FRANCESCO GRISI, L’affettuoso sentiero – poesie, Palermo, Thule ed., 1994.

L’affettuoso contemptus di Grisi 

Scoprire l’«affettuoso sentiero» che Francesco Grisi ci invita a percorrere è cosa difficile ed insieme facilissima. Difficile, perché nella raccolta non esiste una poesia eponima o per lo meno una nella quale ricorra l’espressione del titolo. Ma se guardiamo al trans-correre delle ventitre liriche, ci accorgeremo facilmente che il “sentiero” che costituisce la guida e quasi l’anima degli “affetti” che accendono la fantasia del poeta è l’ordine stesso con cui quelle liriche sono state raccolte e presentate al lettore.

La prima lirica (“Veleggiavo una mattina…”) sembra dire che la vita del poeta trova “ormai” significato soltanto nella “disperata memoria” del passato, negli anni dell’adolescenza calabrese dello scrittore. Ma se così fosse la poesia di Francesco Grisi sarebbe come quella di tanti altri, anzi, una di quelle voci “prometeiche” e pagane che, non sapendo dare un significato alla “realtà della morte” nella vita degli esseri e del mondo intero, si inventano favole di immortalità terrestre e battaglie baroccheggianti contro il tempo, la Morte e l’oblio nel tentativo “disperato” di essere ricordato dai posteri o di richiamare in vita il passato, il tempo perduto: magari illudendosi ed illudendo, come il buon Proust, che il sapore del tempo è superiore al tempo stesso e che il ricordo è l’unica realtà in un esistere ridotto a mera apparenza, senza più alcun barlume di trasparenza.

Il culto della memoria, per quanto seducente, è religione da disperati – dice Grisi; “allarga il cuore”, ma lascerebbe vuota la nostra esistenza, se il veleggiare nel mattino all’ombra degli ulivi di Crotone, si fermasse alla pura memoria, se non tendesse a trascendere il fatto o il ricordo in sé, se non diventasse mito facente parte di una globale armonia, nella quale il tempo non si divide più in “stagioni” perché gli uomini «siamo nati invece per non morire»; anzi, in verità, malgrado la presenza della morte e proprio grazie ad essa «siamo quelli della resurrezione». Ecco, Francesco Grisi non rimpiange, né ci attrista con il suo rievocare l’infanzia, la figura del padre, quella della madre, o le cadenze e i ritmi musicali del mare di Calabria (“Allora. Il mare”). La rievocazione non è canto dolente, né il “così sia” che egli scandisce e quasi frantuma con amabile, irriverente ironia, significa rassegnazione, bensì capacità di cogliere i ritmi dell’universo nella bellezza che contraddistingue le figure, le scene, gli accadimenti, le cose. Tutto e sempre, di là e oltre, la pura (o stupida) peculiarità di ciò che serve a caratterizzare un individuo o una civiltà, un momento della nostra vita o una tranche della storia.

Il poeta è così sereno dinanzi alla prospettiva della morte da affermare che allora, quando che sia, egli tra giorni sarà “greco in Cielo”; ma noi vorremmo aggiungere che egli è greco, nobile figlio della Magna Grecia, anche per il suo sentimento di una vita che ha inchiodato Prometeo «per secoli/ a una rupe rassegnata» ed ha rifiutato l’atteggiamento implorante di  Orfeo («Orfeo implorante più non mi appartiene») per ricercare alla fine il Dio Ignoto della Resurrezione, rivelato agli Ateniesi da Paolo.

E allora, se la realtà vera è la resurrezione, la morte non fa più paura, né la vecchiaia si carica di attributi poco lusinghieri, né in essa e di essa si rilevano le sofferenze o gli acciacchi. Essa è un sereno avanzare per “i sentieri del ritorno” verso il Padre, dopo che la giovinezza e la maturità hanno esaurito quella carica, cosiddetta vitale, che ci aveva portato, come folli tralci, ad allontanarci dalla Vite-Vita, e ad inorridire della morte. Scrive il poeta: «Per ignoto privilegio / accolgo anche la morte / e docilmente la scrivo / in forme di vita».

In questa prospettiva autenticamente cristiana, attraverso la celebrazione mitica dell’infanzia, di Crotone, della nativa Cutro, del suo mare e del suo cielo, di Todi e dell’Umbria, terra di fede, attraverso il canto della donna, dell’amore, delle bellezze della natura, il poeta perviene ad una sorta di contemptus mundi rovesciato, dove l’attesa dell’altra vita e l’ansia della resurrezione non comportano il distacco dalla vita di ogni giorno o il disprezzo dei beni materiali, ma piuttosto un più attento e vigile amore per le cose del mondo, un disincantato “affetto” ricco di ironia, il quale, fra l’altro, ci fa scoprire che fra le verità religiose e le seduzioni terrestri non c’è contrasto ma complementarietà e che – anche in questa vita – la creazione e il mondo nei suoi infiniti aspetti di bellezza e bontà fanno parte di un piano armonico tutto da scoprire e da gustare: Dio – dice il poeta in forma potentemente suggestiva – è un racconto senza fine.

Vincenzo Monforte

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 64-65.




