Le Oche Capitoline 

Ai giorni nostri, il maschio in fregola di dar della «stupida» alla femmina, se la sbriga appioppando a garbo e sgarbo lo spregiativo «oca!» con grande offesa per la donna e senza riguardo per i pennuti animali quaqquanti che, secondo i Romani, sapevano i fatti loro e non di rado anche i fatti degli altri: cosa di non scarso peso! 

Convinti della differenza che divide gli sgarrupati nipoti dai forti padri Romani, questa differenza vediamo anche nelle oche che i Romani urbici, amburbici e suburbici non cantilenavano a dileggio delle femmine se oca=anser in latino di genere mascolino solo ai maschi poteva essere indirizzata e volta a scherno, disprezzo e beffa. 

Nell’Urbe ogni anno per la Sacra via dal Capitolio al Foro antico, si sgranava festevole processione a rinnovare il trionfo delle Oche Capitoline celebrate vincitrici dei Galli, salvatrici del Sacro Colle, conservatrici di Roma, dei Romani e di tutta la Romania in barba ai capelluti Galli dalle Gallie in Italia per le Alpi tracimati a far ruine e a menar danni per le regioni e per tutte le contrade della Padania, della Tuscia e del Lazio antico. 

Andava accomodata in ricca lettiga un’oca addobbata in tunica stragula: e un corteo la seguiva pompatico al canto dei «triumphalia» con accompagnamento di tube, tibie e flauti a doppia canna: «incentiva» e «succentiva». 

Triste seguiva un cane che non sapeva di dover morire di croce: si premiava l’oca per le antiche sue comari che starnazzando allarme avevano salvato il Capitolio; si puniva il cane per gli antichi suoi compari che se la dormivano della grossa mentre i Galli scalavano la Rocca per occupar di notte il Colle che non riuscivano a prendere di giorno, come a dire: la tenebra aiuta, la luce tradisce! 

Nell’Ekumene Mediterranea e fuori fiorivano storici bilingui che, credendo alle Oche Capitoline, la leggenda tramandavano e illusi s’illudevano d’illudere i semplici sempre in attesa di farsi illudere per illudersi, e questo non gioco ma la verace realtà umana. 

Nonostante le belle parole degli storici e le loro dotte e per Giove Capitolino laboriose elucubrazioni, la Filologia Sperimentale non fa credito e non presta fede alla leggenda delle Oche Capitoline per non farsi illudere e per non continuare a ficcar nel caleidoscopio altrui false credenze: le leggende. 

Nel tentativo di scoprire le motivazioni della leggenda la giustificazione della Taratalla. 

I Galli di Brenno, occupata l’Urbe e massacrati in giro i Senatori e tutto per colpa di Papirio che non si era fatta crescere la lunga barba bianca perché barbaro nemico in fregola di tenerezze gliela lisciasse, ponevano assedio il Capitolio. 

Solitario il Capitolio tra gli altri Colli levava forma di mammella: «Roma»1, con il Foro Antico e il Palatino ad oriente, ad occidente con il Campo di Marte, con il Quirinale all’aquilone e a mezzogiorno con l’Aventino e con il Tevere: «Ripa Sinistra seu Ripa Romana» in quel punto tagliato dalla Tiberina in due rami di corrente impetuosa e di rapide schiumeggianti. 

I Galli insistendo nell’assedio si logoravano nell’attesa della resa. I Romani assediati non volendo far cosa grata al barbaro nemico continuavano a guardar i Galli dall’alto al basso e, data l’altezza del Sacro Colle, non potevano fare diversamente e, data la petulca indole di quella gente, non avrebbero mai fatto diversamente. 

I Galli non potendo spuntarla di giorno decidevano di provare di notte. Di notte i Galli lanciavano l’attacco generale ma non raggiungevano l’obiettivo prefisso. Sugli spalti dormivano le sentinelle: «vigiles», dormivano i cani: «canes», con i musi tra le zampe davanti ma per grazia di Giove Ottimo Massimo Capitolino vegliavano le oche: «anseres», animali ai quali chi riconoscerebbe valore, coraggio e comprendonio? Facevano confusione le oche all’avvicinarsi dei Galli e starnazzando svegliavano le sentinelle. 

Al quaqquare delle oche si svegliavano le sentinelle e gettavano l’allarme e sui bastioni e su gli spalti della Rocca accorrevano gli uomini d’arme a ricacciare i Galli sulle basi di partenza. Così le oche salvarono il Capitolio, salvarono Roma e con Roma fu salva la «romanità» e con essa l’umana civiltà sulla faccia della terra. Il fatto d’arme passò alla leggenda, si gridò al miracolo delle oche e le mamme romane che amministravano l’educazione dei figli: «liberi sub imperio matris», ai figli e nipoti raccontavano il fatto delle oche; così si raccontava allora e si racconta ai giorni nostri nei quali maestri annoiati e maestre insonnate espongono ad alunni annoiati e insonnati il miracolo delle Oche Capitoline; e tutti contenti del racconto perché le favole deliziano tutti e chi le racconta e chi le sente. 

Anche noi al nostro tempo credevamo alle Oche, ora alle Oche non crediamo più per due ragioni: la prima gagliarda quanto la seconda gagliarda non meno della prima. «In primis»; non essendo il Capitolio l’Arca di Noé come credere alla presenza di Oche in vetta al Sacro Colle? «In secundis»; come credere al sonno delle sentinelle: «vigiles» se i legionari delle Forze Combinate Romane non godendo della libertà concessa ai soldati «co’filo» e «senza filo» di re Franceschiello con buona pace degli amici del regno e con tema di tutti i Napoletani in genere e in particolare dei buoni Borboni del Reame, non potevano impunemente darsi al sonno in braccio a Morfeo durante il turno di guardia. 

Negli accampamenti: «castra», nelle mansioni: «mansfones», nelle sedi: «secies» e nelle stazioni: «staziones» si montava di guardia di giorno, si smontava di notte; nella fattispecie, interessano i turni della notte: quattro turni di tre ore; il primo dalle 18 alle 21; il secondo : dalle 21 alle 24; il terzo: dalle 24 alle 3; il quarto e ultimo; dalle 3 alle sei del mattino. Durante il turno, il legionario vegliava, non poteva dormire. La sentinella stringeva nella destra la tessera che ex.gr., recitava: «IV HAST. II. VIG.» = «Quarto degli Astati Secondo turno» e per tre ore teneva alta la destra con l’indice teso nel gesto dell’«index sublatus» per mostrare ai cavalieri della ronda: «circuitores», d’essere sveglio2. 

Le pene comminate ai rei di lesa disciplina escludono che sul Colle Capitolio le sentinelle «vigiles» si fossero addormentate in braccio a Morleo e se le sentinelle erano sveglie come potevano le Oche svegliare chi già sveglio? La leggenda negata dalla seconda ragione non più importante ma migliore della prima. Tutti i reparti legionari sulle picche levavano l’insegna: «imago» dell’animale simbolo dell’unità combattente. 

La «Quinta Legio Gallica» levava l’«Alauda»; la «Quinta Legio Macedonica» alzava il «Taurus»; la «Trigesima Legio U1pia» aveva a simbolo il «Capricornus» e così facevano tutti i reparti: manipoli, coorti, legioni. 

I Romani mancavano di fantasia ed erano «ope naturae» restii agli innovamenti. Perciò anche il reparto di guardia al Capitollo sulla picca alzava l’animale simbolo del reparto: l’oca, per il suo attaccamento ai luoghi e a persone nota ai Romani ancor prima che l’austrese Lorenz la ponesse al centro delle sue ricerche. Le sentinelle del capitolio: «vigiles» venivano chiamate: «anseres» = «oche» e non per dileggio come fa l’italica gente quando offende il prossimo femminino con lo spregiativo: «oca!» e non sa quel che dice e non imita i padri Romani che alle sentinelle: «anseres» = «oche» tributavano onori di trionfo e feste di gloria e l’oca. simbolo della memorabile difesa della Rocca Capitolina portavano in trionfo per la «Sacra via», discendendo dal Sacro Colle che da sempre mai leva fiaccola di civiltà agli occhi e alla mente di chi crede nella missione eterna a Roma assegnata dal «Fatum» nel suo imperscrutabile disegno che esclude avversari e negatori ma accetta pertinaci, contumaci e petulci contestatori a sua maggior gloria e solida glorificazione3. 

1. D. Nardoni, «Spiragli», Anno I, n. 4, 1989, pagg. 8-10.
2. Id., I gladiatori romani, E.I.L.E.S., Roma, 1989, pagg. 101-108.
3. Fatum: non «destino» come inteso o dato per inteso, ma la «Parola» divina che nella sua onnipotenza designava il mondo universo e non ci sarà uomo capace di stravolgere il suo disegno. Ciò obbliga a rivisitare la teologia romana che da politeista (impropriamente intesa) passa a monoteista (propriamente intesa) con scorno dei sofoni che credono alla prima per non aver neppure intravisto la seconda teoria propria della Filologia Sperimentale. 
– D. Nardoni, Sotto Ponzio Pilato. E.I.L.E.S., Roma, 1987, pag. 101, n. 38.

Da “Spiragli”, anno I, n.3, 1989, pagg. 8-14.




Le corna

Propria “chiromania”, proprio “maneloquio” distinguevano i Greci dai Romani. 

Nella gestualità parlano i monumenti: graffiti, pitture, mosaici, bassorilievi, altorilievi, statue 

che ancora parlano inequivocabilmente a chi i gesti intende e capisce. 

Facevano parte del maneloquio romano: il “pollex versus”, il “pollexpressus”, l'” index sublatus”, il “pollex indici coniunctus”, il “pollex versus ad latus”, il “pollex versus ad terram”, la “dextra manus sublata cum erectis digitis”, la “sinistra manus sublata cum erectis digitis “, la “dextra manus sublata cum pollice verso”, la “sinistra manus sublata cum pollice verso” e, infine, 

l'” index minimusque digitus erecti “. 

Dei gesti del maneloquio davamo retta e veritiera spiegazione nel nostro “La colonna Ulpia-Traiana”, esaminandone uso e significato nel maneloquio castrense; così, pure, nel nostro “I Gladiatori Romani, esaminandone uso e significato nel maneloquio circense. 

La “taratalla” presente mira a far luce sul gesto che sulle labbra e sulle dita dell’italica 

nazione ha assunto duplice significato nella parità del gesto. 

Oggigiorno, con lo stesso gesto gli Italoni intendono due cose diverse: l) “far le corna” ad insultar mogli e mariti “cornuti”; 2) “far le corna” per allontanare da sé o da persona cara mali, malanni, morbi e malattie, malocchio, iella, iettatura e scalogna. 

Alla discoperta dell’origine del gesto e dei due significati, la “taratalla” veniva sollecitata da conduttore televisivo che felice e contento, occupando beato e serafico tutto il cinescopio, in sua burbanza tenendo pergamo, calcando pulpito e battendo ambone, predicava convinto: .Il gesto delle “corna” originavasi in Creta, isola dalle cento città. In quell’isola ricca di luce e beata di sole, la prinCipessa Pasifae si prendeva di grande amore per il toro e con essa bestia fornicava, spudorata, carnal congiunzione. Dalla nefanda unione nasceva il Minotauro: essere dalle due nature: uomo dalle piante al busto, dal collo alla testa toro con froge, piatta fronte e robusti corni lunati. Da Creta, 11 gesto passava a Malta e diffuso per la Trinacria tutta, scavalcando lo stretto di Zancle, per la Magna Grecia delle Calabrie risaliva la penisola diffondendosi per le terre e le città d’Italia-o 

Questo il conduttore diceva slargando gli occhi dietro le lenti e soddisfatto soggiungeva: -Tutto questo scritto in un mio libro-, invitando con cenni d’occhi e di mani al consenso la gentil presentatrice che accanto gli faceva bordone di sorrisi e consensi. 

Quell’uomo apprezzato dai vicini e dai lontani faceva inorridire chi non digeriva la grossolana falsità delle “corna” cretesi come chi non riusciva a darsi ragione plausibile delle “corna” da Pasifae e dal toro fatte a non si sa chi se si escludono le innocenti vacche di Creta. 

Nella spocchiosa sicumera del conduttore e nella prona accettazione dei televidenti tutti, se non rei, correi della stessa incultura, la molla e il pungolo per la “taratalla”, mirata a togliere ai Greculi cretesi non cretini l’onore e l’orrore dell’infame gesto infamante. 

