evitare che di nuovo Farouk diventasse motivo di chiasso e non di ricerca seria della verità; di evitare, ancora, che si offendesse il suo ricordo con la soddisfazione di curiosità morbose e con il piacere di sollevare problemi scandalistici, utili soltanto agli speculatori. 

In quel momento – posso capire – il suo stato d’animo le suggerì di buttare acqua sul fuoco, per non assistere al risveglio del veleno della maldicenza, della ingenerosità e della cattiveria. 

Ma, in seguito, passato quello stato d’animo dettato dall’amore, non era più logico che le capitasse di rivolgere a sé stessa qualche domanda, che allora, non era stata capace di rivolgersi? Non avendo dalla sua parte elementi inconfutabili di prova, per scartare con assoluta certezza l’ipotesi di un delitto, non le è mai sembrato di avere commesso dei torti verso Farouk per avere omesso di considerare, anche soltanto a titolo di ipotesi, la eventualità di un delitto? Non ha mai pensato che, Farouk per primo, avrebbe potuto disapprovare il suo comportamento, anche se in buona fede, per desiderare che si facesse piena luce su tutto, anche su semplici ipotesi? Si è mai chiesto di aver fatto o meno tutto il proprio dovere, cercando di soffocare sul nascere tanto categoricamente qualsiasi dubbio? 

Anche se tutto le lasciava supporre che non vi fossero motivi per pensare ad ambienti interessati a sopprimere l’ex Re, non avrebbe, almeno, potuto supporre che certe macchinazioni possono anche essere provocate (come spesso è accaduto per personalità molto in vista) da fanatismo, irrazionalità, gesto, cioè, inconsulto? 

Ammesso che motivazioni serie per l’assassinio di Farouk non esistessero, perché escludere che potessero esservene di riflesso: come strumentalizzazione, tanto per dirne una, di quell’assassinio proprio contro persone e ambienti che non avevano alcuna motivazione per perpetrarlo? 

Certi delitti, si sa, restano impuniti soltanto perché l’apparente assenza di moventi impedisce di percorrere il cammino giusto per arrivare ai colpevoli. Sarebbe doveroso, pertanto, che, in ogni caso, specie per le persone in vista, nulla venisse tralasciato per la individuazione di eventuali moventi delittuosi. 

Perché non considerare, ad esempio, il timore, da parte dei governanti egiziani dell’epoca, che la spartizione e la distribuzione, al popolo, delle proprietà e delle ricchezze della Corona, potesse suscitare la reazione e la ribellione dell’ex Re, che, attraverso suoi emissari segreti, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo alle riforme? 

Tale ostacolo non sarebbe potuto diventare elemento sufficiente a giustificare una sua eliminazione? 

Ammesso pure che non si fosse trattato di ostacolo vero e proprio, non avrebbe potuto dar fastidio, ai governanti egiziani, la sola eventuale critica severa e condanna dell’operato, a cose fatte, delle autorità egiziane, da parte di Farouk? 

È proprio da escludere che potesse esistere gente interessata a venire in possesso di eventuali ricchezze di Farouk, per caso sfuggite alla requisizione delle autorità, dopo la sua destituzione e la sua condanna all’esilio? 

Le disavventure della guerra con Israele non avrebbero potuto risvegliare, nel popolo e in una parte dei governanti, nostalgie monarchiche pericolose per i fautori della rivoluzione? 

Non potevano esserci potenze straniere desiderose di ristabilire il precedente «status quo», anche per la salvaguardia di grandissimi interessi che la rivoluzione aveva messo in pericolo? Dinanzi a questo timore, non potevano i governanti ritenere più oppotuno sbarazzarsene, per evitare qualsiasi tentazione nostalgica? 

La stessa lotta, senza esclusione di colpi, tra mondo arabo e mondo ebraico, non sarebbe bastata a creare un terreno favorevole a tutte le insidie, a tutte le ipotesi e a tutti gli intrighi? 

La soppressione di Farouk non sarebbe potuta scaturire anche da un semplice calcolo sbagliato? 

Né era – mi pare – da scartare totalmente l’idea che, in una vita sentimentale movimentata, come quella di Farouk, potessero sorgere ragioni di risentimento, di rancore e di vendetta sia in campo maschile che femminile. 

E il suo mondo degli affari, non avrebbe potuto offrire l’occasione di incomprensioni, di delusioni, di prospettive non gradite, tali da spingere a soluzioni radicali e definitive? 

I moventi, dunque, potevano essere tanti, da non far escludere a priori, come capitò ad Irma Capece Minuttolo, le ipotesi di un assassinio politico. Senza lasciarsi prendere la mano dai sentimenti, la stessa avrebbe dovuto far funzionare di più il freddo e realistico raziocinio e non influenzare alcuno con le sue convinzioni, indubbiamente molto attendibili e autorevoli per l’esterno, dal momento che conosceva intimamente la vita, le confidenze di Farouk. Avrebbe potuto offrire, mentre non offrì, qualche spunto perché si esperissero approfondite indagini. Lei per prima scagionò tutti e insistette perché non si facesse nulla. Proprio lei che doveva essere una delle maggiori interessate acché non si escludesse alcuna ipotesi e non si lasciasse alcunché di intentato per fare piena luce sull’intera vicenda. […] 

– «Non voglio neppure sentirlo. Non farti prendere dalle fantasie anche tu. È morto di emorragia cerebrale e basta. Argomento chiuso. Se i familiari sono convinti di questo, perché non dovrei esserlo io? No. Non voglio neppure sentirlo. A suo tempo i Governi italiano e egiziano hanno fatto certamente il loro dovere». 

– «Non accuseremo nessuno. Porremo soltanto degli interrogativi». 

– «No. Non voglio». 

Si era quasi seccata che io avessi osato tanto. Non ho mai capito quella presa di posizione così dura. Forse ha avuto paura di poter andare incontro a dei guai. avventurandosi in un ginepraio pericoloso. Forse si ribellava al solo pensiero che Farouk fosse stato assassinato. perché la sentiva come una realtà enormemente ingiusta. 

Non è escluso, però, che abbia influito anche un altro fatto: più di una persona pare che, in quell’epoca, l’abbia dissuasa a parlarne, dicendole che si sarebbe potuta cacciare nei pasticci: che i governi italiano ed egiziano avevano fatto tutto ciò che c’era da fare: che era tempo perso recriminare sull’accaduto, che niente e nessuno avrebbe ormai potuto modificare. 

È stato proprio questo particolare che mi ha indotto ad insistere perché consentisse che certi interrogativi venissero posti. Tanto io li avrei posti egualmente, magari al di fuori del libro, giudicando ancora più severamente i suoi scrupoli e le sue paure. Così ha accettato, che io ne parlassi, assumendomene tutta la responsabilità. 

Dopo che Irma Capece Minutolo ha letto queste mie considerazioni, ha esclamato: 

«Io confermo che Farouk è morto di morte naturale. Comunque, ammesso che potessero essere formulati interrogativi, perché dovevo essere io a porli? Perché non lo hanno fatto coloro che erano tenuti più di me? Cioè le sorelle, la madre, le ex mogli, i parenti?». 

«Io – ho aggiunto e concluso – ti inviterei a riflettere. So che hai letto il servizio della giornalista Carla Pilolli, pubblicato su «Il Messaggero» del 24-12-1989, a proposito di un incontro avuto a Parigi con Fuad, figlio del re Farouk. Hai notato che lo stesso figlio ha affermato che il padre «è morto in una trattoria romana, in una maniera niente affatto chiara». Se anche il figlio ha dei dubbi, perché non dovrebbero averne gli altri»? 

Irma Capece Minutolo ha annuito, senza rispondere, ma è rimasta molto pensierosa. 

I. Capece Minutolo – G. Salucci




 Editi e inediti 

[…] Giorno dopo giorno passano i mesi, ma la ferita non accenna a cicatrizzarsi, anzi diventa sempre più dolorosa. 

Il medico si limita a dire che tutto procede bene, che la ferita è “torpida” e che occorre tempo. Quanto tempo? Al diavolo, se può saperlo. E poi che gliene importa? A volte ho l’impressione che mi abbia mollato e non trovi il coraggio di dirmelo. Né io ho il coraggio di affrontarlo e dirgli quel che penso. 