Salvatore Vecchio, La Terra del Sole. Antologia di cultura siciliana, 2 voll., Caltanissetta, Terzo Millennio Ed., 2001.

Un’originale panoramica antologica 

Ho potuto leggere e apprezzare l’opera in 2 volumi di Salvatore Vecchio La Terra del Sole. Antologia di cultura siciliana. Il primo volume va dalle origini ai Borboni, il secondo dal Risorgimento ai nostri giorni. Elegante nella veste e densa di contenuti riccamente annotati, è originale nei dettagli e nella panoramica, anche antologica, della letteratura siciliana.

È un lavoro sobrio, proprio di chi rifugge dal perseguire effimere mode, convinto della necessità di sottoporre all’attenzione dei lettori contenuti efficaci, di scrupolosa fattura. Egli ci introduce nel teatro di trascorsi eventi e ci rende partecipi delle azioni dei protagonisti in un’analisi di piacevole scorrevolezza senza mai tradire, dall’inizio alla fine di ciascuna scheda d’autore, l’impegno a mantenere costantemente lineare la narrazione e a renderla accessibile in tutto il contesto esposto con puntigliosa fedeltà di una obiettiva ricostruzione che ravviva i tempi e penetra nell’intimo i fatti, ricercando e riscoprendo le lontane origini della civiltà sicula per riproporla, con solide fondamenta, a quanti ritengono giusto e doveroso difende la cultura dei nostri avi dallo scadere dei valori tradizionali della nuova lingua.

In quest’opera l’Autore dimostra spiccata professionalità ed ingegno non comune dotato di molteplici risorse nell’arte di sviluppare e coordinare il lungo percorso storico-letterario in argomento, evidenziando nei numerosi approfondimenti inseriti qua e là nell’intera opera le varie derivazioni dei vocaboli, spiegando e rilevandone, all’occorrenza, le avvenute trasmutazioni attraverso i secoli.

Nel contesto dei due volumi Salvatore Vecchio ricostruisce i tempi in cui si sono formati i singoli protagonisti e li segue nei loro vari itinerari culturali, fino al raggiungimento dei loro traguardi, progredendo in questo suo nuovo studio il discorso già da tempo avviato con successo in altre precedenti ternate editoriali dedicate a personaggi di spicco, quali Cardarelli, Pirandello e Ionesco. Il tutto sempre con ineccepibile rispondenza alle fonti ben rigorosamente controllate.

In conclusione, si può dire che l’opera induce a far riconoscere all’Autore un riuscito tentativo di rivalutazione di tutti i personaggi dei quali si è occupato con appassionate ricerche che mettono in rilievo la sua competenza di critico equilibrato e di vasta cultura.

Donato Accodo 

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 63-64.




AA . VV., Dio nella poesia del Novecento (a cura di R. Ricchi-M. Rosito), Firenze Libri, 1991.

La coscienza del sacro

Una lunga catena di poeti, ordinati alfabeticamente, sfila come le perle di una collana bene assortita nel colore prescelto; in questo caso la religiosità in campo letterario nella sublimazione poetica. È nell’amore che parla al proprio Dio, è nell’io trascendente l’amore dell’anima assetata in cerca della fonte della vita che nella quiete contemplativa si fa domanda, esce dal tormento e si fa estasi. Nel libro così impostato da Renzo Ricchi e Massimiliano Esposito, direttore della rivista “Città di Vita”, si susseguono poeti noti e meno noti, poeti santi e poeti inguaribilmente scettici, dove sussiste qualche sprazzo di luce e dove l’ironia sorniona è assunta per sottolineare la cecità degli uomini chiusi alla lunga mano di Dio insita anche in un timido coniglio (vedi il caso Prévért).

Nella vasta geografia letteraria europea del Novecento sono accostati poeti russi, spagnoli, francesi, inglesi, greci, tedeschi e italiani. Dalla russa Anna Achmatova che chiede consolazione a Cristo nel suo dolore stringato di madre e di sposa, il confronto, a rigore di pagina, con Guillaume Apollinaire che, svolgendo il suo credo in una ininterrotta discorsività spesso vaniloquente, addita poi «la torcia dalla rossa chioma che nessuno può spegnere». Insieme vanno Alfonso Gatto in “Santa Chiara” e Kahlil Gibran con la sua mistica orientale che «giunge a vedere il mondo come un’unità perfetta, e la vita un’armonia eterna». Così è per Rabindranath Tagore che dalla via del dolore risale alla gioia della conoscenza ed esclama: «La vita è immensa!».

Anche se da più parti si è gridato alla morte di Dio, gli Autori di questa bella antologia trovano la coscienza del sacro in ogni poeta; siano essi agnostici, nel tarlo del dubbio o nella dimensione della trascendenza, non negano mai l’esistenza di Dio in assoluto. La porta della Verità è lì che attende, sino alla fine dei secoli per dire ai giusti: «Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il Regno, perché mi avete beneficiato nella persona dei miei fratelli»; dirà ai peccatori: «Andate maledetti al fuoco eterno, perché non mi avete amato nella persona dei fratelli bisognosi».