Sulle bocche, sugli indici, e sui mignoli degl1ltaloni, maschi e femmine “inclusive”, corre il gesto e l’espressione delle “corna” che racchiude uguale e opposto significato. Turba il fatto che chi fa il gesto delle “corna” contro cornificati e cornificate fa lo stesso gesto nella convinzione di allontanare mali, malanni, malocchio, iella, iettatura e scalogna, ma nessuno dà del fenomeno adeguata spiegazione. 

La Filologia Sperimentale ha recepito l’assioma: «Nella lingua non coesistono due “paroles” con ugual significato». Se questo è vero come vero, come spiegare l’esistenza dello stesso gesto e la coesistenza di due diversi e opposti significati nello stesso gesto? Se lo stesso gesto sopporta il significato delle “corna “: “far le corna “, mettere le corna ” e il significato apotropaico, i due diversi significati provano due diverse culture nelle quali essi avevano origine. Quali culture e quali civiltà? 

Nella Ciociaria, ampia terra che con valloni e valloncelli copre lo spazio percorso dall’Amaseno, dall’Ufente, dal Sacco, dal Gari, dal Liri, dal Rapido e dal Fibreno, chiusa a oriente dai contrafforti delle Mainarde, resiste uso antico mai dismesso dalla gente che rispetta le tradizioni dai padri ai figli e dalle madri trasmesse alle figlie. 

Padrini e madrine al fonte battesimale delle belle chiese ciociare mettono al collo dei battezzanti pargoletti catenina con crocetta d’oro, con manina d’avorio e d’oro con indice e mignolo protesi nel gesto delle “corna “. La preziosa “manetta a corna” è fossilizzato residuo della paganità più antica della croce cristiana, se la Roma pagana più antica della Roma cristiana. 

Nella colonna Ulpia-Traiana, i legionari regolari e i “sodites ” dei Reparti d’Assalto con al collo il fazzoletto con i colori del reparto, salutato Traiano alla voce: “Ave, Caesar”, con il gesto delle “corna” auguravano all’Obercomandante delle “Forze Combinate Romane” la condotta vittoriosa della “debellatio ” scatenata contro i pertinaci, pervicaci e contumaci Daci e contro il perfido Decebalo, re del “Secondo Regno Dacico Unificato”. 

I legionari “Undecimani Claudiani Pii Fideles”, “Secundani Adiutores”, “Quintidecumani Apollinares”, Quartidecumani”, “Primani Adiutores”, “Quartani Flaviani”, “Septimani Claudiani Pii Fideles”, “Tertiidecumani”, “Tricesimani”, “Primani ltalici”, “Quintani Macedonici”, “Secundani Traiani”, “Primani Minervii”, stretti dall’ “arctissima disciplina castrensis” potevano solo augurar bene al duce, contro il quale potevano sberciare stornelli caustici d'”italicum acetum ” e colorati d’osca oscenità lungo la “Sacra via” nel giorno del trionfo, alludendo senza veli e senza merletti alla condotta dell’imperial moglie Plotina. 

Quel gesto bene augurante come il fascio, il lituo, il flauto a doppia canna: “incentiva” e “succentiva” il rituale religioso, auguri e aruspicina e tutta la “Tusca disciplina” erano stati introdotti tra i Romani prisci abitatori del “Latium vetus” dagli Etruschi conquistatori. 

In un sarcofago etrusco giacciono sdraiati moglie e marito nella serena immobilità della morte: i due morti si scambiano il gesto delle “corna” che si facevano da vivi ad augurar vita beata nell’aldilà come vivi se l’auguravano nell’aldiqua. 

Nelle mani, nelle teste, nei cuori e sulle bocche degli antichi Etruschi e dei Romani come dei Ciociari il gesto non contemplava traditi e tradite, cornuti e cornute, cornificabili e cornificandemail premuroso augurio che mali, malanni, malattie e morbi, malocchio, iella, iettatura e ogni fattura stessero lontani dalla 

persona cara verso la quale s’appuntava il gesto d’affettuosa cura. 

Il gesto non abbisognava di spiegazione per i Romani abituati a cacciare con la “furca” i lupi dal gregge e a portare in cima ai due denti della “furcula” zaino, viatico e utensili utili al legionario nelle marce forzate: “magna itinera”. 

Le cose mutavano e per le contrade d’Italia scavallavano i Barbari calzavando elmi dalla liscia calotta e con robusti corni, ma nelle menti della gente italica e nelle mani resisteva il gesto e perduravane l’antico significato apotropaico. 

I Romani tradivano mogli, amanti e concubine e facevano gran pratica delle meretrici nei lupanari, ma dicevano “committere adulterium” o “per fidem decipere” riferiti alle adultere traditrici mai agli adulteri traditori, il maschio godendo allora d’ampia libertà negli affari sessuali. 

L’espressione: “far le corna” non nata nella Tuscia degli Etruschi, non nella Romania dei Romani, nata nei tempi barbarici, se Basilio Faber scriveva: .Cornua viris uxores dicuntur hodie facere quae impudicae sunt et adulterantur>, con l’avverbio “hodie” sottolineando la nuova espressione non registrata nella lingua di Roma, 

Negli Statuti di Ferrara il capitolo col titolo: “De uxsoribus corna facientibus viris suis” porta l’espressione ma d’essa non spiega origine e formazione. 

Per le terre d’Emilia e Romagna scorazzavano i Goti barbari e fieri che pià barbari e più fieri non se n’erano mai visti per quelle contrade. Quei guerrieri fieri delle spade ma più fieri degli elmi che con i corni significavano rango e grado di chi l’elmo calzava, apprezzando i fabbri italici, da questi si facevano fare gli elmi ornati di corni. 

Quei barbaro cogli elmi in testa movevano a guerra, a rapine e saccheggi e i fabbri che gli elmi avevano ornato di corni si davano cura e pena per racconsolare le mogli abbandonate, dal “fare i corni” passando a “far le corna“, con buona grazie delle femmine con gioia dei maschi, ma con acerbe rampogne dei frati e dei preti che dai pulpiti tuonavano contro la pratica scellerata che se aveva dell’umano, niente aveva del cristiano spirito basato sul “loghion”: <<Non fare ad altrui, quanto non vuoi fatto a te stesso!>> che non riguarda solo il campo delle “corna”, anche se lo tocca nel profondo a vantaggio del singolo, a vantaggio di tutta la società. 

Davide Nardoni

Da “Spiragli”, anno IV, n.2, 1992, pagg. 4-6




“Le Catacombe” 

Da tutti i paesi della Cristiania vengono a Roma i romei. Questi pellegrini visitano le Quattro Basiliche dell’Urbe, ma fuori le mura: “extra moenia”, fanno omaggio alla memoria dei santi Martiri scendendo nel buio delle catacombe. 

Siedono i romei nello spiazzo e aspettano il frate-guida tendendo l’orecchio all’altoparlante che chiama a raccolta i pellegrini di questa o di quella lingua. Fattosi il gruppo, muovono i devoti pellegrini dietro il frate e scompaiono inghiottiti dalla terra che sacra contiene e cela i misteri delle catacombe. Riemergono i romei dalle viscere della terra; e sono impressi negli occhi di tutti i segni della sorpresa di quanto visto, di quanto udito dal frate sulla storia delle catacombe. 

Al romeo curioso che chiedeva chiarimento sul significato della parola: “catacomba”, la guida rispondeva: «“catacomba” oggi indica il luogo destinato alle sepoltura dei cristiani accanto alla tomba dei martiri: “ad Sanctos”; anticamente significava altro, indicando la località nella quale erano scavate nel tufo le tombe cristiane». 

Della parola “catacomba” con la quale s’indicavano a cominciare dagli scorci del terzo secolo dopo Cristo: “post Christum natum”, i sepolcri cristiani ed ebraici di Roma, di S. Gennaro a Napoli e di S. Giovanni a Siracusa si danno le seguenti spiegazioni: l) “presso l’avvallamento”, 2) “presso le barchette”, 3) “presso i sepolcri”1. 

La Filogia Sperimentale, convinta che la parola: “catacomba” possa e debba avere un solo significato, impone di rivedere la questione per cercare di scoprire il significato originario, ignorato per mancamento di archeologi e filologi che tempo consumavano a dottrina in tentativi infruttuosi e per questo supervacanei. 

La buona metodologia consiglia di fissare il “rhematogramma” della parola: “catacomba”, risalendo dal significato conosciuto al significato originario sconosciuto, lungo il divenire diacronico, nei mutamenti vedendo il continuo cambiare della società che la parola usava e che agli inizi inventava. 

Se oggi la parola: “catacomba” indica i sepolcreti cristiani ed ebraici, all’origine la parola indicava la località con nome che ne indicava il segno distintivo, indicativo di vita, non di morte. 

– «Si tratterebbe di un’espressione latina corrotta che significherebbe: “luogo presso le barchette”, probabilmente perché v’era colà qualche insegna d’osteria o qualche rilievo con due o più barchette» (A. Baruffa, Le Catacombe di San Callisto, Ed. Elle Di Ci, Roma, 1988, p.20). 

– «The word “catacomb” has a curious history and a very doubtful etymology; de Rossi takes it to be a hybrid word, half greck and half latin, meaning: “next the sepulchres”» (W. Lowrie, Christian Art and Archaelogy, MacMillan London, 1901, p, 23).

Nell’Urbe, i quartieri: “regiones”, venivano indicati con modo uguale ma con nomi diversi tratti da caratteristica del quartiere, ex.gr.: “Ad fa1carios”, “Ad capita bubula”, “Ad ursum pileatum”, “Ad clivum cucumeris”, “Ad Vestae” etc.; allo stesso modo s’indicavano le località estramurali: “extra moenia”: “Ad duas lauros”, “Ad tres tabernas”2. Quest’uso, questa pratica lascia credere che l’ “Ad catacumbas” all’origine indicava la località “extra moenia” che si estendeva sul lato destro dell’ “Appia via” e con caratteristiche tali da farla indicare con quella espressione. Perché la località posta al secondo miglio veniva’ indicata con l’espressione: “Ad catacumbas” è un mistero. 

Ben vedeva, e ben sentiva de Rossi che nella voce: “catacumba” scopriva ibrido formato da voce greca: “Katà” e da voce latina: “cumba” e convinto dando a “katà” il significato di “sotto” e a “cumba” il significato di “sepolcro”, traduceva l’ibrida: “catacumba” con la parola italiana: “sepolcro” e l’espressione: “Ad catacumbas” con “presso i sepolcreti”3 Se de Rossi avesse conosciuto la metodologia della Filologia Sperimentale e se avesse ricostruito il “rhematogramma” della parola: “catacumba” non si sarebbe fatto fuorviare dalla presenza nella zona dei sepolcri cristiani. 

Se “catacomba” finiva col mutare non di forma ma di significato, questo deve attribuirsi alla cambiata situazione che mutava il significato alla parola come mutava la destinazione della località4. 

L’espressione: “Ad catacumbas” è certamente un ibrido greco-latino dovuto alla gente che parlava greco e parlava latino e che viveva e lavorava nella zona. Infatti, la preposizione: “ad+acc, ” traducendo la preposizione greca: “katà+acc,”, risulta pleonastica e se necessaria per i latinofoni ad indicare la località, essa risultava inutile per i grecofoni che con “katà kymbas” indicavano la località che un esperto di lingua avrebbe ben reso in latino con il semplice: “Ad cumbas”, la comune maniera d’indicare vie, quartieri, posti, località e zone, L’inutile, superfluo, pleonastico: “ad”, scorretto frutto del bilinguismo greco-latino, aprendo a nuova espressione e a nuovo modo di dire, creava la difficoltà d’interpretazione e di lettura ancor oggi attuale. 

Per fissare nel “rhematogramma” il significato originario dell’espressione:” “Katà kymbas” o “Ad cumbas”, annotiamo: 1) “Ad+acc,” in latino indicava la località; 2) “Katà+acc, ” in greco indicava la località; le due preposizioni debbono considerarsi a sé, non insieme; 3) la parola greca: “Kymbas”, ace, plur. del singolare greco: “Kymbe” significava: 1) “barca”, 2) “calice” a fonna di barca, I due significati uniti nella filologia nucleare dallo stesso significato di base che richiama sempre la “barca”5. 

