Vittorio Morandini, Cronaca di un’amicizia, Edigraf, Roma, 2005. 

È la storia fedele che muove non da ispirazione unitaria di un patriottismo soltanto a parole e da un’amicizia al limite del sublime, bensì da una fattiva e intensa partecipazione a straordinari eventi tra innumerevoli sofferenze in una guerra che non le risparmia a vincitori e vinti. La morte dell’amatissimo Piero colpito da piombo nemico genera nel protagonista un angoscioso turbamento che lo accompagna tutta la vita, nell’incessante ricordo dei giorni trascorsi con l’amico del cuore, quando, ardimentosi entrambi, profondevano energie per il raggiungi mento dei loro ideali. Nell’estremo tentativo di salvarlo: «Quel corpo Vittorio sollevò con fatica, sotto quel corpo scivolò nel fango e l’acqua motosa entrò nella bocca del vivo e del morto; avvinti i due amici avanzarono lentissimi nella melma fino alla scarpata! Qui Vittorio cedette, la carne esausta, lo spirito affranto. Un pianto lungo, convulso, urlato, chino sopra l’amico che giaceva sulla riva del gran fiume con tutta la propria morte addosso.»

Prodigo di ricordi, ora tristi ora lieti, l’Autore ce li fa conoscere attraverso carrellate di lontane memorie, con descrizioni che esaltano la sua narrazione ricca di rincorsi ideali, di audaci speranze, di affetti profondi ampiamente espressi anche nei fluidi versi di Momenti lirici, oltre che nella limpida prosa delle sue varie vicende. 

Particolare commozione suscita la raccolta dei miseri resti del citato Piero Menichetti sottratti all’inclemente incuria del tempo, dopo essere stati a lungo sul margine del Po, finché ricuperati e tumulati accanto a quelli del padre e della madre. Il tutto in un clima di religiosa compostezza, nel rimpianto struggente dell’adorato commilitone caduto nel fiore degli anni. 

In questo diario di guerra, amore e morte dominano lo scenario di contrapposti ideali: un valido stimolo per allargare la conoscenza dei tanti fatti e misfatti che i deprecabili conflitti comportano con distruzioni devastanti, come quella, ad esempio, di Amburgo, orrenda e inespiabile, e di tante altre volute in forza di un presunto diritto di superiorità e di preminenza, diritto che in ogni tempo, tirate le somme, non ha mai avuto obiettivi riscontri di vera giustizia per vinti e vincitori, né mai è stato foriero di pace duratura tra la stirpe degli uomini. 

Diario pieno anche di esuberante freschezza giovanile, di sincerità, di altruismo: sentimenti gentili eppure non privi di disapprovazione per il mancato riconoscimento di quegli ideali di patria negati ai ragazzi della R.S.I. che avevano operato fino all’ultimo giorno, saldi nella loro fede per la quale «il nemico rispettoso e ammirato concesse loro l’onore delle armi in quei campi di Conselve, quella notte del 29 aprile 1945». 

Mai retorica, mai posizioni di parte, mai vedute distorte nelle pagine di tutto il diario, ma fedele corrispondenza dai resoconti inalterati, all’insegna della più scrupolosa obiettività, la stessa che spinse il Maresciallo Montgomery, visconte di El Alamein e comandante dell’VIII armata inglese, ad affermare: «Penso che l’armistizio del Savoia e di Badoglio sia il più grande tradimento della storia.» Distacco sereno di chi prende le dovute distanze da coloro che, esibendosi col pretesto di fare ad ogni costo cosa gradita ai fuoriclasse del trasformismo e voltagabbana al cambiar dei venti, spesso stravolgono verità storiche dando a divedere lucciole per lanterne, in un intreccio di improvvisati soloni, figli della menzogna, squallidi nel cuore e nella mente ottenebrata dalla torbidezza d’insane passioni. 

Si può dire che, prima di essersi dato cura di trovare uno stile e una forma di distinzione a lui ascrivibile, il Morandini ha preferito esprimere la propria umanità lontano dal fare accademia. Scelta, questa, che può essere sgradita a chi è abituato ad esprimersi con magniloquenza, viceversa gradita presso un pubblico che apprezza l’arte dell’onestà in una narrativa lontana da inflazionistici premi letterari e comunque ricca di appropriate capacità espressive di un’apprezzabile tecnica che ci riporta a un verismo più vicino ai sentimenti del Nostro. 

Habent sua fata libella, avverte Terenziano: i libelli hanno un loro destino, ed anche i libri che tali non sono, aggiungiamo noi, augurando all’autore il successo che merita per avere scritto qualcosa di buono. 

Donato Accodo

Da “Spiragli”, anno XVI, n.1, 2005, pagg. 47-48.




 Uno strumento di prestigio 

Signore e Signori, buona sera, sono qui con voi per onorare “Spiragli” della cui Redazione faccio parte sin dal 1989. L’inizio del percorso non è stato facile, come non facile, del resto, per molte realizzazioni al primo impatto con la realtà. Epperò, come spesso accade nelle comuni durezze, con tenacia e coraggio anche gli ostacoli più duri vengono superati. Lo ha dimostrato Salvatore Vecchio, fondatore e direttore della Rivista, al quale va il nostro vivo ringraziamento per le sue interessanti pagine dense non solo di sicilianità ma anche di orgogliosa italianità 

Coadiuvato dalla prof.ssa Maria Di Girolamo, sin dai primi numeri della Rivista, ha ricevuto apprezzamenti di studiosi di varie correnti culturali, con conseguente crescita dell’indice di gradimento anche in diversi stati esteri: Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Spagna, Canada, Brasile, Giappone, Messico ed ora anche in Cina, tanto per citarne alcuni; e l’elenco sarebbe ancora troppo lungo, come altrettanto lungo il tempo per illustrare il lavoro svolto dagli studiosi che hanno contribuito a fare della Rivista uno strumento di prestigio nell’ambito della cultura nostra e internazionale. A costoro il plauso nostro e di tutto il Comitato di Redazione. 

Del prof. Vecchio numerose le opere di elevato valore culturale. Ne cito alcune: Vincenzo Cardarelli l’etrusco di Tarquinia, Pirandello e Ionesco, La Terra del Sole, La letteratura siciliana (vol. I). Molti i riconoscimenti di merito, tra i quali il “Premio della Cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Accademico Honoris causa dell’Accademia Siculo-Normanna di Palermo e Monreale. 

Sorge spontanea una domanda: ma che c’èdi più propriamente diverso che in “Spiragli” desta particolare interesse e aumenta il numero dei lettori? 

A chi è abituato a penetrare le profondità del pensiero dei vari scrittori non sfugge il fondamento di una cultura umanistica, intesa come continuazione del ruolo educativo e formativo che nella società possono svolgere ovunque, e in ogni tempo, coloro che attingono alle limpide sorgenti di un sapere che è stato sempre fonte di civile progresso. 

Sono questi i principi racchiusi in “Spiragli”, propugnati e trasmessi da Salvatore Vecchio, sensibile ai bisogni degli afflitti, degli umili, dei bisognosi, di chi vessato da una giustizia iniqua e assai spesso cinica, e aperto alle varie problematiche sociali. 

Liberalità umanità rispetto per la Natura, amore per tutto ciò che di buono e di bello eleva ad agognate altezze, sono gli elementi che danno vita alle nobili iniziative della Rivista, in linea con quanto stabilito sin dal suo esordio. Questo il segreto. 

“L’illuminismo teorico e l’empirismo conoscitivo accendono i fari dell’intelligenza” soleva dire il compianto Romano Cammarata, uomo di elevata cultura e di spiccate qualità morali, esempio di umiltà nell’espletamento delle sue alte funzioni nel Ministero della Pubblica Istruzione, grande innamorato della sua Sicilia. Lo stesso amore, le stesse idee dell’amico intellettuale sono quelle di Salvatore Vecchio da Lui indirizzato alla ricerca di approfonditi studi nel complesso panorama storico della vetusta Trinacria. Di quell’illuminismo non sono mai mancate, e mai mancheranno nella Rivista, anche pagine di vita dedicate all’Isola e ai suoi uomini migliori. 