Nella ricerca di Dio attraverso il dolore pur necessario a smuovere la coscienza della Verità, il canto religioso si fa preghiera di conforto. Illuminato dalla fede il cammino della conoscenza si fa ardore in Ferdinando Antonio Nogheira Pessoa, macerazione in Clemente Rebora, abbandono in Miguel de Unamuno: «Non cerco più, / non mi posso più muovere, m’arrendo; / t’aspetto qui, Signore, e qui t’attendo…». Il distacco riverente di Costantino Kavafis accede alla “pietas” nel senso umano, non va oltre:«Forse sarà la luce altra tortura».

Incombe la paura nella caratteristica follia dei tempi moderni in cui la mancanza di equilibri genera smarrimento e diffidenza in tutto ciò che va oltre il visibile percettivo. Paura e pigrizia mentale non offrono sostegno allo scavo interiore. Anche Guido Gozzano si trincerà dentro rifugi d’avorio e in un suo sonetto semiserio dice: «Amare giova! Sulle nostre teste / par che la falce sibilando avverta / d’una legge di pace e di perdono: / – non fate agli altri ciò che non vorreste / fosse fatto a voi!». E mi pare giusto per la pace del mondo.

La poesia religiosa si è fatta preminente in questi ultimi decenni, di buon auspicio per il nuovo millennio. Ben vengano queste antologie. I poeti riportati sarebbero tutti da citare, ma ci contentiamo di concludere con un’attenzione al poeta Herman Hesse, considerato un maestro delle nuove generazioni che apprezzano soprattutto il forte equilibrio interiore che è nelle sue opere e certe forme di misticismo orientale. Così scrive in una sua riflessione: «Dio è lo Spirito ed eterno, / Incontro gli andiamo, strumento di Esso / ed immagine; a questo aspiriamo nell’intimo: / diventare com’Esso, brillare della sua luce». Nella discordia dei tempi moderni ora si avverte un incipit vita nova.

Rosa Barbieri

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 62-63.




Elena Milesi, Paggio in viaggio, Torino, Genesi editrice, 1991.

Un viaggio augurale

Si legge con gusto Paggio in viaggio di Elena Milesi; è una miniera di immagini che si rincorrono, si perdono, si cercano a rimpiattino con un gioco festoso e splendido come può esserlo il leit motiv di una sinfonia cromatica di altri tempi. È la musica che ci viene da lontano sul filo delle tradizioni da ritrovare di cui il Paggio è l’annunciatore felice con la sua spada d’argento in pugno per fugare le tenebri incombenti del nostro tempo perverso. Ci fa riprendere coscienza del contrasto con il nostro rumore assordante dove l’arrembaggio è parola d’ordine, e il disordine nel corpo e nella mente. Il Paggio dice basta a tutto questo e parte, lancia in resta a testa alta, fiero di precedere «un altro Angelo (che) sguainerà la spada/ contro questa peste». Paggio come Amore, come Angelo, Spirito guida per aiutarci a « scavare il pertugio d’oro / per l’occhio del sole».

Noi vediamo crescere i fanciulli con disappunto e dolore; gli anni dell’adolescenza ancora fusi all’infanzia e proiettati nell’ignoto del futuro rimangono delusi della realtà, il disamore li traumatizza mentre vorrebbero nutrirsi d’amore come la loro età li sollecita d’istinto. È l’età in cui prendono coscienza di un mondo violento e falso da abbordare loro malgrado; unificarvisi oppure cedere a paradisi artificiali per surrogare quelli dell’infanzia felice o mancata. Tutti i fanciulli del mondo sono piccoli paggi brutalizzati in questa civiltà corrotta che li priva di tenerezza e di comprensione.

I loro desideri sono fugati troppo 

presto dalla loro anima assetata di gioia cui vorrebbero uniformare il mondo per un futuro da conquistare a misura della loro umanità. Purtroppo solo i più fortunati riescono a equilibrare le loro nascenti pulsioni sul filo dei “palloncini colorati” da far scoppiare nel momento creativo di sensate iniziative. Il punto è avere i maestri giusti, altrimenti rimangono immensi nelle nevrosi e nelle inquietudini che ammalano l’anima per tutta la vita fino a scendere nell’abisso della violenza e del terrorismo, giusto quello che la società ha insegnato loro, e nel «delirio salpa la nave dei pazzi».

Paggio in viaggio sollecita alla memoria la visione di una gioventù felice ed appagata nelle sue pulsioni interiori proiettate al bene, e certo il viaggio non può essere che augurale della buona novella risanatrice verso una riconciliazione umanistica per l’edificazione del III millennio. Avanti, sembra dire, venite con me ad altre sponde.

Lasciamoci guidare dal Paggio fanciullo amico dei fanciulli. Egli viene alla testa di un corteo già formato di giovani ansiosi di marciare con lui verso la luce limpida del mattino per le nuove tenzoni dello Spirito ed esorta come Gesù. Il Paggio con passo lieve li condurrà «in alto là dove cadono le cose / splendono eterne, particelle divine».