Nella località sulla destra dell’ “Appia via” non esistendo canali navigabili, inaccettabile la traduzione di “cumba” con “barchetta”, a meno che la “barchetta” non fosse il marchio della ditta che nella zona estraeva il tufo dalle viscere della terra6; di questa società non abbiamo notizia. Il secondo significato permettendo di tradurre: “Katà kymbas” greco e “Ad cumbas” latino con l’italiano: “Ai calici”, farebbe pensare all’insegna di un’osteria attiva nella zona dell’Appia, al secondo miglio con esercenti greci e frequentata da chi parlava greco che lavorava nei paraggi delle cave di tufo o che passava per l’ “Appia via” diretto a Roma o da Roma diretto a raggiungere le amene città della Campania e Pozzuoli, porto d’imbarco per la Grecia. Non avendo noi notizia della società estrattiva e dell’osteria e non potendo far scelta tra le due ipotesi, siamo però certi che una di esse a suo tempo costituiva il segno caratteristico adatto ad individuare la zona e a dar nome alla località se tutti i toponomi han sempre qualcosa che li lega strettamente alla zona che essi indicano. 

“Ad catacumbas”, ibrido latino-greco formato sul: “Katà kymbas” greco, sia che l’espressione indicasse una società o un’osteria, aveva comunque a che far con la vita, non con la morte se in quella località sull’ “Appia via”, a due miglia romane da Roma a quel tempo si seppelliva ai lati della “regina viarum” e non nelle zone adiacenti. 

In prosieguo di tempo, la società cambiava e la situazione economica e il costo dei posti per le tombe e la scarsità del terreno costringevano a cercare altrove luoghi da destinare alla sepoltura. Questi luoghi venivano trovati in varie zone di Roma7 e in essi gli archeologi scendevano per trovarvi le memorie di un’epoca passata e di sentimenti che se turbavano gli uomini che seppellivano i morti nelle ·catacombe”, turbano ancora gli uomini che nelle “catacombe” scendono a pregare Dio e a venerare i Martiri che con il sangue provarono la forza della loro fede. 

Il nome “catacombe” se prima indicava la località a due miglia romane da Roma sulla destra della via Appia, passava poi ad indicare i sepolcri sotterranei scoperti nelle diverse zone di Roma, cristiani e ebraici senza discriminazione. In questi sotterranei sepolcri Cristiani ed Ebrei seppellivano mantenendo la maniera romana ma su d’essa innestando i motivi e le ragioni e la fede di una religione diversa da quella pagana. Nelle “catacombe” non era difficile scoprire le idee di chi rispettando i morti sapeva di rispettare i vivi: questa la ragione prima ed ultima delle sepolture e del culto dci morti presso tutti i popoli. 

Davide Nardoni 

 1) «È un nome casuale, derivato dal fatto che fin dai tempi antichi con esso s’individuava uno dei tanti cimiteri romani, quello famoso di s. Sebastiano, il quale fu denominato “in catacumbas” per una specie di avvallamento o affossamento» (L. Hertling-E. Kirschbaum, Le Catacombe Romane e i loro Martiri, P,U.G. Roma, 1949, pp. 22). 
2) .In regione Palatiifuerunt septem vici, quorum unus dicebatur: Ad Capita Bubula, vel quod ibi v!derentur sculpta boum capita vel venalia et suspensa. (A. Babelonius, C. Suetonii Tranquilli Opera Omnia, Remondini, Bassano, 1787, Tom. I, p., 04, noto 3). 
3) A dar significato all’ibrido da lui intravisto, de Rossi era spinto anche dalla voce: “accubitorium” che indicava il luogo della sepoltura. 
4) La Filologia Sperimentale per tanti aspetti si distingue dalla Filologia Statica ma soprattutto perché insegna a ricreare il “rhematogramma” inteso non come vuoto “flatus vocis” ma come il registro nelle sue mutazioni diacroniche del continuo mutamento della società. Questo significa: chi fa Filologia fa Storia; chi vuol far Storia deve fare Filologia se vuol raggiungere la verità dei fatti storici. 
5) G. Scapulo, Lexicon Graeco-Latinum, F. Dove, Londra, 1820, p. 357. 
6) In Ostia Antica, nella Piazza delle Corporazioni sui tre lati si affacciano le celle “export-import” delle varie ditte; ogni ditta davanti all’entrata del proprio ufficio, in mosaico, presenta il proprio marchio: la divisa della ditta. 
7) Catacombe cristiane: Via Cornelia: Cimitero Vaticano; Via Aurelia: Cimitero di S. Pancrazio (Coemeterium Octavillae), Cimitero del ss. Processo e Martiniano, Cimitero di Calepodio; Via Portuense: Cimitero di Ponziano; Via Ostiense: Cimitero di Lucina, Sepolcro di S. Timoteo, Cimitero di S. Tecla, Cimitero di Commodilla; Via Ardeatina: Cimitero di Domitilla; Via Appia: Cimitero di Callisto, Cimitero di S. Sebastiano ad Catacumbas, Cimitero di Pretestato; Via Latina: Cimitero di S. Gordiano, Cimitero di Tertullino, Cimitero di Aproniano;

Da “Spiragli”, anno II, n.4, 1990, pagg. 9-12




“La Fede” 

Sul Largo che per tre vie porta a s. Anselmo, a s. Alessio, a s. Sabina e a s. Prisca: basiliche che alte sul colle soccorrono ai bisogni spirituali dei fcdeli dcll’Aventino, del Testaccio e delle Remurie, alza gran cancello in ferro battuto 1’Istituto dello “Spirito Santo”. 

Nell’Istituto, le suore Figlie dell’Immacolata Concezione scguendo istinto e vocazione, danno l’anima a Dio, cuore, voci e mani ai bambini e alle bambine del quartiere per guidarli negli spinosi sentieri della scienza. Tengono le benedette suore i bambini e le bambine nelle aule a studiare e nel cortile a ricrearsi e fan cosa grata alle madri liberandole dalle smanie e dalle manie dei piccoli ma sgradita ai nonni privandoli della compagnia dei nipotini e delle nipotine: belli, tutti tesori e tesorucci! 

Un triste mattino, il nonno Davide accompagnava il nipote Pietro all’asilo e lo teneva per la manina come faceva Enea quando, scappando da Troia incendiata dai nemici Panellenici, portava il padre Anchise sulle spalle e tirava il figlio Julo per la mano destra. Triste Enea nel frangente, triste il nonno convinto di portare il nipote Pietro alla perdita della libertà se non alla rovina, come faceva il patriarca Abramo quando spingeva il figlio Isacco sul monte Maira per sacrificarlo al Dio d’Izraèl: cosa odiosa per il padre e per il figlio! 

Alle malcelate lagrime del nonno cercava di rimediare suor Pia che sorridendo diceva: al mondo nessuno indispensabile, tutti necessari: i padri, le madri, i nonni e le suore per l’equilibrata educazione dei piccini. 

Suor Pia, direttrice, donna capace e amabile suora, regge la schiera delle suore e corregge la banda dei ragazzi: tutto per meritarsi le benedizioni dei padri e delle madri, per guadagnarsi il ricordo dei ragazzi e per assicurarsi la beatitudine celeste e Dio la benedica nelle sue fatiche. 

Per vincere le resistenze del nonno Davide che si vedcva portar via il nipote, suor Pia rivolgeva al Professore formale invito per una conferenza all’Istituto, della conferenza fissando il tema: “La Fede”. 

Il nonno Davide accettava, come poteva dire: “No!” a chi gli toglieva il nipote con la promessa di restituirglielo migliore di come l’aveva ricevuto? 

La benedetta suora suonava trombe, scuoteva sistri, sbatteva cembali ma non sapeva di far musica non diversa dalla musica del retore Agamennone che nel “Satyrikòn”, a tutta bocca si affannava per dimostrare: tutti i maestri di tutte le scuole ricevono dalle madri i figli stupidi e alle madri li restituiscono più stupidi di prima1. 

Quel nonno che la pensava come Petronio, vecchio d’anni e d’esperienza ma nell’animo bambino più di un bambino, non sparava le pose, non si faceva pregare e per amore del nipote accettava e non sapeva a quali difficoltà andava incontro per colpa di quell’invito convincente perché innocente. 

Passavano i giorni e sul calendario, il giovedì della conferenza. Il nonno di Pietro, andava all’Istituto per tenervi la conferenza ma, pronto a rispettare l’impegno, non era pronto a far concione perché oscuro gli era il significato della voce: “Fede”. 

Chi ignorava il significato della “parole”;”Fede” come poteva tener arengo, batter pulpito, parlar dall’ambone o sproloquiare dal pergamo, quale scienza, quanta dignità, che d’autorità in chi ignorante non più” non meno della schiera degli uditori radunati da suor Pia perché udissero il dotto, anzi dottissimo concionatore? 

Andava verso Piazza Albania l’uomo pieno di miseria e, titubando sui passi, quel cristiano, cattolico, papista si raccomandava a Dio, ai Santi e alle Anime del Purgatorio perché mandassero luce e lumi a chi per non illudere gli altri, non riusciva ad illudere se stesso, ripetendosi la giaculatoria: “Chi sa, fa; chi rwn sa, insegna!”; grave colpa dei conferenzieri ai quali Dio perdona a patto che essi sappian almeno parlare, se a fare ci pensan quanti non san parlare: turbativa di confusione, tutta da ridere tant’essa è seria per chi l’intende o s’illude d’averla intesa. 

Fermo al semaforo di via s. Saba, il nonno di Pietro mirava Alì Skandaruberg che in sella al suo destriero, immobile in arcione pareva mandar voce per radunare alle insegne quanti gli passan a de~tra, a manca, per muovere contro i giannizzeri e i fanti turceschi. 

-Beato te!’, pensava nei pensieri l’afflitto nonno di Pietro, .Felice il cavallo che ti porta in sella; tu hai liberato l’Albania dai giannizzeri turchi e dai “baschi-buzuc” turceschi ma come poss’io far concione sulla “Fede” se ne ignoro il significato?, 

Dall’alto del piedistallo scendeva voce: -Uomo, vai vai pure! Io battagliavo i Turchi Ottomani armato di scimitarra nella destra e di fede nel cuore e capo e milizia d’accordo a combattere il nemico turcesco!-. 

Sorpreso dalla voce che veniva dal cavaliere che teneva le labbra serrate nella strettoia del bronzo, il nonno di Pietro, preso animo, si dava coraggio perché sentiva luce e lumi venirgli dalla parola: “accordo” pronunciata dal cavaliere eroe castriota, skipitaro e “ghegghiu”. 

La parola di Alì Skandaruberg giustificano la “Taratalla” e non è cosa di tutti i giorni per le vie del mondo e per le strade di Roma, sentirsi accanto in veste di suggeritore Alì Skandaruberg eroe skipitaro, castriota e “ghegghiu”, ignorato nell’Urbe ma conosciuto fin nella terra di Macedonia, 

Chiaro a tutti, ai barbieri e ai cisposi: la voce italiana: “Fede” derivata dalla voce latina: “Fides”; chi vuol conoscere il significato di “Fede” deve scoprire il significato aborigeno di “Fides” e per le “Degnità” della Filologia Sperimentale, deve far luce e dar lumi sull’aborigena società laziale del “S. P, Q. R= Senato, Esercito, Quiriti Romani” che la voce: “Fides” inventava, usava e trasformava nell’andar dei tempi: diacronico. 

Per la riscoperta del significato antico, batteremo la via “anabatica”; dal significato conosciuto risalendo al significato ignorato. 

I Romani con un’idiomatica dicevano: Trdibus musicen docere”=”insegnare la musica”; gli antichi maestri insegnavano su cetra o su lira: strumenti diversi ma formati da vario supporto e da insieme di “corde”; le “fides”, Le “corde”; “fides” venivano tese, appese al sommo del ponticello con appositi piroli per essere accordate prima che maestro musico e allievi musicisti e musicanti dessero attenzione e dita alle “corde”. A “corde” accordate si traevano dagli strumenti armonie; a “corde” scordate, dagli strumenti, disarmonie tra il disgusto di tutti: allievi, maestro e ascoltatori quando ve n’erano, se ve n’erano. 