Intanto un dolore nuovo, continuo, teso, nemico, ha invaso dall’occhio alla mascella tutta la parte sinistra della testa. Vi è penetrato profondamente, trivellandola. Ho la sensazione che stringendo forte i denti si attutisca, e così prendo l’abitudine di tenere le mascelle serrate. 

Mando giù un calmante ogni quattro ore, sicché le mie giornate sono adesso scandite in sei vigilie (e sono sempre io a essere di turno) dalle compresse di sedativo. 

Mi si spiega che si tratta del nervo trigemino, irritato dalle cure radianti. Fingo di accettare la spiegazione. 

Vado avanti così, con l’impressione di scalare una montagna sempre più ripida, eppure con una pazienza nuova che non è rassegnazione. Forse è curiosità di sapere come va a finire. Comincio a sdoppiarmi, a sentirmi spettatore, a fare filosofia, a concepire dialoghi sul mondo extraterreno. 

Mi sorprendo a pensare con un certo distacco che attraverso il duro noviziato che sto scontando potrei approdare all’ignoto meglio di tanti altri. Se non altro, senza eccessivo rimpianto. Mi interesso di parapsicologia, preparo lo spirito a nuovi rapporti, a una nuova dimensione. Provo anche a immaginarmi scaraventato in una traiettoria verso un’altra galassia e la cosa non mi riesce difficile imbottito come sono di sedativi. 

Ho a disposizione molto tempo ma soprattutto le ore della notte, mentre attendo l’appuntamento con la bianca compressa per confondere la mente e cercare di ingannare il dolore. 

Ed è nella notte che si sviluppano forme di egoismo contorto di cui mi vergogno. Per non disturbare Francesca con i lamenti, mi rifugio in un’altra stanza dove me ne sto al buio. Subito dopo comincio a irritarmi con lei che dorme insensibile, penso io, alla mie insofferenze. 

L’oscurità e il dolore popolano di fantasmi la mia immaginazione. Nel vano recupero di memorie che si fanno sempre più lontane e avvizzite, anche le più care, che, sottili come vanno diventando, si inceneriscono rapidamente. Dov’è finita la forza che, sia pure malinconicamente, riuscivo a cavarne? Per questo, stordito, mi perdo come un automa dietro la prefigurazione di un avvenire che non mi appartiene. Non ci vorrà tanto tempo, infatti, che io non ci sarò più. Ma è già come se io non avessi più niente: non passato né futuro, non memorie né desideri, non rimpianti né attese, non gioie né dolore; soltanto prefigurazioni nelle quali posso sbizzarrirmi come e quanto mi pare. 

Dall’irritazione di credermi abbandonato a soffrire da solo, la notte (nonostante mi renda perfettamente conto che ciò è inevitabile se voglio che Francesca mi assista di giorno), all’ideazione di quale potrà essere l’esistenza di mia moglie senza di me, il passo è breve. 

E quel che il mio egoismo contrariato mi fa immaginare non è piacevole. La degradazione a cui progressivamente va soggetto il fisico, intacca anche il morale, in cui si aprono lunghe crepe pur se ancora non è lo sgretolarsi. Anzi, neppure io saprei dire se sto peggiorando più fisicamente che moralmente. 

Certo è che al calore dei buoni sentimenti, agli slanci di amore, tenerezza, generosità, bontà, abnegazione, fiducia, coraggio e così via, si alterna il gelo di sentimenti ignobili (dai quali, chi sa poi perché, finora mi ero illuso di essere immune), messi spietatamente a nudo da insopprimibili impulsi di ribellione alla sofferenza fisica. 

Così, giorno dopo giorno, vado scoprendo che nel mio animo c’è posto anche per il male. A cominciare da una oscura sensazione di rancore, di risentimento o di indifferenza verso tutti, anche verso chi non ha mai fatto cattiverie e per finire alla distorsione del senso di gratitudine, che comincio a considerare il più pesante dei sentimenti. Scopro che ci sono spazi per una personalità discontinua e vacillante. E in queste oscillazioni, veri e propri sbalzi dello stato d’animo, stento a ritrovare il punto di equilibrio. Mi pare di cominciare soltanto adesso a capire come un niente, che muta le circostanze interne, possa bastare a far cambiare i sentimenti. 

Adesso tocca anche a me sperimentare, sia pure per brevi momenti e con profonda umiliazione, cose che non avrei mai voluto conoscere. Salvo a rammaricarmene e ricredermi subito dopo. Per questo guardo con sospetto, prima che ogni altro, me stesso, e mi è difficile accettarmi. 

Nella calura della notte soffocante, le mie fantasie si gonfiano di pensieri torbidi. Mi sorprende che la forte dose di sedativi, dai quali purtroppo debbo dipendere, non agisca sino ad acquietare e intorpidire anche i sensi. Capita esattamente il contrario. La sensualità continua ad assillarmi e, paradossalmente, tanto più si esaspera e sembra voglia esplodere, quanto più il dolore si acuisce. Forse, ancora una volta, la causa di questo inestricabile groviglio va cercata nella vecchia storia del contrasto perenne tra Eros e Thanatos. Nello stesso tempo, d’altra parte, la difficoltà di ritrovare il controllo del mio corpo e il dominio delle passioni mi inasprisce perché mi fa misurare il vuoto che si va scavando nel mio mondo interiore. 

Nel buio, procedendo a tentoni, arrivo nella camera da letto. Qui rimango immobile fino a che gli occhi si abituano a vedere nell’oscurità che lentamente si attenua in penombra al fioco chiarore dell’esterno. 

Francesca dorme, sembra rilassata; ma dalla piega amara delle labbra e dalle sopracciglia aggrottate, che le danno un’aria corrucciata, traspare l’inquietudine che non la lascia neppure nel sonno. Mi sollevo a guardarla meglio, col cuore colmo di tenerezza che vuole ripagarla dell’ostilità di prima. Vorrei svegliarla carezzandola e rimanere con lei. Ma ci rinuncio. So che appena coricato, il martello pneumatico che mi sta in agguato nel cervello ricomincerà a sussultare e a farmi esplodere la testa. Adagio per non svegliarla, torno in salotto e mi lascio cadere su una poltrona. Accendo la lampada, ma la luce mi ferisce gli occhi. Spengo, preferisco il buio, anche perché niente mi distragga dall’ossessione segreta che tento invano di ignorare e contrastare. 

Come ogni notte, da un po’ di tempo a questa parte, lo spettacolo ha inizio. 

Non sorretto da una immaginazione ricca e vivace, esso si presenta subito per quello che è: una rappresentazione noiosa e superficiale che si svolge tutta in funzione del quadro finale, l’unico a eccitare e insieme a demolire la mia fantasia. Attendo il mattino con la sua luce liberatrice che fughi i fantasmi e rischiari finalmente le pieghe della mia psiche tormentata. 

(Dal buio della notte’, pagg. 23 – 27) 

[…] Tre mesi, novanta giorni, novanta notti da trascorrere in quell’ospedale che soltanto a vederne le mura mi ha sempre terrorizzato. E dopo? Quali altri ostacoli dovrò superare sulla via della sofferenza? Quali altre stazioni dovrò toccare? E l’ultima non sarà il calvario? 

Mi accompagna mio padre, venuto a trovarmi dalla Sicilia. È anziano. Da anni ha lasciato l’insegnamento. I nostri rapporti sono stati sempre essenziali. Di poche parole, non è mai stato espansivo con me, né io con lui. Ci siamo abituati a capirci senza parole, a interpretare i lunghi silenzi dei momenti importanti della nostra vita, sia nella gioia che nel dolore. 

È un antico rapporto iniziato tanti anni fa in Sardegna, quando, appassionato cacciatore, voleva che lo seguissi ancora bambino per boschi e monti selvaggi in lunghe e per me estenuanti battute di caccia. Erano occasioni esaltanti di sgroppate a cavallo verso nuovi orizzonti che facevano impazzire la mia fantasia, che arricchivano la mia vita interiore perché la maggior parte della giornata la trascorrevo solo e solo occasionalmente scambiavo con lui qualche parola. 

Ora, per la prima volta, lo vedo impacciato e, contrariamente alle nostre abitudini, cerca degli argomenti, ma non sa trovare le parole. 