L’attesa del sacro si fa voce per un futuro meno aberrante e caduco dove le nuove generazioni più attente alle profonde intuizioni dell’essere sappiano fare tesoro delle meravigliose risorse dello Spirito, il solo che unisce le genti nella ricerca di un dominatore comune, Dio. Purtroppo i nostri paggi sono ammalati: la morte di Dio come l’assenza del Padre è stata fatale alla loro evoluzione psichica, ma per fortuna c’è un Paggio Padre che li segue dall’alto; silenzioso e accorto illumina dove vuole perché la ricerca sia fruttuosa. Ecco l’invocazione salvifica: «Si è coricato il sole e non si sveglia / Paggio, teniamoci per mano in questo buio». A testa alta!, esorta il poeta, la dignità ormai è: «senza cinte: i costumi rilassati»; non attendiamo oltre. Tuttavia, quando tutto sembrerà perduto ci sarà sempre la salvezza per chi: «ritorna dentro l’uomo / alla scoperta del mistero», e per i bimbi ci sarà per sempre un Paggio ad attenderli a braccia aperte, e saranno «quelli che cambieranno il mondo».

Il Paggio è una figura regale e la poesia di Elena Milesi gira attorno a problemi esistenziali drammatici con fare regale, li punzecchia anche con ironia come si addice dal’alto di una superiore forza, li stringe infine amabilmente nell’intento di entrare senza forzature nell’animo del lettore. Se sarà in grado di cogliere il messaggio, sfronderà da sé le scene delle parti per capirne l’essenzialità e farne tesoro. Un po’ per celia e un po’ per non morire, dunque, ma che l’abilità del poeta si avverte attenta e sagace al punto di servirsi di un’entità magica come il Paggio Spirito-Guida per aprirsi a sfere di conoscenza meditativa ed instaurare così una filosofia di vita nuova.

Il discorso raffinato fa risaltare la volgarità imperante ancora più disgustosa nel confronto di chi nella sua fragilità mostra una sapienza millenaria che ribadisce, in sostanza, che l’uomo può cambiare le carte della sua esistenza finché vuole, ma che sempre si troverà ad indagare nelle domande di sempre, dinanzi alle quali l’oracolo di Delfi dette una sola risposta, per prima cosa: Uomo, agnosce te ipsum.

Rosa Barbieri

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 60-61.




Rosa Barbieri, Il volto delle Madri, Foggia, Bastogi, 1992.

Un viaggio dell’anima

Non a caso la nuova silloge poetica di Rosa barbieri, dal titolo emblematico Il volto delle Madri è dedicato ad Andrea, il nipotino adolescente incompreso, a tutti i fanciulli che soffrono, poiché la genesi ispirativa ed esistenziale di questo canto risale a questa remota pena nel salvifico dono della poesia.. La raccolta si allinea su 70 composizioni liriche (suddivise in tre segmenti: Adolescenza, Il viaggio delle madri, Iside cantare), senza titolo, quasi stazioni di un “viaggio” dell’anima, tenero e struggente, nelle contrade della memoria, ognuna, autonoma e singolare ma, in realtà, legate tra loro da un filo di luce, in progressione dialettica, per delineare un diorama, estetico e ideologico, dell’eterno rapporto madre-figlio, donna-bambino, che si dilata, da una testimonianza vissuta e sofferta, agli orizzonti della società e del mondo.

Un atto d’amore, trafitto dall’infelicità e dal dolore, tramite un lirismo intenso e vibratile, si trasforma un atto d’accusa verso la disintegrazione di giovani vite avviate a un domani senza bussola e senza ideali. La poesia di Rosa Barbieri raffigura, così, un elemento di rottura, una scheggia di polemica pungente contro le aporìe della incivile civiltà contemporanea, balenante di violenza, di odio, di droga, di scientismo, di egoismi, di razzismo, che minacciano di travolgere le nuove generazioni. Il verso si fa ora grido di protesta, ora sussurro di preghiera, ora rabbiosa disperazione, ora mistico incantesimo,ora consolante messaggio. Le problematiche, a sfondo etico-pedagogico, sono come fiori di montagna sospesi su baratri di luce o madrepore sprofondate negli abissi memoriali o di frammenti di cristallo custoditi nel segreto dell’inconscio. La tessitura semantica degli stilemi, a volte si fa affannosa e franta, quasi imbrigliata nei viluppi criptici del pensiero che rischia di soffocare il sentimento e i sogni. Ma il linguaggio è, tuttavia, coerente nell’architettura dell’impeto che governa i moduli ispirativi, i ritmi musicali, mai banali, raramente patetici o retorici, spesso doviziosi di colpi d’ala e di dissolvenze pindariche, con opportuni richiami mitologici, riferimenti biblici o evangelici, frutto di una robusta cognizione umanistica e filosofica, di autori classici e moderni. L’Autrice, infatti, ha coltivato con lungo studio letture di filosofi e di poeti, e si è dedicata con passione alla pittura e alla musica. Il talento naturale di Rosa Barbieri, incanalato verso le arti, ha trovato, nel rapporto con le cose, con la vita, con la visione del mondo, il suo sbocco spirituale nella fede cristiana che l’ha sorretta nelle ore crudeli che hanno ferito il suo sensibile cuore di donna e di madre.. E potrebbe dire con Maritain: «…solo chi è accesa può accendere, solo chi è convinto, può convincere, solo chi è stato scosso può scuotere, solo chi è entusiasta può entusiasmare, solo chi ha pianto, può commuovere…». 