Sulla spinta di condivisi ideali per mutare in meglio la società sono certo che, nella ricorrenza del futuro trentennale di “Spiragli” coloro che vi parteciperanno avranno contezza di aver creduto all’esistenza di un mondo extramentale da cui molte idee, balzando con forza alla nostra coscienza, ci sproneranno sempre a sperare in meglio e a bene operare. 

Ancora un elevato pensiero a coloro che non sono più con noi, a Giovanni Salucci, Davide Nardoni, Romano Cammarata, Mario Caruso, e a quanti altri in questo momento mi sfuggissero, ancora un grazie agli affezionati collaboratori, lunga vita ai nostri lettori, a quegli autori che, dall’alto delle loro cattedre ci trasmettono, coi loro scritti, esempi di probità e di civile progresso. Auguri. 

Donato Accodo

Da “Spiragli”, anno XXII n.1, 2010, pagg. 3-4.




 Un dramma di elevata potenza descrittiva 

Romano Cammarata, Dal buio della notte, Armando Editore, Roma, 1983. 

A chi ancora non si fosse soffermato a meditare sul significato della parola supplizio sin nei termini ultimi delle comuni possibilità interpretative e per mancanza di amore verso il prossimo, o per semplice apatia non abbia provato, almeno una sola volta nella vita, effetti benefici dopo essersi compenetrato nel dramma di una qualsiasi creatura, che al martirio della Croce non pari sol perché a tutte le innumerevoli sofferenze fisiche non si è potuto aggiungere il barbaro rito della vera e propria crocifissione, quest’opera sortirebbe nient’altro che un freddo e alquanto distaccato interesse. Viceversa lascerà una traccia indelebile nel cuore e nella mente di tutti coloro che, avendo provato l’intensità del proprio dolore, delle proprie afflizioni esistenziali, giudicheranno meritevole di esaltazione il calvario del protagonista minato da un terribile male, risorto a nuova vita, grazie alla sua tenacia, alla sua resistenza agli assalti della malasorte nella tempesta di timori e pensieri funerei, oppresso dall’assillo di un’ipoteca totale a garanzia di un viaggio senza ritorno, a lungo tempo e puntualmente rimandato ogni volta che il responso delle analisi cliniche ed istologiche lasciavano spiragli ad un esile filo di speranza vitale. 

Andrea, questo straordinario sopportatore del dolore e artista della penna, ha saputo ovviare alla fragilità di detto filo con una resistenza che più volte – miracolo? – ha retto persino agli attacchi della ghignosa signora, impaziente ora più ora meno, ma sempre pronta a ghermire la preda nel silenzio delle interminabili notti insonni, tra il timore inconfessato di una imminente dipartita o di una non più possibile procrastinazione, tra una carezza e l’altra di Francesca che con bisbigli di consolazione e di amore si mostrava desiderosa di appropriarsi i dolori dello sventurato sposo come a lenirgli il travaglio dell’incessante tormento. 

In una esposizione lineare e rispettosa del migliore uso della lingua italiana, Romano Cammarata ci ha trasmesso un dramma di elevata potenza descrittiva in tutti i risvolti e rilievi di un’allucinante esperienza. Ed è senza dubbio merito da riconoscergli senza riserve, se pensiamo che altri, al posto suo, avrebbero potuto avere persino timore di descriverla per non rivivere, ai confini dell’umana sopportazione, una lotta tante volte ritenuta impari e tuttavia combattuta dalla ferrea volontà di non demordere, di continuare a vivere pur tra i rantoli della disperazione, di dimostrare, nel modo e nel senso più credibili equalmente certi, che quando si è sorretti da una forza morale l’attesa di sublimi miracoli non è poi sempre vana. In Dal buio della notte è difatti dimostrato che competenza, tecnica e dedizione di valenti luminari della medicina e dell’alta chirurgia fanno ottenere risultati sorprendenti se il paziente reagisce all’idea della capitolazione. L’odissea di Andrea ne è una comprova. 

Privo di un occhio asportatogli, devastato in viso, in ansia nella speranza di guarire e l’avvilente incertezza della buona riuscita, con la metà del palato e una mascella ricostruita, finalmente vittorioso sulla morte in agguato, il degente che oltre che per i suoi mali soffriva per quelli dei compagni che non rivedrà mai più e che ricorderà con sentita commozione, oggi, nell’espletamento delle complesse mansioni attinenti alla sua professione, è un uomo di una serenità olimpica, che infonde fiducia e coraggio con l’eleganza del suo dire, pago d’aver dimostrato che a colui che vuole nulla è impossibile e che, in definitiva, l’amore per le cose e per le persone amate, l’attaccamento alla vita, il rispetto per i propri simili, il disprezzo per gli impietosi che non si rattristano nemmeno in casi disperati, avranno la meglio nel superare qualsiasi ostacolo. Tanto più se sorretti dall’ardente desiderio di non lasciare orfani i propri figli e maggiormente se spronati a resistere dalla santità di una donna, senza l’abnegazione della quale il nostro protagonista non ci avrebbe potuto raccontare il suo dramma perché, probabilmente, già morto. 

Storie del genere saranno accadute già altre volte, pochissime a lieto fine, per la verità, ma la Via Crucis di Andrea può a ragione ritenersi un esempio di ricupero ad un passo dalla fine, di riconquista del proprio equilibrio psicofisico, una dimostrazione di come comportarsi quando più aspra si fa la lotta nel periglioso pelago delle sventure umane. Sì, la riconquista di un bene prezioso strappato alla morte, il superamento di se stesso forgiato dapprima dalla fucina del dolore e dalla tribolazione, indi sospinto a novella vita dalla ritrovata felicità. 

Donato Accodo 

Da “Spiragli”, anno I, n.3, 1989, pagg. 62-63.




 S. Zarcone, La carne e la noia, Palermo, Ed. Novecento, 1991 

In un contesto moderno di contraddizioni e rivendicazioni in continua conflittualità per diverse regioni di ordine sociale la critica di Salvatore Zarcone sulle opere e la vita di Vitaliano Brancati merita un posto di tutto rispetto perché espressione di una complessa e vivace problematica di una sofferta realtà in un periodo che lo scrittore pachinese ha vissuto con intensa partecipazione e fin nei termini ultimi di una speranzosa quanto vana attesa di ottenere consensi al suo innovativo apporto culturale: integrare la politica con la letteratura, in particolare con l’efficacia di rappresentazioni teatrali. 

Stile manierato, accorta ricerca analitica nei trascorsi eventi all’epoca in cui il Brancati scriveva opere condite di varia cultura, sono i pregi salienti dell’autore di La carne e la noia espressi con forza effettiva e determinatezza. Egli riscopre, in chiave di obiettiva valutazione di merito, i principi innovatori della tematica di chi aveva già previsto, assertore della necessità di collaborazione tra cultura e politica, l’efficacia di una reciproca comprensione al fine di dar vita ad una società più giusta, più rispettosa dei diritti altrui, che col suo inarrestabile progresso avanzi di pari passo con le esigenze dell’uomo e spiani la strada a giorni migliori tra i popoli oppressi nei loro squilibri lungamente pervasi da falsi fatui valori, animati da propositi di vendetta, di perverse ideologie, mai cessando di sostenere che gli uomini hanno diritto ad una vita più degna di essere vissuta, libera da strettoie oppressive, più attinente alle loro aspettative di soddisfacimento essenziale, da quello della fame e del lavoro a quello culturale brutalmente represso da un sistema capitalistico, autoritario, subdolo e disumano. 

Contro un sistema così inquinante, che coinvolge i protagonisti del mondo brancatiano Zarcone vi si cala nel fondo dei loro risentimenti senza mai smettere di dare battaglia ispirandosi ai suoi principi secondo i quali la letteratura può convivere con la politica, pur nell’incessante accavallarsi di forze avverse e mistificanti, basando le nostre convinzioni su nuovi metodi di osservazione e deduzioni immuni da deformate angolazioni del pensiero culturale, proprie di quegli esseri che alla logica di una reale obiettività contrappongono assolutismi vecchi e nuovi, ideologici e pratici, nella speranza di un rinnovamento etico religioso dell’uomo conscio della sua dignità in una società più saggia, più ordinata e giusta. 