Gli antichi maestri liutai di Grecia e di Roma ottenevano le “corde” finemente tagliando per il lungo le budella di capretti: “minuge” che dal verbo “findo” che 

indicava l’azione del “tagliare”, si dicevano: “fides”, Obiettivo del valente suonatore: aver le “corde accordate” per cavar recondite armonie dallo strumento. Orbene, al posto dell’eptacordo o dell’enneacordo, si ipotizzi cetra e lira bicorde: la prima “corda” di Dio, la seconda dell’individuo; dovendo ammettere: la “corda” divina sempre accordata. poiché l’eterno non muta ma muta il temporaneo effimero, tocca all’uomo accordare la sua “corda” sulla divina “corda”. Dalla lira o cetra bicorde, armonie quando accordate le due “corde”, disarmonie o stonature dalla diversa ampiezza, a seconda dell’ampiezza del disaccordo. Evidente, nell’armonia: il bene, nella disarmonia: il male; nell’armonico rapporto o accordo con Dio: il bene della grazia; nel disarmonico rapporto o disaccordo con Dio: il peccato. L’uomo in accordo con Dio è nella grazia divina; l’uomo in disaccordo con Dio è nel peccato. L’uomo può trarsi dal ” disaccordo”, riaccordando la sua ~corda” stonata sulla tonalità della “corda” divina e nell’avvenuto “accordo”, la riconciliazione dell’uomo con Dio nella speranza di nuove armonie. 

Questo tutto, “sic et simpliciter” il nonno di Pietro, detto Pierre, spiegava alle ambili suore nella sala dell’Istituto dello Spirito Santo che apre cancello di ferro battuto sul gran Largo che per tre vie mena a s. Alessio, a s. Anselmo, a s. Sabina e a s. Prisca. I predicatori attivi in quelle antiche basiliche di concerto con i fedeli, potevano sapere la definizione di Dante: “Fede è sustanzia di cose sperate / Ed argomento delle non parventi / E questa pare a me sua quidditate” riecheggianti le parole del Principe degli Apostoli e di s. Tommaso di Roccasecca, non d’Aquino, ma non la dcfmizione etimologica della voce: “Fides=Fede”2. 

Suor Pia con occhi lucenti ringraziava il conferenziere perché, avendo finalmente appreso il significato della vocc: “Fede”, vedeva più facile il suo discorso con le sorelle novizie quando alle giovani promesse Ella parlava della “Fede” e dei problemi ad essa connessi. 

Contento il conferenziere lasciava l’Istituto dello Spirito Santo e, passando sotto il monumento di Alì Skandaruberg, eroe castriota, skipitaro e “ghegghiu”, ringraziava a due occhi il fiero guerriero per lo spunto datogli per sciogliere la difficoltà che presentava la voce: “Fede”. 

La voce latina: “Fides” passata nel parlar volgare come: “Fede”, da tutti ripetuta e da tutti creduta praticata ma da pochi intesa: quelli che avevano ascoltato la conferenza e quei pochi che leggeranno la “Taratalla” scritta dal nonno di Pietro, ancora troppo piccolo e che preferisce macchine, macchinine e macchinette a tutte le sampiche, sanconiche buttabate del nonno Davide che Dio lo guardi, ora per allora e allora per ora! 

Davide Nardoni 

1. T. Petron. Arbitri, Satyrikon, M, Hadrianide, Amsterdam, G, Blaev, 1669, pp. 2-21.
(2) D. Alighieri, Paradiso, XXIV, 64-66.

Da “Spiragli”, anno III, n.3, 1991, pagg. 7-9.




“Il Ciclope Polifemo” 

Dio Padreterno nel Suo divino disegno. disponendo che i nonni si godessero i nipoti, usava bontà infinita con il poveraccio che non aveva saputo o potuto godersi i figli. 

La cosa, vera oggi, vera al tempo della Repubblica Romana se quell’impunito di Marco Porcio Catone a chi gli chiedeva perché vecchio continuasse a piantare alberi nel Tusculano, a suo modo ticcando rispondeva: “Perché i nipoti ne colgano i frutti” e il Tusculano sapeva sempre quello che diceva come quando, mostrando fichi freschi ai Senatori seduti in Curia, gridava: “Delenda Carthago!”, convinto che i fichi potessero più delle parole. 

Noi inquilini dell’Urbe abbiamo nipoti ma non avendo straccio di terra e alberi da frutta, passiamo ai nipoti affetto ed esperienza, ragioni che giustificano l’attaccamento dei nonni ai nipoti e, per converso, dei nipoti ai nonni. 

Quando la mamma Pia li porta, vengono a far visita al nonno Davide i nipoti Martina, Benedetta e Pietro; vicini d’età e di statura, i tre somigliano a canne d’organo capaci di suonare recondite armonie e sarabande stonate di strilli, e la nonna Ermelinda sgridando si comporta con essi come la mamma-picchio che non se la prende con i picchiotti che cinguettando a scassorecchio insistono a reclamare il cibo con i grossi becchi spalancati. 

Il nonno, circondato dai nipoti che mille ne gridano e cento ne vogliono, corre a chiudersi nella stanza-pensatoio quando Martina gli chiede di sentirle ripetere la lezione. 

«I Ciclopi., comincia a dire Martina tenendosi le mani in grembo, «erano uomini grandi e grossi, mostruosi, dei giganti con braccia lunghe e lunghe gambacce, coperti di pelle caprina, con un gran faccione e un tondo occhio in fronte. 

I Ciclopi che vivevano solitari sul monte Etna, al mattino portavano le greggi al pascolo suonando zufolo o zampogna a discrezione per vincere la noia di giorni sempre uguali. 

All’Etna approdava Ulisse che andava per mare per rivedere la cara Penelope, il caro Telemaco e il cane Argo. Ulisse e dodici compagni entravano nella grotta del Ciclope e, visti agnelli, capretti e tanti caci, la tentazione li assaliva di far man bassa per tornarsene carichi alla nave. Ulisse teneva predica ai compagni: non quella la maniera di comportarsi rubando; meglio aspettare il padrone per aver regali dall’ospite. 

A sera, il Ciclope rientrava e, sistemato il gregge nella grotta, chiudeva l’entrata con un masso enorme: un vero sproposito! 

Il mostro scoperti gli intrusi si presentava: “Polifemo, piacere”’, e Ulisse rispondeva: “Nessuno, piacere mio”’, ma senza tanta cordialità. 

Il mostro dopo aver sfracellati due compagni di Ulisse se li mangiava: ossa, carni, nervi e tutto, e faceva cena; al mattino faceva colazione con due altri poverini e di ritorno dal pascolo, a sera, cenava con due altri meschini. 

Il Ciclope avrebbe divorato tutti i suoi ospiti se Ulisse furbo non glielo avesse impedito. Ulisse puniva il mostro ubbriacandolo e con grosso palo aguzzo, frantumandogli la pupilla dell’occhio, l’accecava per sempre, 

Al mattino, l’accecato Polifemo dava la via dcl pascolo al gregge e levando il 

masso dall’entrata si consolava col montone che ultimo della lanosa e pelosa brigata melante usciva dalla grotta non affranto dalla disgrazia del padrone ma perché appesantito da Ulisse appesosigli sotto per uscire salvo dalla caverna e sano dalle mascelle del mostro. 

Salvo sulla nave, Ulisse lanciava insulti al Ciclope c, svelando la sua identità, gliene diceva quattro e quattro che fanno otto: non tante, non poche per Polifemo che aveva subito danno e pativa vergogna. Fuori di sé per le offese, il Ciclope lanciava pioggia di massi dal monte, mettendo in gran pericolo nave e uomini. Ulisse piangendo i compagni morti e rallegrandosi con i compagni salvi, faceva rotta su Itaca, voglioso di rivedere Penelope, Telemaco e il cane Argo•. 

Martina, recitata la sua lezione, insisteva per avere il voto. Il nonno disposto ad approvare la nipote, era anche disposto a disapprovare i libri di testo che si dan cura di presentare il Ciclope come l’aveva descritto Martina che, legata al testo, non sospettava che le cose potevano star diversamente. Martina felice andava a giocare con i fratelli nella terrazza, lasciando il nonno indignato contro chi continua a spargere corbellerie nei libri delle elementari, delle medie, delle superiori e delle università. Nell’indignazione la ragione della “Taratalla “. 

Riprendendo “ex novo” la questione, noi cercheremo di liberare dai veli la leggenda dei Ciclopi “brevibus verbis” per non tediare i lettori. 

Il racconto dci Ciclopi nel IX libro dell’Odissea, va sotto il nome: “Tà Kyklopeja”1. 

La Filologia Sperimentale nell’Odissea intende e vede la saga del Popolo Mediterraneo: capelli neri e crespi, occhi scuri e carnagione mora, che batteva i mari interni per ragioni di commerci e per amore di scienza2. 

Il prototipo di questi arditi navigatori il Poeta lo descrive nel personaggio di Odisseo che, lasciata la bella Calipso nella lontana Ogigia, su zattera, cercava di tornar in patria portando con sé tesoro di notizie sulle terre viste e sui popoli incontrati e sui pericoli superati: Ciconi, Sirene e Ciclopi. L’Odissea: il brogliaccio di bordo di quei navigatori serviva ad educare al mare le nuove generazioni3. 

Sbarcando in terra di Sicilia, Odisseo saliva l’Etna per conoscere quei luoghi e per notizie di prima mano sui Ciclopi che abitavano quel monte. 

“(Gli) lasciò ricadere le crespe chiome simili a fior/di giacinto”. 

– Il color nero dei capelli d’Odisseo non lo spiegavano i tanti che non sapevano spiegarselo, tanta la nequizia degli umani ingegni. Leggiamo: Nigros capillos poeta Ulixi tribuit XVI, 175 sq. : etiamne nostro loco et vs. par.? E comparatione quaeftt cumjlore hyacinthi, effici id nequit, nam quam jlorum speciem poeta hoc nomine signyrcaverit non constat” (J. Van Leeuwen J. F., Odyssea, A. W. Sijthoffs Uitgeversmaatschappij, Lugdun. Batav., 1917, p. 167, noto 231), Al sofone risponde la Filologia Sperimentale: possono mutare gli occhi ma i colori dei fiori non cambiano, come non cambiano i fiori. 

– “YakinUlinos, ou, o; hyacinthinus, purpureus vel subniger, in modum Yacinthi” (J. Scapula, Lexicon Graeco-Latinun, J. F. Dove, Londra 1820, p. 676, s. v.). 

– Le parole del Poeta non sarebbero bastate a spingere la Filologia Sperimentale su una diversa e nuova visione del Poema; decisivi i “murales” di I-1aghia Triada, Festo e Cnosso e quelli di Thera che rappresentano agli occhi di chi li intende un popolo moro di neri capelli che con le navi andava per mare e dal mare oltre che dalla terra traeva sostentamento. 

La salita al monte e l’incontro col Ciclope Polifemo si risolveva sinistramente per Odisseo e la ciurma: sei di dodici uomini perivano ingoiati dal mostro Ciclope. 

Siamo al nodo della questione: “questi Ciclopi erano uomini mostruosi o raffigurazioni di mostruosi eventi nascosti sotto il velo dell’antropomorfismo?”. Questo il punto: “Hic Rhodus, hic salta!”. 

La voce greca: “Kyklops” intesa: “occhio rotondo” confermava i sofoni nella rappresentazione antropomorfica, ad essi interdicendo la verità per due ragioni: I) la voce greca non significa: “occhio rotondo”; 2) la voce greca malintesa non trova appiglio nella realtà se sulla faccia della Terra non sono mai andati uomini con un “occhio solo” e “rotondo” per giunta. Può squarciare il velo dell’antropomorfismo solo chi dà alla voce: “Kyklops” il suo vero significato: “aspetto rotondo”, ‘1acciarotonda”(4). Pertanto, se “Kyklos” vale “rotondo”, se “ops” vale ‘1accia”, la voce greca composta indicava il “cratere” dell’Etna “solo” e “rotondo” che ingoiava i compagni di Ulisse fracellandoli nella furia dell’eruzione. Ulisse cercando di por fine al massacro con grosso palo appuntito tappava l’occhio del cratere, ostruendone il canale adduttore. Fuggiva Ulisse con i compagni rimasti e dalla nave imprecava contro il “Ciclope=cratere”, ma il vulcano per i gas compressi eruttando lava, bombe, lapilli e ceneri e lanciando pioggia di massi metteva a rischio la nave al largo, gli uomini di mare e lo stesso Ulisse. 

Rientrato in Itaca, Ulisse raccontava a Penelope le sue avventure e stupiva la moglie esponendo i fatti del Ciclope Polifemo. Siamo sicuri che la casta Penelope, ignara dei vizi umani e delle virtù, si rappresentava come mostro il “Ciclope Polifemo” non come “cratere borbottone”, epiteto adatto ai crateri che borbottano quando in quiete, non diversamente da come oggi se li rappresenta la nipote Martina. come a dire: nella Filologia discutono i sofoni ma si incontrano gli innocenti e che Dio li Benedica. 