In questo libro, Barbieri ha toccato le cuspidi più alte del suo itinerario artistico, perché, con uno stile perentorio, icastico, articolato, elitario e, nello stesso tempo, umorale, cattivante, e umano, ha saputo trascendere i confini del suo dolore per parlare a tutti i figli di mamma, di oggi e di sempre, esaltando, con appassionata esaltazione polifonica, la miracolosa vigilia dei “bambini di luce” nell’amorosa visione delle piccole madonne terragne che recano, con dolore nel loro grembo i destini della storia. Non c’è tesoro più prezioso, non esiste bene più grande che il candore e l’innocenza di un fanciullo che dorme o che sogna; non c’è bellezza più bella di una madre che veglia la sua creatura che gioca; non c’è preghiera più alta di una nenia su una culla che dondola nell’ombra. Sono gocce d’azzurro le lagrime e le sofferenze di una donna che, con gioia senza confini, consegna alla luce del mondo il frutto del suo amore. Ma, spesso, l’umanità, la sorte, la vita lacera e distrugge questa dolce poesia del sangue e dell’anima e, allora, dinanzi a un “figlio crocifisso”, il volto delle madri “indossa il cappuccio dei monatti”. E il pianto di una madre umiliata e offesa, diventa il pianto del Cielo, il pianto della Madre celeste, il pianto degli angeli. Unico rifugio alle sovrumane tragedie dei tanti figli che cadono sotto la croce dell’infamia, la pietà di Cristo, la voce dell’Eternità, il sorriso delle Mnemosine che raccolga il grido delle donne smarrite nelle ceneri della solitudine e dell’abbandono, le lucciole della poesia, le perle di ogni nuova poesia, come allodole innocenti verso il sole, dischiudono, allora, paesaggi ancora inesplorati, dove, unica sorella del dolore, è la speranza.

Franco Calabrese

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 59-60.




Ciro Spataro, Garibaldi a Marineo (con il Diario di Antonino Salerno, 1848-1882), Palermo, ISSPE, 2011.

Garibaldi e…«il governo di spoliazione»

Gli studi di storia patria, che in questi anni vedono una fioritura un po’ dappertutto, hanno spesso una peculiarità: quella di dire in tutta buona fede e con coraggio ciò che altri studi storici di ben più ampio respiro non dicono e, anzi, fanno di tutto per affossare la verità. Basta dare uno sguardo ai libri di testo per rendersi conto che il capitolo dell’unità d’Italia, per esempio, è trattato con molta enfasi adulatoria dei vincitori, e Garibaldi è l’eroe venuto a dare libertà e giustizia, non il mezzo di cui i nuovi padroni si servirono per impinguare e ingrandire il Piemonte.

Garibaldi a Marineo (con il Diario di Antonino Salerno, 1848-1882), edito da ISSPE di Palermo nel 2011, di Ciro Spataro ha il merito di rievocare persone che ebbero un ruolo di primo piano nell’impresa, e fatti successivi allo sbarco e alla conquista di Garibaldi avvenuti a Marineo e dintorni, teatro di scontri e di battaglie decisivi per le sorti future. E, ancora, il libro riporta qualcosa in più: la delusione, che trapela forte dallo scritto di Antonino Salerno, di quanti avevano sperato di vivere in un futuro migliore. Sulle prime, il libro non lo dà a vedere, e l’impressione è quella di una semplice rievocazione.

A parte i liberali più noti (Giuseppe, Calderone, Rosolino Pilo, Giuseppe La Masa, G. Cesare Abba), sono tanti i popolani ricordati che agirono dietro la spinta di promesse mai mantenute, e tanti quelli che sperarono di veder realizzato il sogno secolare dei Siciliani di avere una Sicilia autonoma, così come ci furono anche quelli che si fecero garibaldini perché non poterono farne a meno, spinti dai proprietari terrieri per i quali valeva la norma del cambiare per non cambiare niente.

“Documenti e testimonianze” corredano la narrazione che tiene conto degli invasori e dei loro sostenitori; gli altri non c’è motivo per essere ricordati: sono nemici da combattere o, tutt’al più, briganti che vanno stanati e uccisi in modo esemplare. Ci volle un bel po’ per capire che si trattava di protesta sociale e non di brigantaggio. Ma ai Piemontesi non interessò la differenza, l’una valeva l’altro, e furono combattuti non con una legislazione adeguata ma con le armi, seminando sangue e terrore. Nel vuoto che si era creato nel passaggio dal Borbone al Savoia, ci furono i profittatori che agivano per tornaconto, come Santo Mele citato, che non vanno confusi con i protestatari si- lenziosi delle vessazioni, delle esosità delle tasse, delle famiglie penalizzate dalla coscrizione obbligatoria introdotta dal Savoia.

Altro aspetto molto indicativo, ri- portato nel libro di Ciro Spataro, è dato dal  prospetto dei risultati plebiscitari del 21 ottobre del 1860. I comuni del palermitano, ad eccezione di Palermo con 20 votanti No, risultarono favore- voli al 100% all’annessione.