E così, improvvisamente mi offre un sigaro. 

Lo guardo sorpreso. Anche da adulto, in ossequio a un suo desiderio-ordine, non avevo mai fumato in sua presenza, anche se lui era un inveterato fumatore. 

Accetto con un sorriso, mentre un pensiero deviante corre all’ultima sigaretta del condannato. Naturalmente non lascio trapelare questa idea: ho deciso che debbo vincere le tensioni interne che mi spingono ora alla ribellione ora allo sconforto. Adesso è necessario che riesca a dominare me stesso, o meglio la parte di me più giovane, debole, emotiva. 

Cerco di superare l’imbarazzo della situazione aggrappandomi al primo banale argomento a portata di mano, mentre mio padre, con cura meticolosa, si accende il mezzo toscano, aspirando rapide boccate, costringendosi così a un giustificato silenzio. , Armando editore, Roma, 1983. 

«Mi fa piacere fumarlo, – dico, accendendo a mia volta il sigaro – Molte volte il fumo aiuta ad alleviare tensioni, a reggere situazioni imbarazzanti, fa compagnia. Debbo confessarti che da poco tempo fumo la pipa, ma una, due volte al giorno dopo il pranzo e la cena ». 
«Io invece continuo a fumare tanto, come un turco ». 
Sorrido, continuando a camminare verso la macchina posteggiata lontano. 
«Chissà poi perché si dice fumare come un turco ». 

Ecco, ho trovato un diversivo e così la conversazione continua battendo a tappeto questo argomento, come si usa fare negli ozi dei circoli paesani. E così saltano fuori tutte le espressioni che riguardano i turchi: bestemmiare come un turco, giovani turchi, caffè alla turca, ecc. Ridiamo divertiti delle nostre chiacchiere veramente futili. Vorrei tirar di lungo con queste assurdità per evitare che il discorso cada su cose tristi. 

Mio padre non ce la fa più. Senza guardarmi domanda: «Sei preoccupato?». 

Cerco di tranquillizzarlo anche se in modo maldestro: «Non eccessivamente, confido in quest’altro intervento; insomma staremo a vedere». 
«Ho capito» taglia corto mio padre. 
Ma cosa hai capito, vorrei dirgli. La mia disperazione? Il mio desiderio di fermarmi qui in mezzo alla strada e
dire basta? Di urlarla questa parola, 
infischiandomene della gente. Vorrei soprattutto gettarmi tra le tue braccia per un bisogno di protezione, di calore, come fanno i bambini. Come mi accadeva anche negli anni più ingrati dell’adolescenza quando, pur vedendoti a volte come antagonista, m’era sempre necessario sentire la tua presenza che era sostegno e rassicurante certezza. So di essere, ora, alla ricerca di un rifugio provvisorio, di memorie lontane che mi aiutino a sopportare il presente. 

«Ricordi come ti seguivo volentieri quando mi svegliavi all’alba per andare a caccia? Ci vai sempre? ». 
«No, sono anni che non mi muovo più, che non sparo un colpo. Ma vedrai, appena guarirai, almeno una volta dovremmo ritornare sui monti che circondano il nostro paese in Sicilia, non fosse che per fare un po’ di moto». 

Non mi sento di disilluderlo. So bene che quelle passeggiate non si faranno mai, mi piace però che se ne parli, che ricordiamo assieme gli itinerari percorsi, che si ritorni assieme indietro negli anni certamente più spensierati e felici: la giumenta nervosa che ci trasportava, i cani irrequieti, la preparazione delle cartucce, il ritorno a casa all’imbrunire con la selvaggina. 

I ricordi scivolano dolcemente, quasi ovattati, e giungono con naturalezza, ma necessariamente a un’altra memoria cara, a una persona che da tempo ci ha lasciati, la mamma. Nessuno dei due credo ne avrebbe voluto parlare per non acuire quella pietosa rappresentazione. 

«Ricordi, babbo, l’ultimo Natale che ho trascorso a casa prima di partire per Roma per raggiungere il mio lavoro? E’ Stato l’ultimo Natale trascorso tutti assieme». 

Forse è la presenza di mio padre, parte di un tutto che mi è ancora assai caro, a riportarmi più insistente il ricordo della mamma. Ma nel ricordo non c’è, come dovrebbe esserci dopo tanto tempo, più dolcezza che nostalgia. È un sentimento struggente fatto di desiderio di pace, quiete, serenità. Per un momento non riesco a controllarmi: più che col babbo ho l’impressione di sfogarmi con me stesso, le parole hanno toni monocordi, incolori quando dico: 

«Sai, credo che possa anche essere misericordia la morte…». 

Mi fraintende: « Ma che vai dicendo! » reagisce, infatti, alzando la voce e guardandomi con espressione non so se più angosciata che irritata. 

«Alla mamma, per esempio, ha evitato la pena di vedermi così malridotto». 

Per la gola secca stento a continuare. 

«Quanto a te, babbo, puoi immaginare cosa avrei fatto per non darti questi pensieri… ma ormai ho esaurito le ultime scorte di altruismo. Vedremo come si risolverà quest’intervento, Valdoni, si sa, è un mago… però, vorrei consumare subito, il più in fretta possibile, quel che mi resta di sofferenza e… chiudere, come dire, l’argomento. Non importa come, pur di trovare pace». 

Non mi lascia finire, questa volta. Si ferma un attimo per guardarmi. Voltandomi verso di lui e leggendo nel suo sguardo trepidazione, capisco che la tenerezza paterna, anche se mascherata non svanisce con l’allontanarsi dell’infanzia, non spetta a questa più che alle altre stagioni della vita. Mi afferra sottobraccio e riprende il cammino tenendomi più accosto a sé. 

Nel breve silenzio che regna distinguo nei rumori della strada il ritmo cadenzato dei nostri passi. 
«Devi convincerti, figlio mio – mi dice appena riesce a parlare senza che le parole gli tremino troppo – devi essere il primo a essere convinto che ce la farai. Non basta che sia io o gli altri a esserne sicuri. Tu devi essere, tu, il primo ad avere questa certezza: ficcatelo bene in testa… ». 
«Sì, d’accordo, ma…». 
«Non interrrompermi, per favore. So bene che le mie possono essere parole scontate, che ti sarai sentito ripetere molte altre volte da quando hai cominciato a star male. Eppure contengono una verità antica. Naturalmente, per convincerti di questo è indispensabile prima di tutto che tu voglia guarire. Una voglia che non potrai trovare, se non ti sarai liberato dalla paura, non dico completamente, che sarebbe irrazionale, ma in buona misura, almeno quanto basta per non arrenderti a ogni assalto emotivo. Non disperare mai: il mondo è degli ottimisti, i pessimisti non sono che spettatori ». 
«Sì, lo so; lo so anch’io » lo interrompo con voce soffocata. 
«E di un’altra cosa devi persuaderti – continua mio padre – che non tutto è dolore nella vita. Anche quando non ci fosse più niente da fare, e non è così. .. Esiste ancora la gioia di fare qualcosa per le persone care, innocenti. A questi valori bisogna mirare per averne forza spirituale, per sperare. Sì, abbandonarsi anche alla speranza e farcene travolgere sino a che diventi certezza e quindi dare senso alla vita». 

Non lo riconosco: dov’è l’uomo di poche parole? Ha parlato tutto d’un fiato. Lo guardo perplesso, senza rispondere. Allora lui, quasi in soggezione, come colto in fallo, si affretta a ribadire, a chiarire il suo concetto con una sicurezza che, per l’emozione, non è più quella di pochi attimi prima. 
«Voglio dire, Andrea, che soltanto così… con una gran forza morale noi possiamo uscire dal particolare e portare le nostre vicende su di un piano universale… solo così possiamo giudicarle e sopportarle non più da un punto di vista ristretto, ma in una prospettiva così aperta e così vasta da comprendere l’infinito campionario delle esperienze passate e presenti degli altri. Nessuno di noi appartiene completamente a se stesso… 

Naturalmente, non è che non senta !’imbarazzo di sapere che io… io che parlo qui, adesso, non sono l’ammalato. Non è facile parlare, farsi maestro. Tu immagini che spina ho nel cuore e allora mi domando: che cosa farei, se mi trovassi nelle tue condizioni? Ce la farei a non arrendermi, a non essere vigliacco? Perciò penso che la nostra credibilità di uomini risulti solo dalla prova personale che sappiamo dare ». 