Davide Nardoni 

l) Odiss. IX, 106-566; 
2) Odiss. V, 231. 
3) In successione, le venture d’Odisseo: i Ciconi, i Lotofagi, i Ciclopi, Eolo, i Lestrigoni, Circe, l’Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi, i Buoi del Sole. sbarco nella Feacia: questi per il lettore semplici nomi o al più inverosimili avventure, ma per quei navigatori rappresentavano punti di riferimento e luoghi, genti e persone da evitare. 
4) Le radici: “or”, “op”, “Vid” non hanno mai significato la stessa cosa se la lingua, tesa a raggiungere il massimo rendimento col minimo sforzo, elimina tra due parole d’ugual significato la meno adatta perché la legge della selezione viva tra gli uomini, opera anche nelle “paroles” come nella “langue” veraci prodotti della mente umana. Il radicale: “Vid” aboriginalmente significava: “vedere” ma nel diacronico se manteneva l’aoristo perdeva nel perfetto e nel futuro adattandosi a cambiare in: “sapere”; 11 radicale “op-” indicando come persona o cosa appaiono, nel futuro passava a significare: ·vedere”; il suffiziale: “or” perdeva dei tempi ma in quelli che conservava continuava a significare: “vedere”. Nei cambiamenti sta riposta parte della vera storia del popolo greco. 
– Kalon … tèn òpsin” (Pl. Parm. 127).

Da “Spiragli”, anno III, n.1, 1991, pagg. 7-9.




“Date a Cesare… ” 

In cima alle Remurie, nascosta alla vista e sottratta ai rumori della città sta san Saba: la parrocchia antica che ai fedeli offre il silenzio del cortile, l’ombra del pronao, la bellezza del pavimento cosmatesco nella navata centrale e il gran Cristo che dall’abside sovrasta i devoti durante le funzioni e la luce L’illumina e il sole L’esalta ravvivandone i colori. 

In questa parrocchia vanno Davide ed Ermelinda: moglie e marito, che diversi in tutto ma uguali nella fede, stan sempre a discutere sulla teoria ma non se la prendono troppo, convinti: “Facile la Scrittura, difficile la Teologia!” Veniva la domenica e dalla sacrestia usciva il prete a celebrare. 

Recitato “Introito” e “Confesso”, letti “Lettere” e “Vangelo”, il celebrante teneva predica sul “loghion”: “Date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio!” argomento ai giorni nostri più vivace che mai1. 

I due sposi in silenzio s’affissavano al predicatore: il marito aspettandosi d’essere liberato dall’assillo del dubbio; la moglie aspettandosi conferma alla sua credenza, Il predicatore predicava e si rabbuiava Davide che non vedeva luce brillare nella tenebra; sorrideva Ermelinda beata perché vedeva confermata la sua credenza. 

Il predicatore teneva sermone: .I messi dei Farisei volendo tentare Gesù, chiedevano: È lecito pagare il tributo a Cesare?”. Gesù rispondeva chiedendo che gli mostrassero una moneta di Cesare. I Tentatori mostrarono un denaro e Gesù chiedeva: Di chi l’immagine e l’iscrizione?”, in coro gli rispondevano: Di Cesare!” e agli uomini del Tempio lieti per aver messo in imbarazzo il Profeta, Gesù secco rispondendo aggiungeva: “Date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio!”. Alla battuta che non ammetteva replica, gli uomini della Legge: “Torah”, si allontanavano rossi dalla vergogna e rosi dell/a rabbia della disfatta. 

Tanto diceva il predicatore c aggiungeva note, postille e chiose che nella chiesa si san Saba venivano ripetute senza variazioni ogni anno e nella stessa domenica: variavano registro e suonatore ma le note facevano la medesima armonia rassicurando la moglie ma non il marito: i due osservavano silenzio nella chiesa ma cogli sguardi si ripromettcvano battaglia in casa, sicuri che la divcrgenza non scoloriva il loro amore. 

Il “loghion” che imbarazzava i messi del Sommo Sacerdote, per duemila anni continuava a non cacciare imbarazzo nelle menti elette che su di esso a meditar ponzavano ed a contarle esse son tante e più di tante! 

Tra quanti convinti d’aver nella mente e nella bocca il significato del “loghion” anche Napoleone Bonaparte, che con le parole di Gesù giustificava la sua azione “antipapista” e “antipopolo”, Avvenne il 16 novembre 1809; si trovavano a Parigi per giurar fedeltà all’Imperatore dei Francesi, il sindaco di Rema Luigi Braschi Onesti, il vice-sindaco Luigi Boncompagni Ludovisi, gli aggiunti Gabrielli, Sforza Cesarini con altri dignitari in pompa di festevole corteo e celata abiezione. 

All’indirizzo del sindaco di Roma infiorato di leggiadri e rari topi retorici, Napoleone che quando voleva sapeva anche ben comportarsi, rispondeva benevolo: .I Romani di Roma antica siedono nel mio cuore. Quando verrò a Roma, con voi io starò nell’Urbe con il diritto di chi erede di Carlo Magno re dei 

Franchi che donava feudo alla Chiesa, seguendo l’esempio di Costantino il Grande che alla Chiesa donava la terra di Sutri. spavaldo aggiungendo: -Gesù Cristo non ritenne necessario stabilire per san Pietro una sovranità temporale; il vostro Vescovo è il capo spirituale della Chiesa, io ne sono l’Imperatore. Io rendo a Dio quel ch’è di Dio e a Cesare quel ch’è di Cesare!., sbalordendo i messi della Repubblica Romana. 

Napoleone che a suo modo volgeva a suo pro le parole di Gesù, non parlava diversamente dal Gallicano che il “loghion” aveva letto, spiegato e raccomandato all’Imperatore di tutti i Francesi. 

L’interpretazione di Napoleone in linea con l’interpretazione del “loghion” nei duemila anni trascorsi, turba chi assertore della “Filologia Sperimentale”, non per la prima volta s’imbatte in “loci” greci, in “loci” latini che sottoposti a rilettura, han mostrato altro volto in diversa prospettiva e nuovo significato. Per ragguagliare il lettore sulle interpretazioni, citiamo: 

“Pendendum est tributum Caesari” (Schleussner)2: “Das Ja zum lmperium” (Stauffer)3; “Eigen Recht des Staates” (Kittel)4; “Rabbuffo agli uomini del Tempio occupati nelle cose del mondo, non preoccupati del cielo” (Dibelius)5: “Di fronte allo Stato Romano come dominatore del Popolo 

Giudaico, Gesù ha preso un atteggiamento neutrale pur esprimendo una Sua superiore generosità verso gli esponenti dell’oppressione, per esempio il centurione di Cafarnao” (Mazzarino)6. 

La”Filologia Sperimentale” rifiutando il “principio d’autorità” non fa proprio questi commenti e riaprendo la discussione sul “loghion”, dichiara: -Cristo Signore che predicava: “Il mio regno non è di questo ordinamento”: Cristo Signore che nasceva nella grotta al canto dell’angelico: “Pace agli uomini che si ameranno!”; Cristo Signore che annunciava: “Gli uomini tutti figli del Padre celeste!”; Cristo Signore che “serviva” e non si faceva” servire” in una società di “domini” e “servi”, non poteva fare propaganda all’“Imperium” fondato sul dominio d’una classe sull’altra, non poteva dichiararsi “neutrale” al mondo preferendo il ciclo, all’odio l’amore, alla disuguaglianza l’uguaglianza, al corpo l’anima, al potere il servizio, alla legge l’amore: maniera giusta per sovvertire la società fondandola su nuovi e certi ideali: quelli predicati dal Redentore•. 

Se nel “loghion” si scopriranno presenti e predicati questi ideali, allora la “Filologia Sperimentale” dirà d’aver toccato la verità dopo aver squarciato i veli che nel tempo si sono stratificati sul “loghion” per accumuli successivi ma sempre uguali di suono e di tuono. 

Seguendo l’indirizzo della” Metodologia sperimentale” esamineremo il “loghion” studiandone i termini: “paroles”, uno per uno per arrivare al significato non d’una parte ma di tutte e due le parti del “loghion”. 

Del “loghion” abbiamo il testo greco e il testo della “Vulgata”: il testo greco recita: “Apodote un tà Kaìsaros Kàisari kaì tà tù Theù tò Theò”; il testo della “Vulgata” recita: “Reddite ergo quae sunt Caesaris, Caesari: et quae sunt Dei Deo!”. La traduzione dello Stridonense rende come meglio non si poteva il testo greco; perciò, l’esame condotto sul testo latino sarà sufficiente ad intendere anche il testo greco. 

“Reddite: Reddo”; “Re+do”: nel verbo composto, il preverbio: “re-” indicando che l’azione del verbo semplice: “do” si compie: l) “indietro” nello spazio, 2) “di nuovo” nel tempo, l’imperativo comanda di “ridare”, di “restituire”, di “rimandare” (remittere) a chi di dovere come il debitore rimanda al creditore quanto di proprietà di quest’ultimo. 

“Quae sunt Caesaris”, “Tà Kaìsaros”: Cesare, nome comune degli imperatori romani, nella fattispecie, indicava Tiberio, l’imperatore del tempo sul soglio imperiale e al quale il prefetto procuratore Ponzio Pilato mandava rapporti: “diplomata” sull’attività del Cristo nella terra e tra la gente della Palestina (7). “Quae Sunt Caesaris”, “Tà Kaìsaros”: il neutro greco come il neutro latino presentavano difficoltà agli Esegeti: questi si limitavano a vedervi solo la “moneta 

del censo”. La”Filologia Sperimentale” vi vede altro: in esso racchiusi i due segni: “signa”, propri dell’Ufficio Imperiale, l) “sigillum”: il sigillo che l’imperatore portava nell’anello per convalidare le leggi; 2) il “signum.”: il conio con l’effige: “imago” e la leggenda: “inscriptio” dell’imperatore al potere; sigillo e conio venivano frantumati alla morte dell’imperatore e per ovvie ragioni e chi le sa, non ne chiede spiegazioni8. 

“Tà tù Theù”, “Quae sunt Dei”: il neutro greco, il neutro latino venivano genericamente interpretati come le “cose di Dio” facendo strano “pendant” al neutro: “Tà Kaìsaros” e nulla più, scansando, non risolvendo il problema. 

Nel neutro: “Tà tù Theù” la “Filologia Sperimentale” vede nel caso di Dio quello che ha già visto nel caso di Cesare: quanto l’uomo deve a Dio che dal fango lo creava e lo poneva Suo figlio e Suo erede. 

Dio dell’uomo creava il corpo e gli infondeva l’anima con il Suo divino soffio; l’uomo, quindi, deve a Dio e anima e corpo inscindibilmente come insieme essi da Dio venivano creati perché l’uomo vivesse in perpetuo perché eterno il Creatore e Donatore. 

La seconda parte del “loghion” costituisce una logica conseguenza della prima parte: l’uomo potrà ridare a Dio quanto a Dio deve, solo quando avrà ridato a Cesare quanto deve a Cesare. L’uomo, dunque, ridarà a Cesare le monete, prodotto del conio imperiale; l’uomo ridarà a Cesare le leggi: prodotto del sigillo imperiale ma senza “tributo” e senza “leggi; Cesare perderà il potere e crollerà l’Impero e nella rovina dell’Impero si sfascerà la società fondata sull’ineguaglianza, presente nell’Impero Romano come nelle società di tutti i tempi9 . Lo Stato: l’ “Antikeìmenos” si svuoterà di forma e contenuto e al suo posto subentrerà la “congregazione” degli uomini tenuta insieme dal solo “Amore”, quando si avvererà l’angelico annunzio cantato sulla povera grotta di Bethlém, nella quale Dio si faceva Uomo per “riportare indietro” a nuova fioritura la “legge” dell’Amore tradita dagli uomini a lor danno e a loro rovina. 

Utopica questa nuova profetizzata società dell’Amore? Per noi uomini utopia; ma realtà per Chi la profetizzava ché essendo fuori dallo spazio e dal tempo vede le cose da Dio e davanti a Dio, se tutto é realtà, non esiste utopia. 