Evidente, ed è risaputo, che si trattò di un plebiscito-falsa, voluto per giu- stificare l’invasione  del  Regno  delle Due Sicilie, da parte di Vittorio Ema- nuele II. Si votò senza alcuna garanzia per Francesco II e, tanto meno, per la libertà di voto. I votanti erano guardati a vista e tante furono le minacce e le bastonate per coloro che avrebbero vo- luto votare o votarono No. Moltissimi i non votanti le cui schede furono re- golarmente utilizzate per il Si. Eppure, di questo non se ne parla e si fa finta di niente; si preferisce la retorica, come se tutto fosse stato rose e fiori, voluto dal popolo osannante, quando invece esso aveva ben altro a cui pensare!

La realtà fu più palese qualche anno dopo, quando, spenti i fumi della con- quista, ci si rese conto che il nuovo governo «era andato avanti a colpi di decreti scontentando non solo gli auto- nomisti ma anche i veterani reduci del- le spedizioni del 1848 e del 1860». Qui Spataro cita Salvatore Costanza: «Alle promesse non erano seguiti i fatti: né terra per i contadini né benessere per i ceti  produttivi delle città; né libertà ed autonomia per la Sicilia come ave- va  reclamato  l’intellettualità  isolana, schierata quasi tutta sul terreno auto- nomistico. Anzi erano arrivati i funzionari piemontesi a uniformare le leggi, a imporre più tasse, a reclutare la leva».

Il “diario” di Antonino Salerno offre uno spaccato della realtà dei fatti vissuti da vicino, da liberale convinto e votato alla causa del re piemontese, seguace di Garibaldi che aveva interesse a coinvol- gere persone leali come lui per raggiun- gere il suo scopo senza riguardo per le sorti  delle  popolazioni.  Lo  denuncia Salerno  nel  suo scritto che riporta fe- delmente lo stato d’animo degli uomini del tempo nel passaggio da un governo ad un altro, dal sogno delle aspettazioni alla cruda realtà in cui essi nel giro di pochi anni vennero a trovarsi.

Antonino Salerno è il cronista della sua vicenda personale che, però, riflet- te  quella collettiva delle popolazioni del Sud. Egli si aspettava chissà che cosa e, invece, non fu integrato nel co- stituente esercito e non fu risarcito dei suoi beni andati a malora. Il rifiuto del

1862 a Garibaldi nasce da questo scon- tento  non  tanto  da  un  ripensamento della scelta a suo tempo fatta. Scrive:

«… io era alquanto scannaliato di avere fatto parte dell’armata e spedizione per la Calabria al ‘48 e al ‘60, che ben mi ho ravveduto essere ingannata la Sicilia; come tali, non intendo in nessun conto per fare parte a questa armata,sino an- che mo alzassero al grado di Generale, perché sembrami che l’inganno siegue più dippiù del passato».

C’è, nel “diario” dell’ex combattente la delusione che fu propria delle popo- lazioni che si trovarono soggiogate da un altro governo e disagiate ancora di più nella loro quotidianità. Ed esse che non avevano mai conosciuto l’emigra- zione («Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale») diedero inizio alla diaspora, prima nel Nord, poi nelle Americhe. Maltrattate e derubate, mentre i loro beni rubati e confiscati andavano ad impinguire le casse del nuovo Stato che li investiva ad uso e consumo dei nordici.

Con quale spudoratezza Bossi e la Lega dicono male del Sud, quando tuttora i Meridionali la ricchezza del Nord?

Ugo Carruba

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 57-59.




Michele Falci, Luna sikana, Caltanissetta, Paruzzo Editore, 2010.

Un romanzo concentrato sulla dimensione della realtà

L’autore di Luna sikana, Michele Falci, insegnante di materie tecniche in una scuola media di Palermo, quando è andato in pensione, tornato nella sua città natale Caltanissetta, dove ha pubblicato il suo primo romanzo, nel 2001, dal titolo Pane e zolfo, sulle zolfare siciliane. Nel 2009 ristampa il libro, sempre con lo stesso editore Paruzzo, a cui aggiunge una seconda parte, in modo da rappresentare, complessivamente, sessant’anni di storia romanzata siciliana, che va dal 1879 al 1940. Ora esce questo ultimo libro, che ha, come sottotitolo, «Completa la trilogia di Pane e zolfo»

Si tratta però, di un’opera abbastanza diversa, in quanto il primo libro ha una sua struttura oggettiva e si avvale di approfondite ricerche e di fatti storici intrecciati a personaggi, quasi sicuramente esistiti, ma romanzati, nel secondo si ha una maggiore soggettività e una stesura sicuramente autobiografica, che arriva ai nostri giorni.

Luna sikana rappresenta la realtà di una Sicilia, impegnandosi con attenzione verso grandi temi etici e politici, segnati dall’approfondimento di questi temi, in sintonia con le grandi trasformazioni della società. È la storia di circa settant’anni di provincia italiana vista attraverso lo specchio di varie vicende intime e umane dell’autore, con un procedimento veristico tradizionale, in modo che il nesso connettivo non vada perduto, anzi ne esca sviluppato come il concorso di un coro. Vengono codificati nuclei contenutistici e canoni stilistici, senza che venga perduto di vista il necessario contatto con le consuetudinarie quotidianità. Gli eventi hanno un taglio naturalistico in una storia che bada ai sentimenti e li esprime con mezzi semplici, con discrezione e con misura, dove la comunicazione diventa esposizione asciutta ed efficace.