Conclude dopo una pausa, chiedendomi quasi con umiltà: « Non credi anche tu che, tutto sommato, le cose siano da vedere in questo modo?». Una domanda in cui c’è tanta trepidazione affettuosa. 
«Sì, babbo, credo proprio di sì » rispondo con Un filo di voce. 

Parlare, sacrificando i suoi principi, che conosco bene, a un po’ di retorica, a qualche frase fatta per simulare una fiducia e una sicurezza che è ben lontano dal possedere, gli è costato un grande sforzo. Anche la sua commozione è evidente. Vedo, adesso, da adulto, un uomo a cui la perdita della compagna e ora la malattia del figlio hanno mutato in smarrita apprensione il lampo ardito e ironico dello sguardo. Mi accorgo che paradossalmente è lui stesso adesso a chiedermi aiuto, con le sue esortazioni a essere come vorrebbe che io fossi. 

Tocca dunque al figlio ora difendere il padre dalla commozione, e anche dal dolore che forse per un vecchio è meno sopportabile. 

Comincio col trovare la forza di non umiliarlo fingendo di non vedere i suoi occhi lucenti e il labbro che trema. 

Tra la folla ignara della nostra pena, camminiamo nell’aria trasparente del crepuscolo, ancora una volta insieme, consapevoli che ci stiamo inoltrando nel buio. 

(Id., pagg. 30 – 36) 

Trascorrono giorni di dolore lungo, violento, crudele, in cui lo spirito umiliato, confuso sembra voler cedere, e dalla nebbia che invade la mente si scioglie ancora un disperato desiderio del nulla. Ma il sangue giovane, ignaro nel suo pulsare, alla fine prevale e con mestizia considero che è anche difficile morire. 

Tolgo finalmente l’apparecchio dalla bocca e mi accorgo con terrore che quando provo a parlare emetto suoni inarticolati. Rivolgo anche un rassegnato pensiero a quel mio povero occhio che dopo le analisi sarà finito chissà dove. 

A tirarmi fuori da queste amare riflessioni giunge la notizia che gli esami istologici non hanno rivelato nulla di preoccupante. 

Ho, finalmente, le braccia libere e posso vedere il grosso lembo a forma di tubo che coltivo in petto. Lo guardo con amore, perché mi darà la possibilità di riavere un volto «umano». 

Per consentirmi di parlare e mangiare mi imbottiscono con garza la cavità orale mancante, ma questo è un male minore. 

Dopo parecchi giorni posso ricominciare a leggere e a scrivere; una sensibilità nuova, che però ritengo patologica, mi porta a comporre poesie, e ogni idea, ogni fatto, diventano occasioni per questo esercizio finora mai affrontato. Trovo che non c’è niente di meglio per tenere occupata la mente, per coltivare la speranza e risalire in superficie, confortato anche in questo dalla presenza continua di Francesca che in quei giorni ha trovato da dormire in una pensione nei pressi della clinica. 

Quante notti è rimasta accanto a me su una sedia, pronta a ogni mia necessità, quante volte alla incerta luce dell’alba l’ho trovata a dormire col capo reclinato sul mio petto, stringendomi la mano nell’attesa di un altro giorno. 

Povera Francesca, quante preoccupazioni, quanto dolore nella tua giovane esistenza, e io egoista che ho desiderato di andarmene, di lasciarti. 

Dormi, e forse il miracolo dell’incosciente sonno ti porta qualche mio bacio che tu ricambi con un sorriso alla mia mano che ti accarezza lieve. Per questo sfuggi il risveglio, sfuggi la realtà. Stringi nel sonno la mia mano, perché ti aiuti ad andare lontano, a portarmi in un luogo diverso e, libero da pesi, a volare con te nel sogno dove più non ci tocchi il male. 

Sogno anch’io i tuoi baci, le tue carezze, e quando mi sveglio ti trovo seduta accanto a me, a dirmi con la luce del giorno e del tuo viso che esiste un paradiso anche per me. 

La primavera è già inoltrata e sono sempre ad attendere, a vivere di ricordi, a trasferirmi idealmente nel mondo di fuori. Roma, la città che mi sembra di aver lasciato da chissà quanto tempo, torna di frequente nei miei pensieri. 

Sono i giorni del concorso ippico di piazza di Siena, e mi piace ricordare Villa Borghese, gli alti pini, il verde, la folla festosa, gli agili puledri, i cavalieri. Purtroppo il sogno dei ricordi si frantuma come uno specchio e mi ritrovo sempre nell’angusto cortile della vecchia clinica di Milano. Mi sento ugualmente pago e senza invidia; sotto la mia finestra, nel cortile, un cespo di rose ha messo i fiori e il verde pulito delle foglie, il colore dei petali portano anche a me una parte di primavera. 

La clinica, come ho detto, è ubicata in un vecchio edificio circondato da alti palazzi, e l’unica possibilità per « prendere l’aria “, secondo il gergo dei carcerati, è l’angusto cortile tra queste alte mura: un pozzo. E lì ci troviamo ogni giorno, appoggiati al muro a chiacchierare, qualcuno appartato in preda a malinconie e pensieri lontani. 

Un giorno, nuvolo e grigio, mi trovo solo in quel cortile. A un tratto il cielo si apre a un raggio di sole, che viene a scaldare la mia solitudine. Gli offro il volto ferito, deturpato, quasi felice di quella inattesa carezza. Per quanto tempo non so. Dopo, passato lo stordimento, provo la sensazione di avere rubato quel raggio di sole caduto distratto dal cielo fin giù nel cortile, perché con geloso egoismo l’ho tenuto nascosto, non l’ho diviso con gli altri compagni tenuti come me nel chiuso dolore. 

Per questo sento di dover chiedere loro scusa, raccontando del raggio di sole. 

Mi guardano con aria attonita, non capiscono questa mia preoccupazione, non intuiscono questo sentimento che invece a me dà la misura dell’umanità nuova che la sofferenza sta facendo crescere dentro di me. 

(Id., pagg. 74 – 77) 

[…] A quell’ora, nel parco, c’era poca gente: qualche vecchio signore, i netturbini che facevano le pulizie, qualche bimbo spinto in carrozzina dalla mamma o dal nonno. 

La primavera era inoltrata e la natura splendeva partecipando alla nuova stagione, ammantandosi di verde brillante e di luce. 

Fatta una breve passeggiata, si trovò seduto sulla solita panchina; si guardò attorno come se fosse la prima volta che si trovava in quel posto, poi sorrise ricordando le meditazioni del mattino e rendendosi conto che, come un automa, si era seduto su quella panchina, come ogni giorno, come sempre. 

Aprì il giornale, il solito giornale, ma lo aprì alla terza pagina perché il resto non lo interessava, si diceva. 

Lo soddisfaceva qualche informazione culturale, ma anche questa per abitudine, non più di tanto. 

Prima di immergersi nella lettura, la sua attenzione venne attirata dal trotterellare di un cane randagio che gli era passato vicino senza guardarlo. 

«Dove andrà», «così sicuro? – Si chiese – Sembra avere una meta precisa, eppure è un randagio, non ha un padrone, una casa, un punto di arrivo. Da dove viene e perché va così in fretta? Cosa pensa, quali programmi avrà per la giornata?». 

Queste considerazioni lo portano su un altro piano. «Quanti uomini come lui, come quel cane, possono essere definiti randagi, senza offesa, si intende: giusto per una classificazione». 

«Alcuni sono randagi perché non riescono a trovare un’occupazione, un lavoro fisso. Ci sono quelli che anche se trovano un lavoro sono insoddisfatti e preferiscono cambiare, girare. Ci sono i barboni degni del massimo rispetto, perché hanno fatto una scelta, intendiamoci, i barboni veri, classici, perché ci sono anche quelli fasulli che si introducono nella categoria, file di barboni di origine, per mimetizzare la loro condizione di semplici paria o mendicanti». 