In polemica contro l’intellettualismo di orientamento hegeliano e contro la filosofia tradizionale staccata dai nostri bisogni e dai problemi esistenziali Zarcone condivide l’impostazione culturale del Brancati, riconoscendogli il suo assunto secondo il quale l’uomo dev’essere in condizione di affrontare la vita con virile consapevolezza e positivo coraggio, in linea col concetto di Heidegger che rivolge la sua attenzione alla ricerca del senso dell’essere il quale ha continue possibilità di aumentare e perfezionare le proprie attitudini di civile progresso in tutti i campi dello scibile, in proficua collaborazione che faccia bene sperare in un futuro libero da discriminazioni. 

Insomma, in un progresso di educazione pedagogico-letteraria tra tutte le nazioni, libere da egoismi e da orgogliose inveterate vanità. 

Donato Accodo

Da “Spiragli”, anno XIV, n.1, 1999 – 2002, pagg. 41-42




 Quando la letteratura diventa infiorata 

Contrariamente alla mia inclinazione a scritti polemici e seriosi, questa volta, con l’accaduto che sto per raccontare in chiave scherzosa ma vera, mi riprometto di esilararvi col preciso intento di farvi dimenticare, sia pure per poco tempo, gli affanni quotidiani. 

Il titolo, invero, per amore di rispetto al nostro idioma, è di ripiego, ché più attinente allo svolgimento dei fatti sarebbe stato ben altro. State certi, comunque, che non starò, novello Erasmo, ad ammalinconirvi con poderose elucubrazioni sulla pazzia, giacché, da quando il filosofo olandese ne trattò, è passato tanto tempo che, essa, la follia, si è talmente diffusa da rendere un inutile perditempo seguirla nelle sue svariate manifestazioni, risultando, invece, più agevole soffermarsi sui casi che se ne discostano, e perciò più facilmente individuabili. 

Ma sia pure come modesto omaggio ad Erasmo, come convalida delle sue teorie, proviamo a trastullarci un po’ su un avvenimento che ha nutrito ampiamente la cronaca, e che meriterebbe di essere tramandato ai posteri, affinché essi, rivolgendo il pensiero ai progenitori – a noi, che allora saremo diventati gli avi – possano sentirsi più orgogliosi di quanto lo siamo noi dei Quiriti, d’essere i discendenti di una eroica schiatta, quella alla quale ora modestamente apparteniamo e che sarebbe stato meglio fosse … schiattata un secolo prima. 

In Italia, com’è noto, vi sono numerosi festival, i più noti dei quali, quello della canzone a Sanremo, quello del cinema a Venezia, quello dei due mondi a Spoleto; ci sono poi: quello dell’uva, quello dei carciofi (auspice il decantatore di un certo amaro), quello dei tartufi, non ricordo dove, senza contare i festival dell’unità (d’intenti), dell’amicizia, che pullulano un po’ dovunque, saturnali, dove non occorre ricercare molto per rinvenire, anche senza cane da fiuto, lo squisito porcino, e che un novello Macrobio non mancherà di immortalare e tramandare ai posteri. 

In un paese così ricco di sagre non potevano mancare i festival del libro e, dopo i primi istituiti, che potremmo chiamare classici, ne sono proliferati, dalle Alpi al Lilibeo, in così gran numero e varietà, che le .denominazioni non bastano più a qualificarli; per cui, continuando di questo passo, andrà a finire che, dal premio bancarella si arriverà, forse, anche al premio deschetto. 

Ora, quello che di particolare pare abbiano questi premi della carta stampata, sembra sia il fatto che tra membri delle giurie e concorrenti da giudicare avvenga una specie di avvicendamento, una rotazione, per cui, ad intervalli di luogo e di tempo, alcuni Tizi vengono a trovarsi al di qua o al di là della barricata: vale a dire, giudici o giudicandi. 

Da questa situazione, in un paese facile ai sospetti tendenziosi (e spesso infondati), si è fatto discendere una conseguenza, non si può affermare quanto ragionevole o quanto calunniosa. E cioè: tu dai (oggi) una cosa a me, io darò (domani) una cosa a te, come usa ripetersi in certi slogan pubblicitari caroselliani. 

Avvenne, qualche anno fa, che in uno di questi festival cartacei, una nota scrittrice, Dacia Maraini, ottenne un premio letterario, non saprei se di I, II o III categoria; fatto sta che l’ottenne. Avvenne pure che, tempo fa, altro non meno noto scrittore, Berto, non saprei se contemporaneamente concorrente al medesimo certame e rimasto escluso dalla candida rosa dei premiati, o rimastone escluso in altro torneo, oppure, escluse tali ipotesi, ma semplicemente perché animato da spirito di giustizia, in omaggio al quale certi accessi fervorosi viaggiano addirittura con un bilancino in tasca, avvenne, dunque, che il Berto si lasciasse andare, un certo giorno, a fare qualche allusione – velata oppure evidente – sul pieno, mediocre e scarno merito con cui la Dacia ottenne, in quell’occasione, il succitato guiderdone. 

Ora bisogna tener presente che, nel Bel Paese è lecito dissentire, e quindi muovere critiche, solo nei riguardi del governo od in merito alle sentenze emanate dalla magistratura, in omaggio alla conquistata – con annose e animose lotte – libertà di opinione, ma non spaziando in altri campi dove l’opinione può tramutarsi in calunnia, ed è bene che ciò sia, altrimenti la ridda delle opinioni richiederebbe che il numero dei tribunali – e quindi dei giudici criticabili – venisse per lo meno centuplicato. 

Stando alle notizie di stampa, non sembra, però, che la Maraini abbia pensato di querelare per calunnia aut similia Berto che, questa volta, non si era limitato a filare, avrebbe intaccato la Dacia nelle latebre più intime. 

Ma la Maraini non ha adito, come suol dirsi, le vie giudiziarie e, per tale rinuncia od omissione, possono farsi soltanto delle supposizioni. 

Sarà stato, probabilmente, per non completa e assoluta fiducia nei giudici dalle facili e criticabili sentenze (ma questa è una mera ipotesi soltanto congetturale – sarà stato perché, dall’alto del suo piedistallo (…de minimis non curat praetor) reggentesi su un consenso che avrebbe potuto vacillare – considerandolo res nullius – lo sconsiderato provocatore, sarà stato per altri eventuali motivi personali, non c’è stato ricorso alle vie legali. Ma se lo è legato al dito, questo torto, la Maraini, evidentemente incline a farsi giustizia da sé, largendo pan per focaccia, anzi, per meglio dire, tocco di sfilatino per focaccia. 

E si arriva così al secondo atto della tragicommedia dell’arte (letteraria) nella quale il colto pubblico e l’inclita guarnigione può vedere come la Dacia Maraini, in un’intervista concessa alla giornalista Lietta Tornabuoni, ha malamente qualificato l’antagonista Berto, il quale, vedendosi, in tal modo, scultoriamente e lapidariamente contrassegnato, è insorto ed ha adito quelle cotali vie. 

Cosa ovvia, se si considera che l’intervistatrice ha messo nero su bianco, diffondendo agli otto venti l’accaduto. Maliziosetta, anzichenò, questa Lietta . . . o no? 

Il suo nome, costituito da un diminuitivo a sé stante, sembrerebbe indicare una bonaria ingenuona, tutt’altro che un’aggressiva enfante terrible, e se ha preferito scrivere, è stato certamente perché, da coscienziosa giornalista, ha voluto attenersi alla completezza dell’informazione e alla più pura obiettività. 

Ed è stato così che, rubando lo spazio alla crisi di governo, ai problemi del lavoro, della scuola, degli ospedali, dell’ecologia, solite solfe che ormai ha perduto mordente, il fatto è assurto all’onore delle prime pagine dei giornali, facendosi largo a gomitate, anche se gomiti non ne ha, tra le altre notizie semiserie, con cui le pagine devono essere riempite prima di andare in macchina. 

Ma, in macchina, in sontuosa Rolls Royce, c’è voluto andare, stavolta, anche il vilipeso scrittore ch’è voluto entrare, trionfante, anche nelle aule giudiziarie di Torino. 

Già prima di arrivare alla discussione dibattimentale, che si era preparata per l’occasione, si fanno indagini etimologiche, filologiche, linguistiche, si considera il vocabolo incriminato da diverse angolazioni, come si fa con la moviola per i falli in area di rigore, per discutere se costituisca ingiuria oppure no, ecc. 