Nella prefazione Francesco Luly scrive: «La ricerca e la riflessione della “identità siciliana“ da recuperare come bagaglio al seguito, porta a soffermarsi e innestare un processo di frammentazione della memoria a guisa di un’analisi dicotomica e semantica nella scelta di coltivare e proteggere il valore della propria memoria storica… Si intravede nello scritto il progetto del recupero di un’operazione culturale-politica dell’intera dimensione storica impron tata di distacco fisico dal territorio nazionale, da una cultura “multietnica”, da un differente assetto sociale, di tradizioni popolari, di sentimenti ancorati all’ideologizzazione della condizione siciliana dipendente da una reale condizione della propria storia antica costruita con tessere di vita sofferta e sofferente, di un forte rigore morale…»

Protagonista del romanzo è l’io narrante, uomo impegnato sul piano politico, etico e sociale, mentre è ricorrente la metafora naturalistico-filologica, vale a dire un grumo esistenziale di materie che consistono nella sostanziale realtà dell’uomo. La scrittura è austera ed essenziale in una struttura narrativa di stampo tradizionale mentre lo stile risulta scorrevole e senza alcun tipo di narcisismo.

Emanuele Schembari

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 56-57.




Domenico Cara, Le diagonali della psiche, Borgomanero (No), 2010.

Parola fluida e dilatata

Scrittore prolifico e autore di numerosi libri, sia in versi che di critica, a partire dal 1959, il calabrese Domenico Cara, abitante da molti anni a Milano e fondatore delle Edizioni Laboratorio delle Arti, continua a pubblicare con cadenza quasi annuale e sempre ad alto livello. Il suo ultimo libro di versi, Le diagonali della psiche contiene testi dal 1995 al 2006 dove emerge un’inquieta ricerca linguistica di strutturale avanguardia, che Cara ha, da sempre tenuto presente. Emerge dal silenzio della pagina essenziale la valorizzazione della forma, in modo che si realizza un’attenta ricerca, fino alla pura sequenza nominale, sin dall’inizio, che sta oltre la parola stessa, rifrangendola in parecchie direzioni, aprendo una nube di significati.

Andrea Rompianesi, nella sua postfazione, scrive, tra l’altro: «Simboli, complicità, lacerazioni coniugano il dettato tematico di Cara che giunge a tale riva attraverso viandanze che hanno conosciuto febbri, rigenerazioni, utopie, macerie, un dilagare anche corale e drammatico nel quale un approccio ermeneutico non soccombe all’incedere forzato dei relitti… Ma la poesia è qui conoscenza, incisione grafica connessa a ritmica definizione, enjambement filosoficamente rivolto all’accidentato percorso dei sensi… Energico, a questo punto, l’impegno intellettuale di Domenico Cara, il suo condividere epidermico passioni, ricerche, quesiti di senso, oltre le contaminazioni dei dettati stilistici, tale da costruire lo stile stesso in un attento edificare demiurgico.»

L’uomo e lo spazio, sia fisico, che spirituale, sono i capisaldi intorno ai quali ruotano molteplici significati di molti testi. Tutto è realizzato da un impasto linguistico, che ha risorse di rilievo proprio dove l’espressione si rasserena e diventa approccio diretto alle cose. E si ha una poesia compiuta, perciò autonoma, che trova la forza nel movimento fluido e nella drammaticità delle sue immagini, in cui il linguaggio della natura si traduce in forma di suono, e di sogno, di luce e di ombra. L’autore conosce la coscienza delle parole e il fermento dei pensieri e sa leggere la realtà di ciò che vi sta sotto, ma non è disposto a barattare la forma. Viaggia alla ricerca della propria intrinseca realtà, in un ostinato disincanto, tormentato e sfuggente.

Emblematiche sono alcune sue composizioni più brevi, dove il messaggio è più chiaro e più significativo. «Prima di me l’idolo arcano / sfiorava epoche perdute / adesso legge incantamenti / s’annida nelle mie preghiere / e affonda in aloni e cerchi» (“L’idolo“ ). «La pietà non raccontava fasi / di lamentazione ma si mostrava / attiva con il silenzio di soprassalto» (“ La pietà“). «Manipola la storia una sua rima / l’ibrido fatto o un desiderio / nel luogo di stupori / e il vento porta ricordi / odori di vendette cieche» (“Il clima”)

L’atto diretto dello scrivere, in Cara, si stagna come momento di un’istituzione espressiva che fa della parola qualcosa di fluido e si dilata sotto l’influenza di un io che vuole verificare la realtà per una sorta d’istinto viscerale. Vengono inventate ossimoriche strutture che determinano spazio alla  riproduzione reale di eventi e di emozioni devastanti, per ridare valore alla normalità, sublimando il reale.. Emerge dalla pagina la valorizzazione della forma, in modo che si realizza un’attenta ricerca del sostantivo, fino alla pura sequenza nominale, che sta oltre la parola stessa, rifrangendola in parecchie direzioni, aprendo una nube di significati. Gli impulsi più profondi attivano e animano il flusso incessante della comunicazione e, alla fine, si scoprono sollecitati da motivazioni verticali. Il segno tracciato dall’uomo e il significato che riassume è uno dei tempi di questa complessa ma interessantissima raccolta di versi, nella quale la parola, come mezzo di comunicazione, perseguita il poeta, che si sente impotente di fronte alla vita, data la molteplicità delle valenze che assume.