Davide Nardoni 

1) Matth. XXII, 21; Marc. XII, 13; Luc. XX, 25. 
2) J. Fr. Schleusner, Novum Lexicon Graeco-Latinum in Novum Testamentum, Weidmann, Lipsia, 1819, 291, s.v.: Apodidomi. 
3) Stauffer, Christus u. die Caesaren, 1952, p. 121. 
4) G. Ritte!, Christus und Imperator, 1939, pp. 12-18. 
5) Dibelius, Rom u. die Christen im I Jhdt., Sitzungbb. Heidelb. Akad., 1941, 42, 3. 
6) S. Mazzarino, L’Impero Romano, Laterza, 1973, pp. 165-168 e noto 12, p. 166. 
7) Cesare: Caesar: Kaishara: non nome romano ma punico e significa “elefante” dato come “adgomen” per il valore militare dimostrato nella battaglia di Panormo a Caio Giulio Sesto, agnonimato: “Caesar” guadagnato per la vittoria riportata contro gli elefanti punici messi in campo contro le Forze Combinate Romane agli ordini di Metello Pio. Chi dice “Caesar” derivato al Dittatore Perpetuo dal “taglio cesareo” ignora che i Romani non conoscevano tale pratica medica. 
8) Il greco: “tà Kaisaros” ellittico si integra: l) con “sphraghismata”, 2) con: “nomismata” ad indicare il sigillo ed il conio imperiali. 
9) Matth. XVII, 23-26. 
Per pagare il “tributo di capitazione” , Gesù ordinava a Pietro di pescare e nella bocca del pesce Il pescatore trovava uno “statere” con il quale pagava il tributo dovuto dal Cristo e dall’Apostolo. 
Crede bene chi nel fatto vede il pagamento del tributo: tassa dovuta ma crede anche bene chi nel fatto della pesca e dello “statere” trovato In bocca al pesce vede la restituzione allo Stato anche delle monete nascoste perché la restituzione: “apodosis” fosse completa e senza frode.

Da “Spiragli”, anno I, n.3, 1989, pagg. 8-14.




«Roma», «Romina», «Rominalis», «Romus», «Romulus» 

Lasciato l’aeroporto di Otopeni e caricate le valigie, in macchina lungo il vialone che porta alla Capitale, chiedevo all’autista quale il significato dci nome: «Bucuresti», Quel bravo uomo, ammesso che i tassisti di tutto il mondo han la stessa grinta e la stessa cultura locale, ridendo, rispondeva: «Bucuresti da Bucur il pastore mitico» e soddisfatto il Rumeno, soddisfatto anche l’Italiano che si accontentava della risposta non potendosene aspettare altra e diversa. 

Questo il caso di città che prendeva nome dall’eroe eponimo come Atene da Atena in Grecia, Alessandria da Alessandro in Egitto, Palinuro da Palinuro e Gaeta da Gaeta in Italia. 

La curiosità e l’insoddisfazione, madre e matrice l’una e l’altra di conoscenza e scienza, mi spingono a rivisitare la leggenda della fondazione di Roma tanto importante per i Romani esquilini e inquilini dell’Urbe che da quella data: «Ab Urbe Condita» contavano gli anni, i lustri e i secoli. 

Si legge, e questo corre sulle labbra dell’inclito e in bocca al volgo, che Romolo, fratello gemello di Romo, segnasse col vomere dell’aratro tirato da vacca all’interno e da toro all’esterno il solco della cinta muraria della nuova città che nessuno doveva scavalcare per nessun motivo e per nessuna ragione. Romo, il fratello maggiore concepito dopo ma nato prima, per matta voglia o dispettoso gusto scansando i varchi fatti da Romolo nel solco per far le quattro porte, ubbidendo al sacerdote che gli gridava: .Porta!, .Porta!., scavalcava il sacro solco, Romolo, il fratello minore concepito prima ma nato dopo, ucciso il fratello, veniva acclamato primo re della città chiamata Roma dal suo nome. 

«Rom+a», «Rom+ina», «Rom+in+alis», «Rom+us», «Rom+ulus»; cinque nomi con la stessa base ma con suffiziali diversi debbono indicare cinque cose tra loro semanticamente collegate. 

Roma e Bucuresti: due città capitali di due nazioni neolatine con nome avuto dal rispettivo eroe eponimo. Il tarlo del dubbio cominciando a ronzare decidevo di liberarmi del tarlo sempre più insistente. 

La leggenda anche se bella resta leggenda e nulla ci dice del rapporto tra nomi e realtà lasciandoci perplessi: «Roma» da Romolo o Romolo da «Roma» potrebbe sembrare uno scherzo e non lo è. 

I Filologi, gli Storici, i Numismatici, gli Antiquari sul problema han detto, han scritto, hanno sussurrato quanto potevano, ma nessuno d’essi capace di sciogliere il dubbio e di risolvere il problema. 

Quelle menti dotte, anzi dottissime, han scritto, han detto, hanno sussurrato perché lo credevano: «Roma» significar: 1) «Amor»; 2) «Valentia»; 3) «Fiume»; 4) «Forza»; 5) «Poppa». 

Logicamente, delle cinque soluzioni una la vera o nessuna la vera; se di esse vera una o vera nessuna, sarà compito della «Taratalla» dimostrarlo applicando alla questione la .Metodologia Sperimentale, già utile in altre ricerche e più difficili. 

La Filologia Sperimentale apre la discussione movendo dalla prima soluzione: «Amor» anagramma di «Roma». 

A prima vista, l’anagramma seduce e inganna ma la soluzione inaccettabile per chi incapace di tramutare gli Aborigeni Latini abitatori del Colle Capitolio in cruciverbisti «ante tempus, che invece di montar a difesa della Città Quadrata: «Romanus sedendo vincit»1, se ne stavano in panciolle occupati a stilar anagrammi. Gli Aborigini Latini e i Quiriti lor non lontani nipoti sono diversi dai «Graeculi» che aborrendo le armi e preferendo la cultura, nel Museo d’Alessandria e dintorni, stilavano dotti e, per Giove!, raffinati epigrammi e anagrammi. 

La Filologia Sperimentale fa notare: i «toponimi» pur potendo per capriccio o per voglia essere anagrammati, restano sempre «toponimi» e nulla e nessuno riesce a mutarli tanto essi vischiosi e insopprimibili2. 

L’anagramma non avendo nulla con la leggenda di Roma, nulla ha a che fare con l’indagine e per questo esso accantonato. 

La Filologia Sperimentale rivisita la seconda soluzione: «Valentia»: il nome arcano dell’Urbe; arcano il nome era e arcano il nome resta, ma se esso porta e sopporta il nome antico di Roma, non avendo esso nessun rapporto con il «toponimo» e con la leggenda dell’Urbe, esso resti nelle menti dei dotti ma lo si cancelli da chi ha in mente un solo obbiettivo: scoprire se il nome «Roma» ha qualcosa che lo ricolleghi alla leggenda e alla fondazione della Città. Sulla città di Roma, da tempo fondata e minacciosa sulla riva sinistra del biondo Tevere: «in ripa Romana», calavano le Forze combinate Etrusche dalle città della Dodecapoli e Roma cadeva sotto il dominio etrusco e dei Lucumoni Tarquini. 

Gli Etruschi facevano entrare l’Urbe nella storia; gli Etruschi davano a Roma il meglio delle loro conquiste e per gli Etruschi Roma si avviava verso il suo glorioso destino. Che gli Etruschi chiamassero la città conquistata: «Roma» da «Rumon»: «fiume» intendendo con quel nome dire: «la Città del Fiume« è cosa lecita, logica e fattibile se è diritto del conquistatore lasciare traccia di sé nei territori e nelle città conquistate, ma anche ai conquistatori non è permesso mutare i «toponimi» che resistono, che sopravvivono a tutti gli sforzi fatti per cancellarli dai documenti e dalle menti delle genti. 

I Romani si ribellavano al dominio straniero e cacciati gli Etruschi si riprendevano la Città e dando forma al nuovo regime politico ridavano a «Roma» il suo nome nel vero e antico significato. 

Dal meridione avanzavano i Greci armati di cultura, non di armi e la loro invasione era peggiore e più penetrante di una conquista armata. I Greci nei loro scritti parlavano della leggenda di «Roma», ma anche quegli eruditi facevano uno sbaglio: essi non collegavano il ‘nome «Roma» con la leggenda; non facendone un «toponimo», per nobilitarlo lo collegavano con la voce greca: «rhome»: «forza» e così contenti essi, contenti quanti, e sono una lunga schiera in infinita pompa, oggigiorno ripetono «Roma: Forza», con un colpo solo tradendo linguistica e leggenda. 

A far saltare l’ipotesi greca basta osservare: il «toponimo» aborigeno perché dovuto agli Aborigeni Latini abitatori antichi di quei famosi e fatali Colli prima che vi calassero gli Etruschi e ancor prima che vi salissero i Greci. 

Dimostrate false e inaccettabili le quattro soluzioni avanzate a spiegar il nome -Roma», resta da esaminare la quinta e ultima: «Roma=Poppa» per vedere se l’uguaglianza regge o non regge. 

«Ruma» o «Rouma=Poppa» si fonda sull’autorità di Festo che al nome collega: «dea Romina, ‘:ficus Ruminalis•. La Filologia Sperimentale che non tiene affatto conto del -principio d’autorità., non s’inchinerebbe davanti a Festo se non vedesse concorrere a sostener Festo l’orografia e la linguistica assistite dalla leggenda. Il Colle Capitolio che ancora porta le tombe degli Aborigeni abitatori del Colle fatale, a quei tempi, staccato da tutti gli altri Col, li intorno, si offriva agli occhi come una -Poppa., prima che la mano dell’uomo ne guastasse aspetto e forma. 

Se la -diva Romina.: -Rom+ina. era la dea delle poppe e dell’allattamento alla quale le mamme romane alzavano preghiere e levavano voti per aver le poppe di latte gonfie da porgere ai pargoletti lor figli: i magnanimi nipoti di Romolo; se il ‘:ficus Rominalis.: -Rom+ina+lis’ era il fico all’ombra del quale le mamme romane cercavano rimedio alle proprie poppe aride e secche, come n.egare che -Roma> significava: ‘poppa. se questo significato lo si ritrova palese e chiaro nella leggenda? 

I due Gemelli: Romo e Romolo: -Romus·: .Rom+us. e -Romulus.: .Rom+ulus., figli di colpa grave, vennero lasciati in balìa delle acque allora bionde del Tevere perché in esse morissero travolti dalla corrente e dai forti vortici. Il dio Tiberino salvava i due bambini e spingeva a riva la cesta nella quale Romo e Romolo vagivano. Il pastor Faustolo li salvava e li affidava alla moglie Acca Larenzia perché li ristorasse con il latte dei suoi seni. La donna, ,vulgato cO/pore·, aveva soprannome: ,Lupa. e dai nomi di -Romo·: .Poppante. e di ·Romolo: Poppantello. e dalla .Lupa. nasceva la leggenda della -Lupa che allattava i due Trovatelli., come fa la Lupa conservata nel Museo cittadino di Alba Julia nella Romania. Così avvenne che ,Roma. non ebbe nome dal mitico fondatore ma Essa dava il nome al suo fondatore. 

Resta la leggenda ma spiegata; resta il nome di ,Roma>: ,Poppa.: restano i nomi di Roma e di Romolo: i due gemelli poppanti; resta il ricordo di ‘Romina. dea dell’allattamento e di -Rominale., il fico dell’allattamento dal latte denso e vischioso all’ombra del quale le mamme romane, a miracolo ottenuto, saziavano la fam ~ dei loro ·Romiio e delle loro -Romule·. 

Resta Roma e l’antica sede dell’-immobile CapiL;lii saxum. (3) e la sede cristiana dell’-immobilis Petri Petra. (4) continua dal suo inesausto seno a porgere all’umanità il perpetuo flusso della civiltà e del progresso perché questo volle il .FatuTTl’ (5) romano, perché questo si volle dalla cristiana .Providentia. (6). 

[Origen). 

– -Petro primum Dominus super quem aedlfteavit Ecclesiam et unde unitatis originem insntuit et ostendit, potestatem istam dedit ut inde solveretur (in coelis) quid nle solvisset. (Cypr. ,_Epp. 73) (Sugg. Don Lorenzo Rossetti, parroco in Canale Monterano). 

 

Chi traduce e intende Fatum: destino, fuorviato in questa lettura dalla cultura greca surretizialmente infilata dai «Graeculi» nella cultura romana, non può intendere la sostanza della cultura romana tanto distante dalla greca quanto Roma distava da Atene. 