In attesa che più profondi conoscitori, con alate e filosofiche argomentazioni, espongano – quando si terrà il processo – le loro teorie, noi, come fanno gli scolari ai quali l’insegnante ha insegnato un argomento, per svolgere il quale devono fare opportune . . . ricerche, abbiamo voluto appunto eseguirne qualcuna, della quale esponiamo il risultato: senza, con ciò, voler formulare e anticipare giudizi, ma semplicemente perché, essendo l’argomento apparentemente nuovo, suscita una certa curiosità che merita di essere appagata senza, però, manipolazioni o vivisezioni, ma con la raccolta di documentazioni fatta con lunghe pinze automatiche onde restare a debita distanza. 

Non riferiamo, per un certo riserbo, il vocabolo oggetto della disputa. Ma consultandolo nel vocabolario della lingua italiana, edito da Curcio, e nel Dizionario Enciclopedico Treccani, riteniamo la definizione di quest’ultimo abbastanza esatta. 

Da notare, infine, che sono previsti anche i diminuitivi, con terminazioni variate e ce n’è per tutti i gusti. 

In ogni caso, però, è ancora da notare che ha non poca importanza l’intonazione di voce, l’inflessione, la maggiore o minore intensità e musicalità che accompagna la parola, nonché l’aggiunta, a contorno, di eventuali gesti espressivi. 

Ma, come si fa con la lingua, la quale, spesso, sdegna la forma puramente letteraria, per attingere alla parlata viva del popolo, allo scopo di rendere con più evidenza un’idea, conviene lasciare da parte i vocabolari scritti da gente troppo seriosa, prima di sentenziare se la parola incriminata sia da considerarsi impura oppure un babà intriso di rum, e cercare riferimenti più semplici ed obiettivi. 

Questa volta conviene risciacquare i panni, anziché in Arno, nel Tevere, che per quanto riguarda acque torbide e fangose, non la cede al gemello toscano. 

Conviene andare nell’Urbe che, d’altra parte, può considerarsi madre putativa di tale poco nobile rampollo, a giudicare dall’uso assai diffuso che i cupolonisti fanno dell’espressione che Coty avrebbe certamente disdegnato. 

Se a un ragazzino romano de Roma si chiederà che cosa significa la frase: “… ma è proprio bbona” riferita a una gagliarda passante, non risponderà certamente che trattasi di persona di buon cuore, umana e pia: risponderà, invece: “, , . a me pure me piace cce starìa … “! 

Allo stesso modo, se al solito ragazzino de Trastevere, si domanderà: “Che significa che quel passante è uno…”, risponderà, siatene certi, in modo poco lusinghiero per l’inconsapevole passante usato come cavia.

 

Da “Spiragli”, anno III, n.2, 1991, pagg. 45-48.




 Popolo e Cultura 

Il popolo è una comunità umana caratterizzata dalla volontà degli individui che la compongono di vivere sotto lo stesso ordinamento giuridico, e più propriamente, come dice Cicerone (Rep. 1, 25, 39), non è un qualsiasi agglomerato di uomini in qualsiasi modo riuniti, ma di gente associata dal consenso allo stesso diritto e da una comunanza d’interesse. Ciò premesso consegue che, allorquando proprio per mancanza di interesse il consenso a questo diritto viene a cessare, per diffidenza verso abili e inveterati approfittatori del bene comune, che operano per loro esclusivo tornaconto, ai cittadini defraudati dal loro Stato altro non resta che privarli del mandato, non rinnovando loro la propria fiducia e nulla concedendo per sostenerli in vita. 

E intanto si continua a governare male, senza seguire uno schema prestabilito. Nel contempo il popolo, in nome del quale il sommo Arpinate si appellava nelle sue ardenti requisitorie per rilevarne la sovranità, ha meno titolo che mai senza una guida che dia finalmente fiducia e lo sproni alla ricerca di quegli ideali propri degli uomini liberi. Siamo ancora a più di duemila anni fa, quando Plutarco, nelle sue Vite parallele, volendo denunciare certi comportamenti dei mortali, lamentava che molti uomini sono come le pecore: laddove si dirige una, tutte vi convergono le altre. Epperò i motivi di simili comportamenti sono sempre gli stessi, da ricercarsi nei problemi rimasti irrisolti per fini esclusivamente speculativi e per imperdonabile mania di dissacrare i miti al fine di indebolire le istituzioni di ogni civile progresso. 

Si è detto altrove che senza una famiglia e una scuola sana, senza una politica oculata, che non soggiaccia a favoritismi, senza una giustizia ben funzionante, qualsiasi nazione sarà travolta dallo squallore morale e materiale, indi dall’anarchia, fonte di sciacallaggio e di ogni scelleratezza, di ogni turpidine. 

È urgente rivisitare le fonti del passato culturale, riprodurre testi e studi accettati e tesaurizzati da milioni di uomini non certamente da meno di noi, se pensiamo che sulla credenza dell’infinità dei mondi e dell’affascinante concezione atomistica già parlava, con felice e sorprendente intuito di scienziato, Tito Lucrezio Caro. Occorre nutrirsi di opere concettose, dense di esperienza vitale, tirarle fuori del dimenticatoio della dissennatezza di noi moderni, chè, ammesso e non concesso che fossimo tutti concordi nel ritenere operetta l’Institutio oratoria di Quintiliano, non otterremmo niente di concreto. Nemmeno l’irriverenza di altri venti secoli di storia potrebbe minimamente offuscare la gloria del tarraconese. Ma noi siamo superiori, non stiamo a rispolverare le mummie del passato, viviamo di ben altro, noi, disponiamo di alta tecnologia, siamo arrivati sulla luna, approderemo su altri pianeti, che ce ne facciamo della scienza infusa di tempi remoti, oggi le cose sono cambiate, a distanza di millenni il nostro cervello si è sviluppato (in peius) e poi siamo presi dal flagello dell’AIDS, dall’amica droga, dai sequestri di persona, dalla lupara, dalla ‘ndrangheta, dai buchi neri cosmici e bancari, dagli ammanchi, dagli scandali di vaste proporzioni, dai febbrili connubi delle multinazionali sostenute da correnti collettivistiche con tendenze iugulatorie e di esasperante egoismo. 

D’accordo: si scelga pure il libertinaggio, ognuno è artefice della propria fortuna, con tutti i rischi e le conseguenze possibili e immaginabili, però non deve mettersi a disquisire, chè senza l’assimilazione di certe anticaglie si fa presto a farsi notare per leggerezza di contenuto speculativo e, di riflesso, per cortezza d’ingegno. È inutile provare a camminare se si hanno i piedi bruciati, a volare se le ali sono tarpate, a dare di penna se si è digiuni persino delle regole più elementari della grammatica. È vero che i soldi fanno parlare le bestie e che, per ibridi connubi politici ci sono delle eccezioni che culminano in un’infiorata di oltraggi alla nostra lingua, come quelli di una deputatessa con funzioni nel Dicastero degli esteri e, perché no?, di un ex direttore di un noto quotidiano romano, i quali facevano a gara a chi più commetteva errori, ma è un’eccezione, anche se ricorrente altrove, in personalità di cotanto senno! 

A voler essere obiettivi, ci sono varie cause che inducono a non sperare che gli Italiani siano in maggior parte determinati a scuotersi dal torpore in cui vivono. L’accentramento delle testate gionalistiche, l’informazione televisiva … Altro che pluralismo! L’Italia della televisione può essere paragonata ad un immenso stadio moderno dove però si svolgono antichi baccanali tra aneddoti e scipitaggini, approcci, lamenti e contorsioni di cantanti osannati sino al parossismo, anche se il più delle volte crocidano o ragliano – absit iniuria verbo. 

Questa miopia mentale, questa arroganza distruttiva di credere inarrestabile il processo di industrializzazione al servizio di un selvaggio progresso che non è più tale perché sta portandoci alla rovina. Lo Stato, bonificato, deve subito provvedere a bonificare. Diversamente non ci sarà niente da fare. 