«Poi, ci sono i randagi intellettuali che non sanno da dove partire e dove arrivare, pronti ad annusare e a nutrirsi di qualche cibo, in senso metaforico per capirci, a dormire sotto ogni ponte o meglio sotto ogni bandiera, che trotterellano senza meta e senza avere lontanamente la dignità del cane passato prima». 

«È gente che non sa rinunciare a nulla, neppure a un funerale, figuriamoci poi a un banchetto nuziale». 

«Sono pericolosi perché difficilmente sanno di essere randagi, anzi si illudono 

di avere un pedigree e anche un collare con nome e sigla. Si trovano nei ministeri, negli enti vari, specie quelli grassi, figuriamoci poi nei partiti e in parlamento». 

«Sì, si possono individuare, ma come? Questo è il punto: anzitutto, chi li individua? Mentre è facile, alla vista di un barbone che dorme su una panchina o sotto un ponte, dire che quello è un uomo randagio; e questo credo possa dirlo chiunque». 

«Ma quando, mettiamo, si tratta di individuare un politico, un ministro, ecco, un ministro, come randagio, bisogna avere l’autorità intellettuale e morale per definirlo tale e questa indicazione quanti possono farla con autorevolezza? Perché in tal caso si deve poter disporre, a propria volta, di un pedigree presentabile come un passaporto, altrimenti è tale la forza del politico o amministratore randagio che si corre il rischio di trovarsi a dormire con i barboni sotto un ponte». 

(Violenza, oh cara”, pagg. 18-20) 

Appena i due sono usciti, l’avvocato scoppia in una risata che lascia attonito Agostino. 

«Mi scusi se rido, ma è buffo, tutto buffo. Mi dica in poche parole chi è lei, che cosa fa, come vive, come si trova qui. Si, lo so perché è qui; a 

“Sciascia editore. Caltanissetta-Roma, 1986. me può dire tutto, capisce, come a un confessore. È colpevole o innocente?» 

Agostino, senza scoprirsi di tanto, ma provando simpatia per quel giovane occhialuto, per quella risata che ha capito, anche se sulle prime lo aveva sconcertato, si mette a parlare, a rispondere con chiarezza e linearità alle domande dell’avvocato – che lo ascolta con attenzione, per concludere infine, con l’aria più convinta possibile, che è innocente. 

«Ma perché assume questa linea di condotta? » 

«Ma mi sembra di essere stato chiaro. Vede, io sono solo al mondo, forse anche mi annoiavo, e adesso sono diventato curioso, anche se mi costa giorni, mesi di libertà; voglio stare alla finestra, fare l’osservatore di un evento che probabilmente è comune a tanti altri poveri diavoli, e vedere come va a finire. Perché una fine dovrà pur esserci, una via di uscita dignitosa per il singolo, per l’uomo e anche per la giustizia, per il Sistema, non crede? » 

«Sì comprendo, o meglio riesco a comprenderla, ma si renderà conto che tutto ciò è fuori da ogni regola; c’è l’accusa che tenta di incastrarti e c’è chi si difende e controbatte tutte le accuse cercando di dimostrare !’infondatezza, l’inconsistenza ecc., perché il sistema ha previsto tre tipi di soluzione: o l’assoluzione o la condanna o l’insufficienza di prove. Non è lei il primo, è già accaduto e accade continuamente; quindi lei si deve difendere ed io sono disposto ad assisterla, a prendere a cuore il suo caso; mi è anche simpatico e non vorrei consigliarla a persistere in questo suo atteggiamento. Tra l’altro, il magistrato che conduce l’inchiesta è tra i più preparati, molto coscienzioso e serio; come si suol dire è in buone mani. E allora?» 

«Avvocato, noi viviamo in una società distorta, inquinata, che ha perduto la saggezza, ed è distratta. È un mondo pazzo quello che sta lì fuori, e io, con il mio modo di vivere, avevo sempre cercato di estranearmene, illudendomi di essere padrone della mia esistenza, dei miei gesti, dei miei pensieri. Ma questo non è stato sufficiente; sono stato ghermito, coinvolto brutalmente, offeso nella mia dignità di uomo, e ora sono convinto che debbo recuperarla e che, se posso dimostrare a me stesso la mia coerenza, anche pagando, questo è il momento di farlo». 

«Le ripeto, ora sono curioso. Vuole per favore condividere con me questa curiosità, che è lotta per un principio giusto? Vedrà, non dico che ci divertiremo, ma faremo un’esperienza interessante, unica. Ci sta? Non credo di chiederle qualcosa che vada contro l’etica professionale. Mi comprende? Mi aiuta?» 

L’avvocato ha ascoltato questo torrente di parole, di considerazioni, e ora sta lì a guardarlo, serio, attraverso gli occhiali che sembrano essersi appannati. 

Dopo un attimo, che ad Agostino sembra lunghissimo, dice: 
«Bene, la seguo, la seguirò sino in fondo, anche se non so ancora quello che debbo fare o dire. Però accetto questa sua linea, stavo per dire, difensiva. Mi ha convinto». E sorride. 

«Mio padre, che ora è in pensione, l’abbraccerebbe. Quante volte ci siamo scontrati per il suo modo di pensare, per quel suo concetto della dignità, per quel non voler scendere a compromessi, ed erigersi a giudice egli stesso. Ma si sa, è mio padre, e come sempre avviene è difficile comprendere i propri genitori». 

«Noi figli, per la generazione che ci separa, per il tipo di rapporto che esiste, difficilmente riusciamo a comprenderli, e poi, come mi sta accadendo ora, un estraneo mi parla, mi dice le stesse cose e subito lo capisco, ne accetto le idee». 

«Credo che stasera farò felice mio padre, perché lo saluterò con più rispetto e credo che sarò più in grado di comprenderlo, di ascoltarlo. Grazie per questa lezione». 

«Facciamo entrare quei signori che ormai saranno impazienti; vediamo che succederà»; e con un’altra risata l’avvocato si avvicina alla porta, bussa e al piantone dice di chiamare il giudice. 

(Id. pagg. 54-57) 

Tornato in cella, nella sua cella, Agostino ha ritrovato quasi con piacere le sue poche cose e il libro lasciato aperto: sente il bisogno di sdraiarsi, di mettersi nella sua solita posizione di meditazione, con le mani incrociate sotto la nuca. 

Quella era una posizione consueta, una abitudine che aveva acquisito da ragazzo quando, stanco delle scorribande nei boschi saliva fino alla sommità di una collina che, vicino casa, dominava il largo orizzonte. 

Se ne stava, allora, sdraiato sull’erba con le mani incrociate sotto la nuca a guardare il cielo e le nuvole che mosse dal vento cambiavano continuamente forma e le rondini che veloci gli sfrecciavano vicine stridendo. 

Allora il cielo sembrava vicino, sulla collina, nel silenzio bello della natura. 

Il vento, col cambiare d’umore, recava ora la resina pungente dei pini, ora la salsedine del mare vicino. 

Volgendo lo sguardo erano suoi i boschi folti di pini e di grosse querce intessute di rovi. 

Andava a ritroso a ritrovare quella sua primavera, e i suoi ricordi si fermavano al mandorlo che per lui, ragazzo, era un fantastico rifugio ai suoi sogni, ma anche una torre aerea, un rifugio dopo ogni scappata per sfuggire a meritati scapaccioni. 

Ma allora in quel cielo azzurro oltre le nuvole bianche c’era Dio e la casa, vicino al mandorlo, l’amore della mamma. 

Agostino si sveglia bruscamente da questo sogno e il soffitto grigio e la lampada che pencola triste lo riportano alla realtà che sta vivendo, che deve affrontare. 

Ripensa all’incontro col giudice, con l’avvocato. Finalmente avrà notizie di Eva; è il suo primo pensiero; per il resto non si preoccupa, anzi è soddisfatto del proprio comportamento della decisione presa, della dignità dimostrata. È sicuro che se avesse chiesto comprensione, che se avesse spiegato, chiarito il perché di quei soldi, se si fosse arrampicato a dimostrare la sua buona fede, l’unico risultato che avrebbe ottenuto sarebbe stato quello di avere la commiserazione del giudice, la sua incredulità per quanto raccontato e avrebbe fatto sicuramente la figura di chi colpevole cerca disperatamente una via alla libertà e, nel suo caso, una via poco credibile. 