Davide Nardoni

1. Varro, De Re Rust, 1, 2, 3. 
– Tit. Liv., Ab Urbe Condit., II, 12; XXII, 39. 
2. In Brasile: .Maracana., .Taubatb, .Iguazù., etc., sono toponimi indi che i Portoghesi non sono riusciti sradicare, che la moderna cultura e i «mass-media» non sono riusciti a cancellare dalle menti e dalle lingue. 
– L’imperator Adriano fondava .Aelia Capitolma» sul sito della distrutta Jebùs, Salem, 
Jerusalèm: città trinonima ma il nome scompariva e lo ricorda solo lo Storico che lo toglie dal mucchio delle fossilizzate parole per ridargli un passaturo sospiro di vita. 
3. Verg., Aen., IX, 448. 
4.Latuit aliquid Petrum aedlfteandae Ecclesiae Petram diclum, claves regni coelorum consecutum et solvendi et alligandi in coelis et in terris potestatem? (Tertul., De praescript., 22). 
– ‘Magno illi Ecclesiae fundamento et Petrae solidissimae super quam christus fundavit Ecclesiam. 
5. Fatum· da -far. è la -parola. della Divinità Somma invisibile, inconoscibile, inconosciuta, senza tempio, senza simulacri a rappresentarLa, senza collegio di sacerdoti che sola organizza l’universo intero mondo secondo il piano arcano: arcana Fatorum che Giove e gli altri partecipi del Celeste Senato possono e debbono svelare agli uomini per segni: «signa», da interpretare. 
6. Nella Providentia cristiana, se c’è cristianesimo, c’è anche, almeno nella esterna scorza se non nella interna sostanza, dello Stoicismo, se è vero, come è vero, e chi può negarlo, che la mentalità greca ha tutto guasto per dar ragione al detto empirico: «Chi sa, fa; chi non sa, insegna!» che è più di un programma, che è più d’una rovina e d’una eterna sconfitta!

Da “Spiragli”, anno I, n.4, 1989, pagg. 8-10.




«Poeti», «Poesia», «Poemi»

Il postino dell’Ostiense infilava nella cassetta delle lettere invito a chi invito non aspettava e con la borsa di grasso cuoio a spalla se n’andava ad infilare altri inviti nelle cassette delle case che fiancheggiano viale Aventino.

Dal Circo Massimo van le case in duplice fila fino a Piazza Albania sorvegliata da Alì Skandaru Berg, castriota eroe skipitaro che immobile di giorno, immobile di notte scavalla sul tozzo destriero che leva la testa ma non abbassa la coda come il prode cavaliere che leva la testa ma non abbassa la curva scimitarra: terrore dei Turchi seguaci del Profeta e degli Iman.

Quel postino traditor dei figli di Dio. amico di Satana e seguace delle sue pompe, non immaginava qual cumulo d’ansia cacciava con l’invito in chi invito non s’aspettava: tanta ansia nei precordi dell’uomo invitato a presentar libro di poesie nella Biblioteca Nazionale in Viale Castro Pretorio nell’Urbe Roma.

L’uomo invitato sentiva soddisfazione per il riconoscimento alla sua cultura e alla sua oratoria ma dal cervello gli stillava stillicidio di paura per la congenita sua incapacità ad intendere i poeti contemporanei, tanti dei moderni, tanti delle passate generazioni, ammirando il cardinal d’Este che non capiva l’Ariosto. L’uomo tra la soddisfazione: figlia della vanità, e la paura: figlia dell’ignoranza, vedeva i giorni trascorrere, sentiva passare le notti ma la tenebre non squarciava lume di speranza.

L’uomo ruminando al buio e masticando al chiaro, agitandosi all’interno e all’esterno battendosi a due mani il petto, o ad una mano l’anca come facevano gli eroi Achei sulla spiaggia del lido reteo, non vedeva luce capace di sfondare il muro della sua ignoranza. Nessuna speranza per chi con .folle ardire e temeraria audacia» non aveva prestato orecchio ai filosofi che la san lunga e lunga la dicono sulla filosofia; non aveva dato ascolto ai filologi che la san lunga e lunga la raccontano sulla filologia; non aveva piegato il capo davanti ai teologi che la san lunga e lunga la dicono sulla teologia.

L’uomo nella sua insipienza acerba aveva fatto suo il motto: «Nec unquam Philosophum audivit»! che Cneo Pompeo Trimalchione Mecenaziano voleva nella «nomenclatura» del suo funebre monumento1.

L’uomo non poeta: poeta si nasce, non si diventa poeta; il poeta non matura se tempo e paglia maturano solo le sorbe nelle ceste; di questo convinto, l’uomo a tutta. possa scansava la tentazione della poesia che novella Morgana gli faceva vedere l’inesistente per esistente come capitava a sant’Antonio che ne vedeva nel deserto delle sue tentazioni più di cento e mille.

L’uomo si convinceva: chi indegno del nome di poeta, indegno di salire scalzo alla vetta del santo Parnaso, indegno di scandire scalzo la cima del sacro Elicona. Spuntava il giorno della conferenza: paura nei precordi di chi nell’ambascia della miseria si ripeteva le parole del Sulmonese che al figlio Ovidio in estro di versi e in fregola di poesia raccomandava:

«Meonides nullas Ipse reliquit opes»! 2

e quel padre non poteva prevedere che versi sciagurati avrebbero costretto quel Nasone di figlio ad esulare dall’Urbe amata all’odiata terra pontica, sulla costa «a lido» del Mar del Ponto che i Geti autoctoni chiamavano «Akshaèna», i commercianti greci d’lstria, di Tomis, di Callatis chiamavano «Axeinos», i Romeni d’oggi chiamano «Marea Neagra»3, per finirvi nella miseria della desolazione i giorni della sua abiezione.

Stringeva l’ora e l’uomo con la sua sposa, lasciate le remurie e l’antro di Caco ladrone, raggiungeva Castro Pretorio: la non agognata meta imposta. I due sposi sorreggendosi con regime di braccio e con parime di parole, superato il ponticello in ferro gettato sul cantiere della Metropolitana «A», raggiungevano la Biblioteca Nazionale e v’entravano con passi non diversi dai passi dei Marsigliesi chiamati dal banditore ad allungar sul pieghevole tavolo della ghigliottina capo e collo per aver la testa spiccata dal busto e per non vederla con sordo tonfo nella cesta di vimini.

Entravano i due nella sala: la moglie Ermelinda invocando la celeste Potenza perché illuminasse il marito; il marito Davide supplicando gli eterni Dei a scatenar dal cielo tremuoto in terra per toglierlo dall’impossibile «cul-de sac» fornito d’entrata non d’uscita.

Entravano i due nella sala stipata da gente di «prima» tutti poeti com’essi dichiaravano «ore rotundo», come essi s’inventavano «apertis verbis»; nella sala rei d’omissione quanti tacevano la colpa altrui per non arrossire della propria; sporco gioco giocato a carte coperte e con scoperte ipocrisie: pratica antica degli uomini sulla faccia della terra. Saliva l’uomo sul palco e, seduto in poltrona come su trono di spine, e teneva le mani in mano come il pescatore del mare Posillipo che a riva tiene le mani sotto le ascelle a ripararle dal freddo e non sa che pesci pigliare, egli pescatore di professione!

Chiudeva il penultimo oratore con pirotecnici globi di sfavillanti parole nobilitando «poeti», «poesie» e «poemi», con l’aureola coronando i morti e i vivi incoronando col nimbo quadrato, distribuendo a piene mani polvere di gloria a destra, a manea su tutti i poeti presenti, sui poeti assenti perehé tutti degni di gloria. Dalle infuocate parole che dritte e fitte tracimanavano da quella degna bocca, come potente schizza l’acqua dal conchiglione del Tritone in Piazza Barberini, venne all’uomo l’ispirazione da tanto invoeata a dimostrare vero l’adagio: «Un punto come, più di un punto!».

Sorrideva beato l’uomo a tanto bene e ammiccava alla moglie che non sapendo cosa fare di sé, non sapeva cosa pensare di chi nella disdetta continuava ad ammiccare accrescendone l’imbarazzo. S’alzava a parlare l’uomo e perentoria all’uditorio poneva la domanda: «Cosa significa la parola poeta?». Alla domanda impertinente perché irriverente, gagliarda la sala esplodeva in fragorosa risata ma nessuno rispondeva alla domanda perché tutti convinti di saperne il significato.

Paziente e non avvilito l’uomo che sapeva quello che voleva, ripeteva la domanda più impertinente perché più irriverente verso il dotto uditorio; non venne risata dalla sala ma nessuno si alzava a dar risposta. L’uomo riinsisteva nella domanda ma con identico risultato: silenzio da manca, da destra, dalla prima e dall’ultima fila delle poltrone.

Il silenzio di tutti quei dotti patentati e spatentati costringeva l’oratore a spiegare l’etimo della parola «poeta» a chi credendo di possederlo si vergognava di dichiararsene ignorante, ma bolliva dalla curiosità di sentire la spiegazione di chi non si rendeva conto di star nell’antro di Polifemo.

All’oratore veniva aiuto dalla «Rhematologia.: la scienza delle parole. «Poeta», «poesia», «poemi»: tre parole volgari derivate da parole latine a loro volta derivate da altrettante parole greche: «poietés», «poiesis», «poiema» tra loro collegate dalla stessa radice che originava il verbo: «poiéo»,

La voce greca «poietès», parola composta dalla base verbale: «poi-o, dalla tematica: o-e’ e dal suffiziale: «-tès» dei «nomina agentis» ad indicare la professionalità dell’operatore che il latino indica col suffiziale «tor». Il bisturi della Filologia Sperimentale se ricavava la radicale del sostantivo: «poietès» non chiariva l’etimo. Non demordendo, essa operava sul verbo: «philéo»; dal verbo togliendo la desinenza: .«éo» otteneva la radice: «phil-»; alla radice aggiungendo la desinenza: «-os» otteneva l’aggettivo-sostantivo: «philos», dalla radice potendo costruire tutte le voci possibili.

Alla stessa maniera la Filologia Sperimentale operando sulla radice: «poi-» ad essa aggiungendo la desinenza: «-os» otteneva l’aggettivo: «poios» significante: «quale» per il quale «poiéo» significa «qualificare. e il sostantivo: «poietès» significa «qualificatore».

Fidia, l’esimio scultore, dal blocco di marmo traeva il simulacro di Athena e i Greci condannavano per empietà, «asebeia» l’artista che osava scrivere sullo scudo della dea eponima: «Pheidias epoiese», volendo dire che con la sua arte traendo dal marmo la dea, aveva ‘qualificato» il marmo che prima era solo materiale grezzo e senza forma.

Partendo dal nuovo etimo della voce «poietès», l’oratore dava voce, dava anima a nuova «poetica» che portava a diversa visione della poeticità e ad una differente valutazione dei poeti e teneva applaudita conferenza ma non si faceva illudere dagli applausi di chi, poeta patentato, non accusava la botta o non digeriva il colpo e tutti continuavano a sentirsi poeti e a smaniar poesia poco importando se «qualificavano», se non «qualificavano’ quel poco che c’è da ‘qualificare. da chi vive una vita che abbisogna non di «qualificatori» ma di anestesisti capaci di addormentare nelle fibbre quel poco spirito che ancora rugge in qualche cuore smarrito e che ancora canta in qualche petto sano.

Nell’antica Grecia «poietès» è l’artista di professione che con la sua arte «qualificava» la leggenda del popolo greco e le imprese compiute a vantaggio della gente greca e dell’umanità sparsa nelle terre dell’Ekumene e oltre. «Poietès» fu Omero che nell’Odissea «qualificava» la gente della razza mediterranea: capelli crespi e neri, occhi neri, colorito moro e oscura la carnagione, che al suo garbo e sgarbo andava per commerci o per diporto per le vie del mare fidando nelle navi, nelle carene, negli alberi, nelle vele, nei remi e nei timoni4 . «Poietès» fu Omero che nell’Iliade «qualificava» il popolo degli Achei: capelli biondi e fini, occhi chiari e colorito bianco in candida carnagione che dal settentrione scendevano a valanga nella vallata della Grecia mettendo tutto a soqquadro e a rovina di morte, essi che non conoscevano il mare e non sapevano navigare5 .

«Poeta» fu Vergilio, figlio di Vergiliomaro della tribù celtica degli «Andes» e di Magia Polla della gente Osca, che nell’Eneide cantava d’Enea, dei Troiani e dei Latini chiamati dal «fatum» a farsi collaboratori della fondazione del Popolo Romano: «Tantae molis erat Romanam condere gentem»6 .

«Poeta» fu Dante che in tre cantiche «qualificava. l’uomo cristiano, e gli uomini di tutti i tempi indicando la via da battere «per seguir virtute e conoscenza»7.