Il progresso, il benessere seguono la cultura e non viceversa, per quanto attiene allo scopo di migliorarsi e raffinarsi, dacché non vi potrà essere progresso se non prima questo abbia progredito culturalmente, onde, secondo Kant: «La produzione di un essere ragionevole, della capacità di scegliere i propri fini (e quindi di essere libero) è la cultura. Perciò la cultura soltanto può essere l’ultimo fine che la natura ha ragione di porre al genere umano» (Crit. del Giud., 83). Ma non di una cultura ridotta a puro addestramento tecnico in un campo limitato di cognizioni professionali, altrimenti non è più cultura, dovendo questa occuparsi di tutti i gradi e le forme dell’educazione, sino a quella più specializzata, tralasciando nozioni vacue e superficiali che non arricchirebbero la personalità dell’individuo e la sua capacità di comunicare con gli altri. 

L’uomo colto ha lo spirito libero, aperto a comprendere idee e credenze altrui, egli è per una cultura formativa, volta al futuro e saldamente ancorata al passato, mettendone in evidenza luci e ombre, somiglianze e divergenze, ben guardandosi dal disprezzare le glorie dei nostri precedessori. Senza di loro oggi saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo capacità di predire e formare progetti di vita a lunga scadenza. Ma cultura è soprattutto civiltà, e questa, come spiega Spengler, è il destino inevitabile di una cultura. Le civiltà sono gli stati estremi e più raffinati ai quali possa giungere una specie umana superiore. «Esse sono una fine: sono il divenuto che succede al divenire, la morte che succede alla vita, la cristallizzazione che succede all’evoluzione. Sono un termine irreversibile al quale si giunge per una necessità interna» (Untergang des Abendlandes, l pag. 147). 

Ora, dopo questa parentesi, dopo aver cercato di spiegare che colto è colui che ha lo spirito aperto e libero, che sa comprendere le idee e le credenze altrui, anche quando non può accettarle né riconoscerne la validità, dopo aver tentato di dare, per sommi capi, un’idea della connessione tra civiltà, cultura, conduzione della cosa pubblica, non resta che affidarci al buon senso dei nostri politici, i quali, tralasciando gli interessi di parte e quelli privati, devono far di tutto per espletare con correttezza il mandato che è stato loro accordato, tenendo conto del saggio consiglio di Democrito, secondo il quale «non si deve aver rispetto per gli altri uomini più che per se stessi né agir male quando nessuno lo sappia più che quando tutti lo sappiano, ma devi avere per te stesso il massimo rispetto e imporre alla tua anima questa legge: non fare ciò che non si deve fare» (Fr., 264, Diels). 

Imperativo di alto significato morale, questo, ma ai nostri giorni, nell’imperversare delle lotte per opposti interessi, sembra utopistico obbedirvi, e ciò a causa della rottura delle due culture: quella tradizionale e quella moderna. Se non si è rispettosi neppure di se stessi, come si può esigere rispetto dagli altri, imbevuti di idee balzane, disorientati nell’aria cimiteriale di un subdolo progresso, in gran parte travaglio e dannazione del ventesimo secolo? Bisogna far di tutto per scuotere le coscienze sopite, è doveroso denunciare ibridi connubi tra multinazionali e gruppi di potere, compresa la mafia e il collettivismo librario, quasi che i frutti dell’uomo colto non abbiano altra irridente fortuna che quella di essere venduti deprezzati da impietosi opportunisti. 

È soprattutto, più specificatamente, una questione morale oltre che culturale in senso lato, chè la cultura senza la morale non può dare buoni risultati. Un qualsiasi uomo dotto, un qualsiasi scienziato, se non è mosso dall’assenso o dal rimprovero della propria coscienza, se disprezza la sacralità della vita del suo simile e non ha alcun terrore di attentarvi, i misfatti, le sovversioni, le congiure, le guerre, le stragi aumenteranno a dismisura, e la possibilità che l’uomo si sostituisca alla belva anche nel comportamento, un giorno diverrà realtà. In tal senso si è già fatto un gran passo avanti. 

Senza morale non c’è diritto, non c’è amore, non c’è prossimo, non c’è commiserazione né pietà. E allora siano pure chiuse le scuole, i tribunali, le chiese, tanto sono inutili. A che vale tenere in vita queste istituzioni? Forse che si è degni di vivere trascurando il culto della morale nelle scuole, e che senza giustizia dettata dal profondo della retta coscienza possa esservi uomo di legge? E che le chiese, da sole, possano convertire la canaglia del nostro secolo? 

Solo una giustizia libera e indipendente, imparziale e irreprensibile, potrà salvare la nostra democrazia dai morsi tenaci di tanti falsi amministratori che vogliono ridurci alla bancarotta. 

In una sua recente opera1 l’economista Umberto Villari fa rilevare che «la crescita e lo sviluppo della democrazia moderna saranno caratterizzati dall’abbandono dell’ambiguità nel cui senso spesso la politica viene ad agire nei confronti delle relazioni interne e degli altri Stati». E continua: «Nessuno deve potersi porre al di sopra delle stesse leggi. In primo luogo coloro che hanno ricevuto il mandato di fiducia dei cittadini elettori. Certo, se si vuole rinnovare la società occorre ristabilire il diritto. Bisogna risanare lo Stato e, quindi, in primo luogo, chi amministra le istituzioni dello Stato, la politica che emana dall’alto». 

Soltanto allora, quando tutte queste invocate e auspicate trasformazioni avverranno, l’umanità potrà dirsi finalmente al sicuro da una possibile catastrofe che l’imperscrutabile prodiga Natura, nella sua infinita creatività sta già ritorcendo a sua difesa contro di noi, per disfarsi, forse, di una stirpe che ha scelto la strada dell’autodistruzione, dopo che nella mente degli uomini si sono moltiplicati i germi della follia criminale. 

Donato Accodo 

1 U. Villari, L’economia. nella partitocrazia, Roma, E.I.L.E.S., 1989, pagg. 314-315. 

Da “Spiragli”, anno II, n.1, 1990, pagg. 11-15.




 Paola Saltarelli 

Paola Saltarelli è approdata alla pittura sin da tenera età, quando ai sogni fiabeschi seguono i primi impulsi di esprimersi popolando di immagini preferite il proprio mondo, fatto di semplicità e di emozioni. 

La spontaneità e l’immediatezza di questa ormai affermata pittrice ci dicono quanto ella ben conosca le peculiari tecniche e i mezzi d’impiego della difficile pittura ad acqua o di quella ad olio, se riesce a farci gioire con opere soavi e dall’originalità inconfondibile. 

Alla scioltezza del tracciato grafico la Nostra assomma una vivificante luminosità suffragata da una delicatezza cromatica a tratti quasi fuggente, come nel delineare scene di mare, a tratti con più accentuate tinte, col preciso intento di indurre a maggior riflessione suggerita da accurate trasparenze da ben resi chiaroscuri come in genere nella prospettiva e nei profili di bimbi ingenui e festosi o nel ritrarre altre scene di vita quotidiana sotto un cielo che apre al respiro dell’anima. Segno della padronanza dei suddetti mezzi tecnici che permettono all’Artista di dissertare con disinvoltura sia nel campo della figura che nel paesaggio. 

Chi nella pittura della Saltarelli cerca suggestioni cerebrali non le troverà mai, come del resto in nessun’altra di qualsiasi autore nel sortire l’effetto di parlarci in chiave romantica con i temi di limpida e fresca genuinità in un felice rapporto linea-colore, specie poi se la spiccata personalità dell’artista è insensibile alle mode degli «ismi» e ai sortilegi dell’astratto e dell’effimero. 

Tradizionalista, quindi, la Saltarelli ha una produzione che difficilmente finirà per varcare i confini della realtà nell’estrinsecarsi in forme di accorto verismo, ma resta il più possibile fedele alle sue aspirazioni di interprete innamorata della sua opera e della sua serietà, in un certo senso anche solitaria, che non rivolge attenzione alle cosiddette pitture innovanti, a volte gelide esaltazioni prive di larghi interessi estetici. Per lei essenziale è rendere il colore addolcito da singolare levità con tocco sicuro e convincente. ancor più se delinea litografie con oculato senso volumetrico. 

Nell’insieme una pittura piacevole, salda all’ancoraggio di un’arte pura, costantemente tonale, che esercita fascino immediato e che non ha bisogno di elucubrazioni per essere assimilata. Pittura soprattutto basata su salda linea e su oculato dosaggio dei colori. Pittura giovane, infine, non in contrasto coi desideri di tutte le età perché permeate da una sensibilità che, a volerla mantenere sempre presente, non è poi tanto facile, specie se nell’impegno di produrre in prevalenza opere di appagamento spirituale, mere composizioni macchiaiole in cui cielo, mare, rustici prospetti, bozze di fiori, squarci di natura viva e morta concorrono a determinare validità e personalità nell’estrinsecarsi di molteplici doti. 