Pensa invece alla figura che ha fatto, al giudice che si trova di fronte a una situazione a dir poco singolare. Ma quanto singolare? Non sarà stato certamente il primo a rifiutare di difendersi. E poi, perché parlare di rifiuto? 

«Non ho detto che sono colpevole, ho affermato invece la mia innocenza e quindi mi sono difeso con questa semplice, ma piena parola. Chissà se mi concederanno la libertà, sia pure provvisoria; da come il giudice ha reagito non posso nutrire molte speranze. L’avvocato ha chiesto la fine del mio isolamento, il giudice ha accolto la richiesta e ciò significa che dovrò stare con altri; che sarò in compagnia. Sarà una compagnia forzata, non scelta, e non avrò più la mia intimità. Questo fatto mi turba; è vero che l’isolamento è considerato una pena, una condizione di rigore, ma a me non dispiace. Almeno qui posso rimanere in compagnia dei miei libri, dei miei pensieri, del mio silenzio, non essere costretto a parlare, ad agire con gli altri e come gli altri». 

«Per favore, adesso non complicarti la vita, hai fatto una scelta, vuoi fare una esperienza e ora, da uomo coerente, vai fino in fondo, sì, fino in fondo». 

Il torpore del sonno lo prende piano piano, mentre ancora pensa, mentre pensa a quel giovane avvocato, ai sentimenti che ha suscitato in lui, e al padre che, forse in quel momento, starà ascoltando dal figlio la sua storia, la storia di un uomo che proprio quel giorno si è sentito nuovamente vivo. 

Finalmente il sonno ristoratore arriva ad acquietare quel fiume di pensieri, di meditazioni. 

Lo coglie nella posizione di prima e questo rende propizio il rifluire di sogni che, per una sorta di contrappasso, lo riportano sempre in un mondo innocente, lontano, intimistico, di ragazzo che amava la solitudine, in continuo rapporto-dialogo con la natura, le cose. 

E così, come alla moviola, si rivede seduto sull’orlo di un torrente avaro di acque che scorre tra folti oleandri, in contemplazione, quasi a bere quella natura che lo circonda, mentre alle sue spalle una collina trapunta di mandorli, ulivi e vigneti riflette il sole che tramonta. 

Poi c’è il suo andare solitario fino a ritrovare le grosse querce messe lì, come tanti giganti, sulle rive del torrente, e più giù, dopo una curva, l’incontro con dei cipressi neri e dignitosi che sembrano fare la guardia a una chiesetta sbrecciata, piena di silenzio. 

Salutati i cipressi, si accosta alla porta chiusa e si inginocchia per una preghiera. 

La sua attenzione viene ad un tratto attirata da alcuni merli che funerei, litigiosi e arroganti, saltellano sul sagrato erboso. Il sogno continua e i passi leggeri lo riportano lungo il torrente, tra le acque che scuriscono con la sera e i ranocchi che saltellano tra un sasso e l’altro, disturbati nel loro ozio. 

Un sorriso lieve si è posato sulle labbra dell’uomo che dorme in una cella di isolamento di un carcere sprofondato nel buio della notte e del tempo. (Id. pagg. 61-64) 

«Ma torniamo alla violenza, esaminiamo questo mostro da vicino. La chiamo mostro, ma forse non dovrei perché la violenza è nella natura umana, è la filigrana della intelligenza e la puoi scorgere controluce». 

«Come in una banconota: vedi i disegni, i colori, le cifre; poi, se la guardi in controluce, vedi qualcos’altro che connota e convalida la qualità». 

«Così è per noi. Sin dalla nascita subiamo ogni sorta di violenza; la prima, forse, è quella del parto. Cosa sappiamo dei traumi che subiamo e che magari ci portiamo poi nella vita?». 

«Anche un certo modo di educare può essere violenza; pensa a quanti adulti, siano genitori o insegnanti, che assolutamente impreparati, impongono ai bambini, ai giovani, senza nulla conoscere della psicologia, le loro regole, i loro principi, le loro pseudo conoscenze educative, e non sono attenti alle reazioni che possono provocare e alle distorsioni che con l’età matura divengono rancore, disinganno e anche violenza. 

Ci sono poi le istituzioni, la società, la politica con le loro pressioni e responsabilità; ci sono i singoli che esercitano loro violenze personali nei confronti degli altri, e anche noi, quando violiamo i nostri istinti, la nostra natura, imponendoci atteggiamenti che non sentiamo e che magari riferiamo a proposito della ragione, a regole della convivenza». 

«Ma quanta di questa violenza è esercitata consapevolmente? Quanta, cioè, con il convincimento di praticare violenza e quanta invece è imposta da gente convinta di muoversi nel giusto, nell’adempimento di un proprio dovere o nell’ambito di una posizione di primariato sui propri simili?». 

«Queste ultime forme di violenza o di criptoviolenza sono le più pericolose, perché si annidano nel sistema stesso e nei suoi rappresentanti, spesso travolti essi stessi dal sistema che gestiscono. Costoro, piano piano, scivolano nella sonnolenza della deformazione professionale e mentale e si convincono col trascorrere del tempo di essere soggetti di diritti persino non riconosciuti alla totalità. Ma la conseguenza è che non essendo previsti limiti o vincoli di responsabilità, trattandosi di una violenza non penalizzata, né codificata da nessuna legge, questi fenomeni, a lungo andare, autoproducono categorie, gruppi, caste e centri di potere che incominciano ad organizzarsi, e allora siamo certi che si va cristallizzando una realtà che provoca, a sua volta, reazioni dapprima ragionate, democratiche, e poi violente. E così si ricomincia». 

«Scusami Carlo, se mi sono lasciato andare a questo lungo discorso, ma forse avevo bisogno di farlo ad alta voce, di parlarne con qualcuno, perché è da troppo tempo che me lo vado costruendo, affinando. E sai queste riflessioni dove mi portano? A riconsiderare il concetto di democrazia, non quello che sta scritto nei dizionari o nei testi scolastici ma quello più profondo, più ampio, che coinvolge la struttura, i diversi piani dei nostri pensieri, della nostra coscienza, dei nostri atteggiamenti, il modo di gestire la nostra presenza in una comunità, e i rapporti col prossimo, con la vita, nel rispetto assoluto di questo prossimo chiunque egli sia, del suo essere individuo; insomma, il modo come noi regoliamo le nostre azioni e reazioni ai fatti degli altri. Ma sarebbe troppo lungo trattare compiutamente tutto questo argomento. Lasciamolo alle accademie, alle tavole rotonde, dove, purtroppo, i soliti esperti si parlano addosso, si ascoltano e tutto finisce lì». 

«Adesso è ora di rientrare e potremo ritornare su queste idee, se ne saremo capaci, rifugiandoci nelle nostre meditazioni o anche ascoltando i discorsi dei nostri compagni, che, essendo essi stessi soggetti e oggetto di violenza, possono darci altri spunti di approfondimento». (Id., pagg.1 04-106). 

Puntualmente illegale gli aveva fornito l’indirizzo della guardia che aveva preso Eva, e Agostino gli aveva scritto pregandolo di dargli notizie della cagnetta. 

Un’altra nota positiva era stata la lettera del padre del giovane avvocato. Una bella lettera che ora conserva gelosamente. 

«Caro signore», era scritto, «so del suo caso da mio figlio, che mi ha parlato a lungo e con entusiasmo di lei, tanto che mi sembra di conoscerla. So quale ingiustizia sta subendo e con quanta dignità ha preso posizione. Anch’io mi sarei comportato allo stesso modo nell’illusione di riuscire a cambiare qualcosa. Ma mi chiedo, cosa?». 

«E poi mi è facile dire che anch’io mi sarei comportato come lei, ma io non ho provato il carcere, la privazione della libertà con tutto quel che segue e che conosco o per immaginazione o per averne letto o visto qualcosa al cinema. Quindi la mia vuole essere un’adesione ideale, una testimonianza più che altro. La prenda per quel che può valere». 

«Ma è più come padre che desidero scriverle, perché sento che è ugualmente importante». 