Questi i poeti dell’umanità a noi cari; degli altri san tanti a parlarne, a scriverne sicché a noi par cosa giusta lasciar campo e dar spazio ai valorosi critici per quelle loro cruscomatiche sanconie e sampiche battubade, se ancora valido il detto: «Ogni operaio degno della sua mercede»8.

Con la «taratalla» abbiamo gettato un altro seme dal nostro ventilabro e trepidi attendiamo che la nuova «poetica»9 metta radici, faccia tronco e metta rami e getti fiori e foglie stabilendo nuove regole e norme nuove che faccian distinguere la «pula» dalla «cama», la vecchia dal grano, la vera poesia dalla poesia spuria che come la moneta cattiva scaccia la buona, come l’erba palatana copre i muri e come la gramigna copre campi e prode: oggi celebra il suo trionfo ma sente sul collo l’alito caldo del vento Scirocco che solo secco deserto lascia dietro di sé: nunzio di aridità, messaggero di vicina morte.

Davide Nardoni

1. T. Petr. Arbitr., Satyricon, M. Hadrianidc, C. Blacv, Amsterdam, 1669, p. 273. da “Spiragli”, 1990, n. 2- Taratalle
2. Ovid, Trist., IV, 10, 22.
3. Che i Greci di Mileto approdando nella Gezia chiamassero quel mare: «Pontos Axeinos»; «Mare Inospitale» a significare la barbarie dci Geti, è stato sempre detto e vieppiù creduto da sofoni che convinti di sapere di greco, neppure immaginavano che i Greci che fondavano colonie: «apoikiai» a Tomis, Histria e Kallatis con «Axeinos» si illudevano di rendere il suono della voce getica: «Akshaéna»; «azzurro-cupo» con la quale i Geti chiamavano il loro mare che i Greci poi chiamavano: «Pémtos Éuxeirws», i Romani «Pontus Euxinus», i Romeni della: «Tara Romaneasca»; «Marea Neagra» e noi Italiani: «Mar negro». 
4Tre versi nel Canto Sesto dell’Odissea (VI, 229-231) confermati dai «murales» di Hagia Triada, Knossos e Festa in Creta e nell’isola di Thera, convincevano chi con gran sorpresa ammetteva il poema d’Odisseo: la saga del popolo Mediterraneo al culmine della sua civiltà. Nei «Nostov», il canto originario, il nucleo primigenio della grande saga; ad essi vennero aggiunte la «Telemachia» e la «Mnesterofonia» da chi lontano dalla verità credette bene di unire la saga marinara alla guerra di Troia combattuta e vinta da altro popolo di altra razza, di altra lingua, altra religione e diversa cultura, biondo di capelli, bianco colorito e candida carnagione.
5 Che i principi dei Panachei fossero biondi, calassero dal nord al sud, portassero con sé armi e guerra, ignorassero mare e correnti, stelle e vie del mare nessun lo nega, ma parimenti nessuno ha il «folle ardire e la temeraria audacia» di proclamare l’Iliade più giovane dell’Odissea, perché le due opere sono frutto di due diverse culture, di due popoli diversi, affermatesi in epoche successive.
6 Verg. Aen., I, 37.
7 Dante, Infern., XXVI, 120.
8 Luc. X, 7.
9 Concludendo: «poeta» = «qualificatore», «poesia» = «qualificazione», «poema» = il «prodotto della qualificazione», «poetica (techne)» = «l’arte del qualificare».

Da “Spiragli”, anno I, n.3, 1989, pagg. 6-7




Per una legislazione sociale moderna 

 Politica e sovranità democratica 

Come l’intelletto racchiude il complesso delle facoltà umane che permettono di pensare e comprendere la realtà sociale, così la sovranità della democrazia, che costituisce l’essenza individuale della sua personalità, non dovrebbe divenire uno strumento manipolato dall’opera dei governanti e degli amministratori. 

In uno Stato di diritto, bisogna anche tener conto non soltanto delle situazioni particolari, ma soprattutto dei processi di trasformazione della società ed adeguarne le istituzioni all’ordine sociale e non viceversa. 

È detto nella costituzione che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, e la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione. Si è fatto in modo tuttavia che attraverso le alleanze politiche coni partiti essi finiscano per consolidare il potere. Sicché, «i diritti inviolabili dell’uomo» e la stessa sovranità democratica rimangono soffocati. Infatti, quale libertà ha la società quando in nome del popolo vengono emanate leggi non idonee che deteriorano la sua sovranità, e la mettono in condizioni tali da dover seguire una strada incerta e irta di ostacoli e difficoltà? 

Che forse in tali detestabili deviazioni, le regole del gioco non vanno democraticamente rivedute e corrette con l’adozione di adeguate misure? È dovere indifferibile riformare, restaurare il sistema delle elezioni politiche, specie allorché si avverte noncuranza verso la sovranità democratica. 

Se il voto di fiducia fosse espresso con maggiore consapevolezza e convinzione, il bene dell’inalienabilità della sovranità dell’elettorato non verrebbe compromesso. Purtroppo, quando si raggiunge il potere, non di riforme si vuole più sentire parlare. Ma certe cose, di fronte a risultati opinabili, bisogna pur dirle. Eppure sarebbe opportuno che l’elettore fosse posto in condizioni di dare il proprio suffragio ai partiti, non in base a interessi particolari, ma alla conoscenza di chiari schemi di programmi economici di generale interesse, visto che le ideologie vanno sempre più differenziandosi negli stati democratici di ben poco, come sempre più si va delineando nell’opinione pubblica. 

Se si vuole risanare lo Stato, sembra che sia decisamente tempo di cambiare il sistema. Nulla è più pericoloso del perseverare in opinioni che confondono e appesantiscono sempre più la situazione. 

Lo Stato democratico-repubblicano non ha ancora compiuto la sua opera sociale. Ciò in gran parte dipende dalla democrazia incompiuta. Le parole, i propositi, gli entusiasmi congressuali, stando alla realtà delle cose, lasciano il tempo che trovano. Non basta mantenere il potere, bisogna andare avanti. I bei discorsi, dosati alle circostanze, e lungamente applauditi, non bastano a superare la crisi del sistema. La stanchezza c’è e si vede. Questa è la verità. 

Si sa che chi governa, governa non per il proprio profitto, non per interessi particolari, ma per il pubblico bene. I sistemi obsoleti o astratti, che accrescono il deficit della finanza pubblica, vanno abbandonati. Il rispetto della sovranità democratica è inevitabile per ben governare. La politica non deve eluderla facendo un uso improprio della cosa pubblica. È potere anche l’esperienza che l’opinione pubblica si forma, altrimenti che democrazia sarebbe! È stato detto più di due secoli or sono dal maggiore teorico dello Stato liberale, Montesquieu, e dal grande filosofo Rousseau, definito il padre della democrazia moderna, che «la società è buona o corrotta nella misura in cui il potere politico la rende tale». 

Il male nell’individuo si forma in base ad esempi o al comportamento sociale che tuttora purtroppo manca di largo senso di solidarietà. Lo Stato repubblicano, nonostante i vari decenni trascorsi, non ha ancora completato la sua opera sociale prevista dalle norme costituzionali. 

Molte leggi sono state emanate, ma non ancora una basilare che riguardi il rispetto della sovranità dello Stato democratico. Le leggi e la politica tuttora sono lacunose. Manca lo strumento del tutto adeguato al progresso dei tempi e alla società che crescendo s’illumina e si rinnova. Si fa ben poco o nulla al fine di avere governi stabili. Infatti, nulla viene attuato per ridurre il quadro numerico dei partiti, visto che ognuno di essi non intende trasformare la propria autonomia. Anzi essi vengono sostenuti e forse incoraggiati mediante i finanziamenti erogati dallo Stato. Giustappunto perché inesorabilmente il gioco torna, per così dire, a vantaggio del partito più numeroso! 

Gli accordi di coalizione o di alleanza fra i partiti dovrebbero avvenire prima delle consultazioni elettorali e non dopo, visto che non vi è altro sistema per cambiare le cose. È assai difficile che un tale ordine nuovo venga instaurato. La situazione politica non potrà cambiare anche e soprattutto per quell’ambizione che divide gli animi, e quindi il partito imperante continuerà nell’ipocrisia che diventa socievolezza. E quindi le leggi continueranno a non rappresentare il consenso, l’espressione della vera, diretta democrazia. 

Mentre tali sarebbero se le leggi venissero fatte da un consesso di persone illuminate e capaci, appositamente elette in rappresentanza delle regioni o capoluoghi. Si avrebbero così, in nome della sovranità popolare, atti autentici della volontà democratica. Un organo di legislatori, straordinari sotto tutti gli aspetti, in età matura, indipendenti dai due poteri, parlamentare ed esecutivo, sembra sia il modo più efficace per salvaguardare realmente gli interessi congiunti della maggioranza e della minoranza, evitando ovviamente i cosiddetti «doppioni ripetitivi». 

I tempi ormai sembrano maturi per fare un concreto, positivo passo avanti verso il riconoscimento effettivo della sovranità democratica dello Stato sociale e di diritto. 

Occorre che sia soltanto la democrazia rappresentativa l’unica autrice delle leggi, se l’azione politica vuol riconoscere l’inalienabilità della sua sovranità. 

Umberto Villari 

Da “Spiragli”, anno I, n.2, 1989, pagg. 35-37.




 Editoriale: Verso il trentennio 

“Spiragli” ha compiuto 20 anni, essendo stata fondata nel 1989, – come recita l’editoriale pubblicato nel n. XXI, 2009. A ricordarne l’attività sono state due manifestazioni: a Marsala il 9 novembre 2009 e a Palermo l’11 dicembre 2009. 

Nella prima, che ha avuto luogo nella Sala delle Rappresentanze dell’ex Convento del Carmine, hanno relazionato Donato Accodo, responsabile della redazione romana della Rivista, e Salvatore Valenti, presidente dell’Associazione per la tutela delle tradizioni popolari del trapanese; nella seconda, che si è svolta nel salone di palazzo Isnello, gentilmente concesso da Jean Paul de Nola che ha coordinato i lavori, ha relazionato lo scrittore-poeta Tommaso Romano ed ha presenziato l’editore Renzo Mazzone. In entrambe le manifestazioni ha preso la parola Salvatore 

Vecchio, fondatore e responsabile della Rivista. 

In quell’editoriale scrivevamo che «la rivista continua, pur nelle difficoltà dei tempi, le pubblicazioni, con dignità e con orgoglio: con dignità poiché non abbiamo chiesto elemosina a nessuno, e con orgoglio, se l’abbiamo vista crescere portando avanti la sua linea editoriale in libertà di scelta» Con libertà di scelta continueremo ad operare in campo culturale, artistico e letterario, augurandoci tempi migliori e maggiori disponibilità al fine di incrementare la periodicità della rivista e diffonderla per l’utilità di tutti. 

In un momento così problematico per la vita comunitaria, c’è l’esigenza di affermare con forza la nostra libertà di espressione che è quanto di più bello e buono l’omo possa avere. E questo diritto lo dobbiamo esercitare con vigore contro ogni condizionamento, senza per questo ledere le idee degli altri e senza scadere nel chiacchiericcio a cui, non volendo, siamo costretti ad assistere e a sentire. Questa è stata la nostra forza, come i relatori sopracitati hanno evidenziato, e su di essa puntiamo ancora per meglio realizzarci come uomini e come appartenenti alla società globale. È l’obiettivo a cui l’omo deve tendere, se veramente vuole affermare con consapevolezza il proprio io, capace di raggiungere vette inaudite o abissi profondi. 

Pubblichiamo, nell’ordine sopradetto delle manifestazioni, le relative relazioni e cogliamo l’occasione per ringraziare quanti hanno contribuito all’affermazione della Rivista, ai relatori tutti (Accodo, Valenti, Romano) che hanno evidenziato le positività del nostro lavoro, mettendo anche in controluce quello che ancora dovremo fare per renderlo migliore. 

Ci auguriamo, pertanto, quanto prima, di dotarci di un sito per dare a tutti la possibilità di seguire i nostri lavori e consultare la rivista con i moderni mezzi di cui la tecnologia dispone. D’altronde è assurdo non adeguarsi ai tempi. Noi lo stiamo facendo, anche con ritardo. Ma se consideriamo che il materiale accumulato nel corso del ventennio è abbastanza vasto, questo giustifica in parte il ritardo. 

La volontà è di mettere a disposizione di tutti la serie completa di “Spiragli” una realtà ormai radicata negli ambienti culturali e quelli letterari, italiani e stranieri. 

Salvatore Vecchio 

Da “Spiragli”, anno XXII, n.1, 2010, pag. 2.