Donato Accodo

Da “Spiragli”, anno VI, n.1, 1994, pagg. 45-46.




 Morte di un Gladiatore 

Non troviamo né la disposizione mentale né, tantomeno, le parole per dire il dolore dovuto alla perdita così inaspettata quanto desolante del socio del Centro Internazionale “Lilybaeum”, del collaboratore redazionale di “Spiragli”, dell’amico vulcanico, buono, Davide Nardoni. 

La notizia della morte ci ha colti di sorpresa, essendosene «andato in punta di piedi». Impotenti dinanzi al triste evento, mentre ci stringiamo, partecipi al loro lutto, attorno alla cara Signora Ermelinda, ai figli e ai nipotini, ringraziamo Donato Accodo che prontamente ha colto il nostro invito a ricordare il compianto prof. Nardoni, essendogli stato per più di un decennio molto vicino come amico ed editore, avendo avuto modo di conoscere, meglio di altri, l’uomo e il grande cultore di latinità che fu o, meglio, è per le opere già pubblicate e quelle ancora inedite che, speriamo, possano vedere quanto prima la luce. 

Se n’è andato in punta di piedi, senza nemmeno darci alla lontana il benché minimo indizio dalla sua imminente dipartita; si può dire ch’è morto in piedi, forte e tetragono qual era, alla maniera dei gladiatori romani, di quegl’indomiti lottatori che amava di un amore smodato e dei quali scrisse in una delle sue tante opere dal titolo appunto I Gladiatori romani, esaustiva e originale in una superba interpretazione storico-filologico-sperimentale, unica e irripetibile, un autentico gioiello del suo multiforme ingegno, oggetto di consultazione e di studio nelle varie università e accademie di numerose nazioni. 

Chi scrive ben sa che la scomparsa di Davide Nardoni è stata una grave perdita per tutta l’umanità. Chi in lunghi anni di sodalizio gli è stato vicino e lo ha seguito in tutte le sue affascinanti scoperte, non può fare a meno di sentire il vuoto incolmabile della mancanza di un uomo che, stravolgendo il metodo di ricerca tradizionale, rivisitando tutte le fonti del passato, infliggeva un duro colpo alla nefasta filologia classica, spiazzandola dal soglio della sua pretesa infallibilità del “principio di autorità”, sempre da lui avversato con fermezza e inoppugnabili argomentazioni alle quali, di certo, non è mancata l’ispirazione degli uomini eccezionali. 

Col metodo anabatico e cotabatico della filologia sperimentale (sorregge il diacronico crivello nardoniano), rifacendosi al significato delle parole che gli uomini prima inventavano e poi impietosamente abbandonavano all’incuria del tempo nel secolare cimitero dei fossili linguistici, egli le ripescava e risuscitava dando loro il giusto posto di connotazione e descrivendone i vari mutamenti e il perché di tali trasformazioni nel ciclo millenario dell’eterno divenire. Con questo suo sistema Davide Nardoni ha ricostruito la storia di Roma e della romanità, volendo dimostrare quanto sia stato infausto alla verità il temerario ardire di coloro che si sono lasciati traviare da pregiudizi con i quali per secoli hanno invano tentato di oscurare la fama dell’Urbe. 

Ora che non c’è più il Maestro di vita e di battaglie combattute insieme nel fervore di dimostrare la fondatezza dei nostri sforzi, saranno in molti a voler ricredersi e a seguirlo nel fascinoso mondo delle sue ricerche, rinunciando a quel perverso “principio di autorità” e alle sue mostruose contraddizioni. Gli daranno ragione e col tempo la grideranno ai quattro venti anche perché e soprattutto perché da morto – credono i sofoni sofastri, com’egli era solito definirli – più non darà loro fastidio, avendo deposto per sempre, nel segreto della tomba, la magica chiave che ha dischiuso le porte a incontrovertibili verità da altri mai nemmeno una sola volta sospettate. Ma la loro è solo illusione, ipocrita illusione di chi avvezzo a denigrare i vivi e a offendere la memoria dei morti! Nessuno potrà mai riuscire a confutare e a stravolgere le sue certezze tenacemente radicate nel più profondo sostrato linguistico della storia dell’umanità, se è vero, come incontestabilmente vero, che nulla è più potente della parola, scintilla di facoltà divina, che tutto eterna col trascorrere dei secoli. 

Nel corso della sua laboriosa esistenza, sorretto da una ferrea volontà e da una competenza di vero e proprio scienziato, Davide Nardoni è riuscito a dimostrare che la storia dei popoli è la storia di quel che la parola ha detto e fatto scrivere senza mai alterare il significato delle proprie origini, se non per deviante volontà degli uomini e quindi per loro crassa ignoranza. Altrimenti, alterando o eludendo questo significato, anche le nostre, prima o poi, diverrebbero origini ignote, insufficienti a farci conoscere chi realmente siamo perché prive di elementi che ci riportano al principio di quando con la parola e per la parola avemmo un nome e, via via, una connotazione in tutta la gamma della sua significatività espressiva. 

La nostra collaborazione e le nostre fatiche non sono cessate con la morte né mai cesseranno, se è vero che questa non spegne la fiamma della verità che ha sempre spinto i generosi a conoscere nuovi orizzonti. Di concerto con Lui di là e noi di qua continueremo insieme a parlarci e a sorreggere finché non avremo compiuti i compiti che ci prefiggemmo di raggiungere sin dal nostro primo incontro, sempre caparbiamente uniti nell’unico desiderio ch’è stato sempre il nostro più grande amore: liberare la storia dalle incrostazioni della menzogna, ritrovare verità sepolte e dimenticate per incuria degli uomini e dei secoli, tramandare ai posteri una visione più chiara e più credibile delle trascorse società per consentire loro di capire quella dei nostri giorni sempre più alla deriva per aver voluto “rompere” ad ogni costo con quel che di meglio c’era della tradizione dei nostri padri. 

Credenza e fede popolari vogliono che per ogni anima che sale in cielo una luce si accende e brilla con le altre: se ciò è vero, è allora altrettanto vero – ci sia consentito almeno per pio desiderio e ancor più per arcano presentimento -, è vero che, nel momento in cui il gladiatore del pensiero e della penna pervenne ai superni lidi del mondo ultraterreno in cui non c’è posto per le passioni e per le meschinità degli uomini, le elette schiere dei trapassati Latini esultarono di viva allegrezza, facendo ala ad un confratello di sì grande ingegno. 

A noi, scrivendo da queste pagine dalle quali Egli ci ha spesso deliziato e illuminato con le sue dotte argomentazioni ora seriose, ora inconfutabilmente vere e comunque tutte di un’acutezza che sa dell’incredibile, a noi piace chiudere l’elogio di Lui con un tacitiano giudizio di uno dei suoi tanti estimatori, il quale, interrompendo un nostro collaboratore che aveva cominciato a intessere i pregi dell’insigne vallecorsano, si espresse dicendo: «Lei non mi parli di Nardoni. Nardoni è un genio». Una breve pausa, e poi annuendo: «Il genio della Filologia sperimentale, il più spaventoso mostro della storia di Roma e della romanità». 

Donato Accodo

Da “Spiragli”, anno VII, n.1, 1995, pagg. 3-5.




 Mala tempora currunt et peiora premunt 

A questa espressione ricorrevano gli antichi romani per esprimere difficoltà in tempi presenti, prevedendone in futuro altre peggiori, e cioè nella traduzione: corron cattivi tempi e peggiori incalzano. 

C’è in quel premunt il precipitare di eventi connessi all’ineluttabile e all’indeterminato, ma anche dovuti alla volontà degli uomini ed al loro comportamento nel prevenire e quindi evitare i mali, quando non inclini a darsi ferocemente battaglia per fini utilitaristici. per libidine di potere, il più delle volte con ostentazione di falsi ideali, spinti da risentimenti se non addirittura da vendetta e quindi da propositi criminali. 