«Da quando mio figlio l’ha conosciuta, sì, l’ha incontrata in carcere, sento che egli è cambiato nei miei confronti. Prima, come sempre accade tra due diverse generazioni, e specie tra padri e figli, non c’era dialogo, confidenza. Era un rapporto ridotto all’essenziale, che mi poneva spesso in grave disagio e mi induceva a chiedermi in che cosa avessi sbagliato. Eppure, bene o male, ho speso la mia vita a lavorare onestamente per costruire qualcosa che mio figlio si potesse un giorno ritrovare. Con gli anni ho acquistato esperienza, conoscenza degli uomini e delle cose: esperienza che desideravo trasferire, secondo le circostanze, in mio figlio, sotto forma di consigli, di suggerimenti; e lo facevo con discrezione, nel timore di essere frainteso, di essere giudicato invadente, possessivo ». 

«Ma le risposte che ne avevo erano per me mortificanti, ferivano la mia sensibilità, il mio animo, che era indenne da qualsiasi interesse che non fosse il bene di mio figlio». 

«Cosa vuoi capire tu, mi rispondeva, che sei di un’altra generazione? Il mondo è cambiato e tu non lo riconosci più, non ti ci puoi ritrovare con le tue idee, col tuo modo di vedere e di giudicare gli uomini e il loro comportamento. So io quel che devo fare». 

«Vede, caro signore, so bene anch’io che il mondo sta cambiando e anche in fretta, ma certi valori, certe qualità umane restano, non possono mutare perché sono i pilastri su cui necessariamente deve poggiare il vivere civile. Ma i giovani, perché giovani li respingono, forse non li conoscono o noi, nella fretta di vivere, non abbiamo saputo farglieli apprezzare». 

«Tanto è vero che, con l’età matura, li riscoprono e così diventano come noi. Ma noi non ci saremo più, saremo già scomparsi portandoci dietro il dubbio di cosa abbiamo saputo fare, di cosa siamo stati per i nostri figli». 

«Forse altrettanto è accaduto anche a me con mio padre, ma allora c’era più tempo per recuperare, c’erano ricorrentemente degli accadimenti che ci univano per sopravvivere; e poi la casa era l’occasione di incontro della famiglia nelle ore serali, quando c’era ancora la possibilità, la buona abitudine di parlare». 

«Le ho detto tutto questo per arrivare al punto; mio figlio ha scoperto cha anche gli anziani hanno qualità e coraggio, hanno la forza delle proprie idee che è poi quella della vita accumulata giorno dopo giorno e questa scoperta l’ha trasferita anche su di me. Finalmente ora parliamo, ci confrontiamo, e questo mi fa sentire ancora utile in un rapporto generazionale nel quale, non si deve mai individuare un confine netto tra la vita di chi arriva e quella di chi deve partire». 

«La benedico e l’abbraccio». (Id., Pagg. 110-112) 

Romano Cammarata

Da “Spiragli”, anno IV, n.3, 1992, pagg. 23-40.




Entusiasmo sconvolto 

Erano trascorsi tre mesi dacché ero uscito dal seminario. Avevo terminato gli studi teologici ed aspettavo una sistemazione: a ventiquattro anni, dopo aver dedicato il periodo più bello della vita agli altri, ne avevo diritto. L’avvenire, però, non si presentava roseo e le condizioni in cui versavo non erano, certo, le più adatte a prospeltam1i un futuro quale avevo desiderato e sognato durante i tredici anni trascorsi in seminario: l’ordinazione sacerdotale, fissata per il primo di agosto, era stata sospesa a mia insaputa. 

Volendo essere al corrente delle cause che avevano determinato una decisione tanto repentina ed inattesa quanto grave, il vescovo mi rispose: “Non siete voi, figliuolo, a scegliere: è la Chiesa che vi chiama; e voi dovete rispondere. Non siete voi a proporre, ma la Chiesa, io, a decidere. Aspettate. Potranno passare due, tre, quattro mesi, forse un anno. È un periodo di prova che voglio da voi. Lo chiedo io. lo chiede la Chiesa, lo chiede Cristo. È lo spirito del Concilio, questo”. 

La risolutezza, con cui pronunciò le ultime parole, mi fecero capire che non c’era da sperare se non che la ‘tempesta si calmasse. 

“Sono stati spediti tanti inviti, eccellenza … “, sibilai con un fil di voce, temendo di infastidirlo e di scatenare una reazione difficilmente contenibile. Tirò un sospiro profondo; avrebbe voluto investirmi con una valanga d’improperi, ma si frenava e controllava come non mai, come potei intuire dal rumore dei denti stretti e dalla labbra nervosamente compresse. “Trovate una scusa qualunque. Sapete scrivere bene, voi. Vi dilettate di letteratura e, come mi è parso di capire, le parole non vi mancano”, disse e continuò con amara ironia: “Inviate una poesia, magari. .. “. 

“Va bene”, risposi a fior di labbra. “Aspetterò come vuole il Concilio”. Baciai l’anello ed uscii senza chiedere la benedizione, cui teneva più della riverenza e della genuf1essione. Il vescovo divenne più cupo e nervoso; avrebbe voluto rimproverarmi, e l’occasione era buona, ma si controllò, chiudendo di nuovo violentemente le labbra. 

Fu un colpo terribile. Crollarono tutti i sogni e le illusioni che mi avevano creato in seminario e mi trovai in fondo ad un baratro. Dimenticai di colpo il discorsetto preparato per chiarire alcune divergenze e malintesi. Ero confuso e, quando lasciai il vescovo, la mente era schiacciata da due pensieri, uno più orribile dell’altro: resistere o dimettermi. 

“Io mi dimetto!” fu la prima reazione mormorata a denti stretti, mentre chiudevo la porta dell’anticamera. Attraversando una lunga sala riccamente tappezzata, ove su panche addossate alle pareti era gente in attesa d’essere ricevuta, incominciai un utopistico soliloquio ed una furibonda e spietata requisitoria contro il vescovo e quanti avevano, con calunnie e frecciatine, contribuito alla inattesa e drammatica decisione. Quando non riuscii a trovare una parola adatta per dipingere quel viso ipocritamente atteggiato ad un affettato pietismo e quegli occhi grifagni penetranti come lame, che avevo appena lasciato nello studio tappezzato di damasco rosso, ove, con semplicità e pacatezza mi era stato creato un dramma ed un trauma difficilmente guaribile, fui assalito da un altro pensiero, più terribile del precedente: ” Gli invitati… Mille partecipazioni… Un paese in attesa. Quanti soldi sprecati e gettati al vento!”. 

Camminavo adagio, trascinando i piedi sul pavimento di marmo levigato, lucido e cerato. Quanti erano ad attendere mi guardavano con una certa pietà: e, arguendo dal mio stato quanto il vescovo mi aveva detto, guardandosi negli occhi, mormoravano, tentennando la testa: “Povero giovane…… Il mio dramma aveva fatto il giro della diocesi, come potei desumere dallo sguardo dei preti lì presenti. Quegli stessi, che qualche giorno addietro, in occasione del diaconato, mi avevano osannato e festeggiato, non mi degnarono d’uno sguardo e d’una parola. Il loro silenzio e il sorriso malizioso con cui mi seguirono fino all’uscita mi fecero sentire un verme, un essere spregevole, reo eli non so quale delitto. Quelli, certo, non erano santi: di tutti conoscevo episodi poco edificanti, che, probabilmente, non erano giunti all’orecchio del vescovo. 

Mentre scendevo le scale di mam10, fui assalito da un altro pensiero, che m’inchiodò dov’ero, sospeso tra un gradino e l’altro: “E gli invitati che verranno per il primo di agosto dove li metto? Questo, forse, il vescovo non lo sa”. 

Mi venne il capogiro, la borsa mi cadde di mano e si fermò sul pianerottolo, a pochi gradini da me. Mi accasciai sulla ringhiera di marmo e, con la faccia tra le mani, immaginavo lo scontento degli invitati: alcuni avevano anticipato, altri posticipato le ferie, altri vi avevano rinunciato. 

Ero sommerso da questi ed altri pensieri, quando mi sentii scuotere per un braccio: “Se non stai bene, vattene al manicomio, così non metti nei pasticci chi non c’entra! Giacché ci sei” sappi che il vescovo ti ha sospeso l’ordinazione. Ora puoi riflettere di più e dedicarti alla fotografia, al disegno, alla musica, all’eloquenza, alla letteratura… Sappi che tutto questo è indegno per un prete. A riguardo il Concilio parla chiaro”. 