C’è in quel detto una malsopportata arrendevolezza al ripetersi di eventi inevitabili, una sorta di rassegnazione per ciò che si teme che accada nell’ora fuggente, in cui tutto si compie col ritmo dei ricorrenti cataclismi nel ciclo dell’eterno divenire. Ma i nostri antenati, quei casci Latini sapevano reagire alle avversità, con fortezza d’animo e, all’occorrenza, con biblico furore: noi, invece, abbiamo perduto l’orgoglio, tralignando dalle loro virtù, e ci siamo lasciati andare per le tortuose strade del malcostume. 

Non è certamente motivo di consolazione il non voler rimediare ai conflitti che travagliano l’umanità, e se le cose non vanno come dovrebbero andare, la non mai morta speranza di poterle in qualche modo renderle accettabili nel migliore dei modi non dovrebbe farci desistere dalle buone azioni e dalla determinazione di opporci, con ogni mezzo, alle forze del male. 

Di queste, in casa nostra e in ogni angolo della terra, se vuol essere di conforto il detto “mal comune mezzo gaudio”, ce ne sono tante e così perniciose da far pensare che non ve ne siano altre peggiori, se non fosse che il peggio, si sa, non è mai morto né morirà, forse perché rientra nella logica di un disegno arcano riservato ai mortali che con i loro strani comportamenti interrompono vecchi equilibri di usi e costumi per ricominciare in seguito un nuovo ciclo che, almeno nelle speranze dei più, agli inizi dovrebbe essere diverso dal precedente. In effetti, però, sin da principio si ripete l’eterno copione di fatti e misfatti che si moltiplicano in un clima di squallida ipocrisia, all’insegna dell’irrazionale e dell’incomprensibile. 

Gli è che l’uomo è uno strano animale, tanto strano che non lo si è ancora potuto definire, sia pure per sommi capi, nei confini del suo complesso mondo di luci ed ombre, di forze oscure, generatore di vita e di morte col mutare le sue forme attraverso cataclismi e indefiniti periodi di stasi, un mondo a tutt’oggi pur esso altrettanto strano, insensibile alle lamentose disperazioni di chi vuole vivere una vita intensamente operosa. Sta di fatto, d’altro canto, ch’egli, se andasse sempre avanti per fede prima che per religione, agirebbe diversamente perché la sua secolare esperienza, accumulata per quanto si voglia con discutibili teoremi, non è sufficiente a dargli assoluta certezza nemmeno del movimento degli astri, se cioè si muovano in maniera uguale e la stessa velocità. Nulla è definito in questo nostro pianeta, nulla è certo nell’esperienza, tutto è mutabile quando meno ce l’aspettiamo nel periodo della nostra esistenza, forse equivalente neppure a un miliardesimo di secondo del tempo universale. Come ci si potrebbe fidare, quindi, dell’esperienza di ciò che accade all’uomo nello spazio infinitesimale di una frazione di tempo e dargli credibilità di esperienza, quasi se la fosse portata dietro da millenni? Solo la fede può sorreggerci, la fede che ci rende credibili e ci eleva a superare altezze, la fede che dentro di noi non è esclusivamente nostra, invisibile leva possente delle nostre azioni, dalle più umili alle più esaltanti. 

Ma la fede, questa potenza vitale e polivalente implica anche una coscienza di sé, una morale che ci guidi nell’incerto andare della vita, ci distingua nelle nostre azioni, anche se a volte ci è causa di tormento, specie nel dubbio di non aver fatto appieno il nostro dovere, o di esaltazione se riteniamo di averlo fatto bene. 

Da questo stato d’incertezza della nostra coscienza, da questo interrogarci nel profondo del nostro io consegue un disagio, un travaglio che condiziona la certezza della nostra dignità. Da questa lotta interiore, da questo anelito di ricerca della verità, da questa incessante aspirazione ad essere soprattutto noi stessi ha origine la moralità e l’umanità, i soli tesori che non hanno prezzo. 

Questi concetti di kantiana memoria ritornano negli scritti di F. Schiller, Grazia e Dignità (1973): la denominazione degli istinti mediante la forza morale è la libertà dello spirito e l’espressione della libertà dello spirito nel fenomeno si chiama dignitàl. 

Sono pensieri e valutazioni che nel mondo di noi moderni hanno un fondamento di non poca incertezza rafforzato dall’irrefrenabile libidine di velleitario protagonismo di uomini che con le loro vuote ideologie. manifeste o implicite. stravolgono il significato primario di questi principi basilari, dimostrandosi rovinosi per sé e per gli altri con l’imporre una conduzione dissennata della cosa pubblica, culminante nella negazione dei diritti e della morale. in barba alla scienza o all’arte del governare. con evidente trascuratezza dei comportamenti intersoggettivi in seno alla comunità. 

Sicché l’onestà che in teoria dovrebbe essere la suprema virtù della sana politica, in pratica finisce per irridere alla rettitudine e ai buoni propositi quando non più in grado di determinare la forma del migliore stato possibile. 

E difatti tutti parlano di doveri da e per ogni dove attraverso i mezzi di divulgazione, accampando diritti che uno Stato che si rispetti dovrebbe riconoscere sì a tutti, purché dietro comprova che ognuno possegga alto il concetto morale di obiettività nel giudicare il proprio e l’altrui operato. 

Invece l’ambizione, l’arrivismo, la spregiudicatezza, l’equilibrismo di intriganti faccendieri offuscano gradatamente il prestigio delle istituzioni senza che la parola “Stato” sia sostituita da nulla di più ragionevole, che potrebbe essere, ad esempio, il risultato di un’azione compiuta non tanto per rispetto della legge, quanto per richiamo spontaneo di una retta coscienza. Altrimenti, che dovere è quello che ci si sforza di addimostrare soltanto perché costretti da condizionamenti legali quasi sempre illegali e da contratti sociali? Laddove il dovere non è spontaneo ivi viene a mancare la nobiltà dell’azione stessa e quindi l’essenza altamente morale in essa implicita. Ne consegue che allorché la dottrina del dovere è collegata a quella di un ordine nazionale necessario, di norme o di leggi, tendente a dirimere il comportamento umano, ponendo la felicità a fondamento etico, ad incremento della vita individuale e collettiva, la nozione di dovere non trova più posto. E maggiormente se consideriamo che l’etica non è un insieme di immotivati desideri o di preferenze senza costrutto, bensì dignitosa coscienza primigenia che distingue – o almeno dovrebbe distinguere – l’uomo da tutti gli altri esseri e lo eleva a quelle altezze dello spirito cui egli incessantemente anela. 

Purtroppo, ai nostri giorni, si è stravolto anche il concetto di Stato che, come ordinamento giuridico dovrebbe avere limiti di azione, non potendo raggiungere particolari fini se non coi soli mezzi di cui dispone, col ricorso, cioè, alla tecnica della coercizione, pur di mantenere in vita un sistema di strutture frananti, anche quando nel limaccioso pelago della corruzione languono i cittadini alla deriva. Ma uno Stato che si prefigge una stabile governabilità con l’impiego della forza aumentata tempo per tempo con sempre nuovi e massicci arruolamenti che ne consolidino l’efficacia repressiva, è già in declino e potrebbe rivelarsi rovinoso e quindi funesto per la società. E c’è di più grave nel nostro mastodontico Paese, non costituisce garanzia d’imparzialità, se è vero che tra loro, della stessa famiglia, non si mordono, specie quando di essa fanno parte corrotti e avallanti dei corruttori. 

Nella storia repubblicana italiana, ad esempio, non è bastato più di mezzo secolo per far capire ai governanti di turno che l’ordine è basato sul rispetto reciproco derivante da una sana cultura che determina il buon andamento delle istituzioni, non già sulla forza di una imposizione perversa, generatrice di gravi lutti e tanto meno su una giustizia che, come nella maggior parte dei casi corrotta e corruttrice, è sempre causa di numerosi mali. 

Non si può parlare di giustizia in uno Stato che mentre da una parte promette imparzialità a tutti i cittadini, dall’altro difende l’autogoverno della Magistratura, conferendo ai magistrati uno strapotere che è fuori della più elementare logica di un governo che si rispetti. Altra regolamentazione dovrebbe avere il Consiglio Superiore della Magistratura, ben altro il suo ruolo nell’applicare o fare applicare la legge che sia emanazione della volontà del popolo sovrano. Uno solo il criterio nel sentenziare uguale per tutti: che anche i giudici siano sottoposti a giudizio collegiale di altrettanti giurati scelti tra cittadini di accertata onorabilità. Meglio ancora che i giudici vengano eletti direttamente dal popolo. 

Tutti i mali di una società – lo dicemmo altre volte dalle pagine di questa rivista – derivano da una democrazia malgovernata particolarmente nella scuola e nella famiglia, basilari istituzioni dell’apparato equilibratore di una politica illuminata, non condizionata da scelte programmatiche di proprio tornaconto. 

Finché si farà politica di mirati e perversi accomodamenti per ingannare il prossimo con spergiurate promesse mai mantenute, l’ansia di non subire più le indiscriminate vessazioni un giorno o l’altro spingerà le folle alla disobbedienza civile: l’arma più micidiale di cui si è a conoscenza ed alla quale si ricorre come ad estrema ragione, se è vero, come è altrettanto sacrosanto, che non è permesso ad alcuno di calpestare i diritti altrui. E finché riterremo indispensabili metodi del genere per risolvere i mali che ci affliggono, senza piuttosto lasciarci guidare dalla tenace volontà di sfatare l’ineluttabilità del male contrapposto al bene, quando è d’obbligo invece rilevarne a gran voce l’abissale differenza del loro significato per farci meglio capire, senza nulla nascondere, il subdolo comportamento di chi trama per proprio tornaconto, le cose dell’umano stato continueranno a peggiorare in quel ciclico alternarsi dell’eterno divenire di cui abbiamo scritto all’inizio, tra poche luci e ombre secolari riproponendo trascorsi nelle spire materialistiche dell’esasperato egoismo che un giorno, non si sa quando, ci spingerà prematuramente nel buio che mai più cederà alla luce. 

Sulla infinita strada dell’ignoto il cammino del progresso subirà allora interruzioni e vuoti di tempo spaventosi e la progenie degli uomini subirà contraccolpi e scompensi per disarmonie dell’ordine universale delle cose. 

Il mondo è in fermento, non sappiamo più che cosa vogliamo né dove andare 

perché abbiamo dimenticato la nostra origine, ci siamo lasciati adescare dal culto dell’effimero, sperperiamo miliardi per fini goderecci: per follia di sterile esibizionismo orgiastico a suon di musica· dopo esserci sfibrati al ritmo forsennato di motivi assordanti e, al colmo dell’indifferenza, nemmeno ci curiamo di aiutare chi muore sotto i nostri occhi, povero e alienato, abbandonato e solo nel grigiore di un gelido mattino, con sul petto il muso di un fido dagli occhi pensosi e pieni di malinconia! Questo è il nostro mondo. Questa è anche una cattiva parte della nostra Italia nel pantano della corruzione e nella farsa di un diritto grottesco. 

Siamo certi che i governi che contano sono quelli impersonati da autorità forgiate nella fucina dell’imparzialità e dell’onestà, capaci di imprimere carattere alla compagine che rappresentano e scongiurare interruzioni e, peggio ancora, disfacimenti. Sappiamo pure che questi governi sono possibili solo a condizione che i componenti siano determinati ad interrompere ogni legame, qualora ci fosse stato, coi loro predecessori implicati in malaffari e ad instaurare un clima di fiducia che affranchi i giusti dalle ingiustizie subite e diano prova di ricercare la strada del vero diritto uguale per tutti libero da vincoli di privilegio, quale l’odiata immunità parlamentare – tuttora prevista anche se condizionata, causa di scontento e motivo di provocazione alla dignità altrui. Compito arduo per realizzare tanto ardite conquiste, ce ne rendiamo conto, specialmente se consideriamo che la giustizia, intesa come severa e imparziale giudicatrice, non è mai esistita, ma almeno la si applichi il più approssimativamente possibile, nei limiti raggiungibili da una retta coscienza. E non ci sfugge nemmeno il pericolo di una giustizia troppo punitiva che escluderebbe persino indulgenze che fanno parte della morale cristiana quando il perdono deve subentrare alla vendetta e l’espiazione diventa balsamo nell’esacerbato cuore dei mortali. Ma se manca la voce della virtù primaria, quale appunto è la coscienza che durante la vita di ciascuno di noi si evolve, si rafforza e ci guida sulla strada dell’amore e della comprensione, non ci potrà essere giustizia né rispetto per i propri simili, né istituzioni volte al bene dei cittadini né iniziative di pace e di salutare progresso tra le nazioni; non ci saranno aneliti religiosi puri e tanto meno consultazioni dal cui esito si possa bene sperare. A noi moderni quel che manca è la luce che viene sempre dall’alto, mitigatrice degli umani affanni, fonte di vita serena e di divine armonie. 

Ma la coscienza non si sviluppa nei parlamenti o nelle fredde aule dei tribunali, va invece protetta sin dall’esordio della persona alla quale integralmente appartiene, coltivata come una pianta che viene affastellata per rinforzarla, alimentata – non ci stancheremo mai di ripeterlo – nelle famiglie e nelle scuole per poi sentirne e goderne i benefici da grandi, una volta al servizio della comunità. A tal fine, per un sereno e soddisfacente insegnamento, è saggio non far mancare mai i mezzi sufficienti per raggiungere traguardi di vita operosa e di sia pur sofferto appagamento. 

Qualcuno di noi o dei nostri posteri, se un giorno gli capiterà di leggere questo scritto, forse scoprirà che coloro i quali furono ritenuti paranoici perché dissenzienti dal pensiero dei più furono invece i veri saggi, se è vero, secondo la logica di Portoreale, che anche qualche pazzo dice a volte la verità e che chiunque dice la verità merita di essere seguito, per cui, in conclusione, meritano di essere seguiti alcuni che non cessano di essere ritenuti pazzi2. E quanti saggi sono stati ritenuti pazzi! 

Donato Accodo

1. Werke, ed. Karpeles, XI, pag. 202.
2. Arnauld, Logique, III, 8

Da “Spiragli”, anno V, n.2, 1993, pagg. 11-16.




 L’arte di Filippo Maggiore 

La pittura di Filippo Maggiore, bagherese, si inserisce in un lavoro indirizzato a precisare diversi aspetti della realtà che lo circonda e con la quale conserva un legame stretto, autentico. 

Emerge una indiscutibile capacità di unire, di comporre opere non soltanto con linee e colori, ma anche con idee e rappresentazioni tali che arte, cultura e vita si fondono magistralmente. 

Vedere le tele del Maggiore è come muoversi in un poliedrico stadio dove ogni opera esprime emozioni e stimoli, ricordi e partecipazione. Ove volessimo cercare di identificarlo, connotarlo e non confonderlo con altri, oseremmo definirlo una sorta di “candido metafisico” che. pur partendo sempre da una puntuale osservazione del reale, giunge a valicare i confini quasi che, dinanzi al pennello del pittore, il creato e la vita si spogliassero della loro storia e della loro estemporaneità rendendo universali i suoi schemi compositivi. 

Infatti, nelle composizioni pittoriche sono fissate spiagge e barche, vecchi casolari, viottoli di campagna, i mostri di Villa Palagonia, un carretto, un pupo siciliano, una casa illuminata, scorci di paese, il tutto in modo atemporale, suggerendo la realtà nell’immaterialità delle idee o delle forze che lo costituiscono. 

Le vibrazioni del “vero” appaiono più pregnanti nella tela raffigurante un “vecchio pulitore di fave”. È una raffigurazione dolente e nel contempo viva di luminosità ove il trionfo della luce non sfuma la struttura reale, ma rende all’osservatore la percezione cosmica della solitudine e la sensazione sgomenta della vita. 

Alla luce di una profonda acquisizione del mezzo tecnico, ancorché arricchita di un linguaggio artistico che diviene poesia, si può ammirare un affresco, realizzato nella Chiesa di Porticello, raffigurante Maria S. del Lume. In tale affresco, della grandezza di mt. 8,50 per 4,50, Maggiore ha sintetizzato i motivi fondamentali della iconografia della Madonna del Lume, imprimendo alla sua produzione artistica una carica di inquietudine mistica. 

Da “Spiragli”, anno VI, n.1, 1994, pag. 47.