Come scosso da un lungo sonno, distinsi appena i lineamenti di quel prete, cercando di ricordame il nome. Finsi di non sentire e, senza rispondere, continuai a scendere lentamente le scale. 

Saliva allora una ragazza, pallida, emaciata, con le labbra livide e gli occhi incavati. I capelli, lunghi e spioventi sul petto ansimante, coprivano abbondantemente i seni appena abbozzati e compressi sotto una maglietta scura, semitrasparente, Raccolse la borsa, me la porse e, tendendomi la mano, sospirò: “Sono ammalata.. , Ho fame”. 

“Non darle niente e mandala via!”, sentii urlare dalla cima della scala. Solo allora conobbi il prete che mi aveva scosso e mi impediva di aver compassione d’un’infelice, forse, più di me , Mentre frugavo in tasca, fissai a lungo quegli occhi tristi, che seguivano il prete allontanarsi imprecando. 

“È il prete più cattivo, egoista ed avaro che io conosca. Non mi ha dato mai nulla e mi odia”, disse traendo un sospiro. Spostò i capelli vezzosamente sulle spalle e soggiunse: “Se non vi sentite bene, appoggiatevi a me. È inutile che vada dagli altri preti: lì sono tutti uguali, a cominciare dal vescovo. Eppure la domenica raccolgono le offerte per gli affamati della città”. 

Le poche parole bisbigliate tra un sospiro e l’altro mi sollevarono e gettarono nell’animo un raggio di speranza, Non ero solo a soffrire in questo mondo: avevo incontrato una creatura più infelice di me. 

Conoscevo bene quel prete: era stato il mio professore di lettere alle medie, era un saccente così presuntuoso che, nonostante i principi cristiani, avevo odiato profondamente. In quel triste momento mi vennero in mente tutte le bacchettate ricevute sulle mani, soprattutto quando avevo i geloni e mi facevano male. Per le sue torture passava per il professore più severo e formativo. Durante tutti gli anni delle scuole medie, nonostante sgobbassi maledettamente, per una parola mormorata e una battuta fuori posto, non mi aveva dato mai la soddisfazione d’essere promosso a giugno. Voleva che abbandonassi gli studi e che andassi via dal seminario. La sua avversione nei miei riguardi era tale che, quando giungeva 

il mio turno, pur di non vedermi, si sceglieva di persona i chierichetti, che dovevano servirlo mentre celebrava la Santa Messa. Per me, allora, era un’umiliazione gravissima, anche perché in classe, davanti a tutti i compagni, faceva notare e metteva alla berlina tutti quelli che, secondo lui, erano i miei difetti. Ma avevo un carattere forte e sopportavo tutto in silenzio. 

Feci cadere in mano alla ragazza le poche monetine che avevo e soggiunsi: “Adesso non ho più un centesimo, neppure per tornare a casa”. 

“Grazie”, disse, diventando rossa in viso. Mi fissò per un attimo stupita ed andò via, scendendo lentamente. 

Al pensiero di preparare altri stampati per avvisare gli invitati, di comperare altri francobolli e disimpegnare quanto già impegnato, mi sentivo impazzire. “Ha ragione Dante di subissarli tutti nell’inferno! Che razza infame!”, mormorai frenando un singhiozzo. In tasca non avevo soldi e quei pochi a casa non potevano essere utilizzati: li avevamo chiesti in prestito e dovevamo restituirli. Provai non poca vergogna ed imbarazzo nel trovarmi in quell’ingresso lussuoso e tornare nella mia povera casa, dove aspettavano in ansia i miei genitori, che avevano affrontato già troppi ed enormi sacrifici. A mezzogiorno o a sera, a casa si mangiava una sola volta e, dopo il primo piatto, il pasto era finito. La carne si mangiava solo se moriva qualche gallina e tre volte all’anno: a Natale, a Pasqua e durante la festa del Protettore. I contadini allora conducevano una vita molto misera e la farne era sempre in agguato. 

Con un bagliore improvviso, mi si presentò davanti agli occhi una giornata della vita che mi attendeva: sacrifici, umiliazione, farne. 

La mattina, quando il sole sorgeva e il vescovo si alzava, io ero già stanco di raccogliere covoni e spighe, di caricare carri di fieno, di paglia e di letame, di zappare. A mezzogiorno, dopo una stentata colazione di pane nero indurito al sole, dovevo raccogliere lumachini per pescare le anguille. La sera, dopo cena, mentre i miei compagni di seminario ed il vescovo sazi e spensierati si intrattenevano davanti al televisore fino a tarda notte sprofondati in soffici poltrone, io studiavo fino a che cadevo addormentato sui libri. 

Il vescovo, questo, non lo sapeva ed il Concilio non lo aveva suggellato. 

Antonio Orazio Bologna

Da “Spiragli”, anno IV, n.1, 1992, pagg. 61-64




 Grida la rosperìa 

Grida la rosperìa

la sua critica scettica: 

non c’è più poesia 

ma c’è l’arte poetica  

Manuel Bandeira, Os sapos, 1918 

(Trad. di Renzo Mazzone) 

(da Mosaico de Manuel Bandeira. Poemas de Carlos Dmmmond de Andrade, a cura di l(jlio Castaiion Guimaràes, Ediçòes Alumbramento – Instituto Nacional do Livro, Rio de laneiro, 1986)




Traccia

Un poema 

libero da grammatica e da suoni 

delle parole 

libero 

da tracce. 

Un poema fratello 

d’altri poemi 

che spengano la sete 

ai corsi d’acqua 

e rilucano come pietre al sole. 

Un poema 

che sia senza il sapore 

della mia bocca e sia 

libero 

da segnali di denti sopra il dorso. 

Poema nato 

agli angoli di strade, lungo i muri 

come povere parole 

con parole appassite 

però 

libero tanto 

che da se stesso tragga 

la decisione 

d’essere 

scritto o no. 

IMPEGNO 

Tocca ora al corpo 

morire 

giorno per giorno 

andare 

e disabituarmi 

del volto 

che io 

chiamavo mio. 

INTENTO 

Ho tanto usato 

questo corpo 

tanto. 

È giusto ch’io lo lasci 

e lo metta a giacere. Perché sia 

dimenticato. 

SAZIETÀ BIOGRAFICA 

Ho forse camminato senza piedi 

e volato senz’ ali. 

Sono un sogno svanito. 

Scrivo lettere ai fiumi di frequente 

mentre coltelli 

puntano al mio cuore. 

Che posso dire 

(se smettono gli uccelli di cantare) 

e come amare 

(se amano gli amanti il suicidio)? 

Gli assassini conoscono il mio nome. 

INGANNO 

In fin dei conti 

costruiamo edifici 

case giardini dove 

sono sbocciate rose 

tremule. In fin dei conti siamo sempre 

sottomessi agli impegni d’ogni giorno 

alle stagioni 

dell’anno 

ed alla rotazione della terra. 

La nostra patria pensavamo fosse 

questa. 

da Risco, Nankin Editorial, Sao Paulo, 1998




Dopo la notte 

di Araujo

Albeggia. È intenso il luccichìo del sole. 

Respirare, vedere 

e nel rimescolìo dei sentimenti 

si risvegliano i dubbi tumultuosi. 

È forse questa l’ora cui si addice 

rimescolare il fondo delle notti 

bianche? 

La nostalgia, se intensa, è dolorosa 

sànguina ed ora 

che la mia età s’è fatta più matura, 

la sensibilità e i desideri 

dell’impossibile 

mi lasciano affogare con un nodo 

di lacrime. 

Forse mi sono immersa in acque fonde 

sin dalle prime luci? 

Rita de Cássia Fernandes Araújo* 

(vers. it. di Renzo Mazzone) 

da Por detrá das gavetas (2008) 

* Rita de Cássia Fernandes Araújo, poetessa brasiliana del Ceará del secondo Novecento, è autrice delle raccolte liriche: Cores (1984), Essêcia (1987), Sementes (1990), Unguentos (1991), Cartas ao Anjo da Guarda (1997), Mulher e terra (2000), Manga Madura (2004), Por detrá das gavetas (2008). 

da “Spiragli”, 2010, n. 1 – Antologia