Emanuele Schembari 

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg.55-56.




Maria Attanasio, Amnesia del movimento delle nuvole, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2009.

Sensazione delle cose

Maria Attanasio, scrittrice calatina e intellettuale raffinata e profonda, alterna la pubblicazione di opere in versi, di grande rarefazione, a romanzi a carattere storico e sociale, con Sellerio, come Correva l‘anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Di Concetta e le sue donne, Il falsario di Caltagirone .In questo suo ultimo libro di versi, Amnesia del movimento delle nuvole, l’autrice di Caltagirone riesce a fondere le sue atmosfere, di sottile densità a dimensioni più realistiche. Sta qui, essenzialmente, la novità di quest’opera della Attanasio, nella metafora delle contraddizioni delle profondità dell’animo umano, dove coesistono varie spinte contrapposte.

Giancarlo Maiorino, nella sua prefazione, intitolata “Ansimare quotidiano e fantasie di mutamento“ scrive: «L’originalità e l’energia latente di questo bel libro sembrano inoltre matericamente risedere in una condensazione di elementi eterogenei sinora ritenuti opposti o comunque non passibili di compenetrazione reciproca. Sono ravvisabili difatti mosse di spostamento drasticamente figurate, mescolanti ‘sofferenza intelligente‘ e piacere delle risorse linguistiche, ansimare quotidiano e fantasie di mutamento, abbandono alla bellezza della natura e misurazioni psicologicamente acuite di corpi, sentimenti, gesti.»

Ci sono due filoni, infatti, nella stessa opera dell’Attanasio, una lirica più raffinata si alterna a versi duri e realistici. Per esempio a «Lampo di melograno / fiamma di malvasia / in una stanza globalizzata / rosso di poesia » (“Lampo“) si alternano composizioni come a «Repente, ahi dolore alla mente, / come se niente fosse la notte / senza salvacondotti allupata / la mano trema la casa vacilla» (“Repente“) e come «Roma sottonotte di ultras-clandestini / cosparsi di benzina-combusti resti / tra i cartoni del sottopassaggio / quietamente / sbucciando piselli in cucina» (“Notizia di cronaca”).

Si tratta di una poesia alla quale viene dato lo spessore della responsabilità di una testimonianza che cerca di rappresentare la sensazione delle cose e dei fatti. I versi sono attraversati da una sorta di fluido che cristallizza ricordi elencati a flash e riesce a liquefare tutto il concreto della vita quotidiana ricordata. La Attanasio interpreta una riflessione indagativa a carattere in parte onirico, in parte favolistico e, per il resto, realistico. Usa un linguaggio analogico e metaforizzato, con precisi riferimenti autobiografici, affondati in un’eco di occasioni disperse. C’è uno spessore personalissimo nel suo dettato, che si dipana in filamenti analitici, rilevatori di disagi esistenziali e di una lievitazione del vissuto. È un mondo dalle scabre modulazioni, con illuminazioni sui valori e sugli effetti. E, soprattutto, c’è la ricerca delle mutazioni dell’essere, nell’ambito del sentimento del tempo.

Emanuele Schembari

Domenico Cara, Le diagonali della psiche, Borgomanero (No), 2010.

 

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 54-55.




Grazia Guttilla, Nulla accade per caso, Palermo, Ila Palma, 2010.

Il fascino dell’amore provvisorio

Nulla accade per caso è un romanzo di Grazia Guttilla che la fertile editrice Ila palma di Palermo ha da poco mandato in libreria.

L’opera più che di storia sa di diario avventuroso ed intrigante di giornate vissute in un villaggio vacanze in Messico, scelto apposta per dimenticare i fallimenti affettivi, affogando nelle avventure e nella trasgressione. Sfilano perciò pagine tra balli e sballi, aperitivi e ubriacature, escursioni e lunghe nuotate, appuntamenti per cicaleggio da spiaggia e, ovviamente, concessioni al sesso provvisorio che l’attrattiva del luogo e la predisposizione psicologica della donna delusa e inquieta consentono. Difatti la protagonista è una Lisa, donna più che trentenne, fisicamente in forma e assai piacente, con appresso una figlia già in grado di prestarle all’occasione motorino o minigonna, con alle spalle un matrimonio fallito e la persistente ansia di comunicazione affettiva, per cui incorrerà in ulteriori delusioni con uomini affascinanti ma incapaci d’impegno durevole e di assunzioni di responsabilità. E nel molto animato villaggio non le mancheranno le occasioni di evadere, ora con uno spregiudicato Javier, ora con un misterioso Diego per il quale prenderà una cotta tormentosa.

Ma quello che fa di questa Lisa un personaggio tipico della femminilità come valore passionale è il suo continuo sentirsi legata al richiamo di un precedente amore, quello narrato nella prima parte del libro, un’esperienza che appare appagante in tutti i sensi, eccetto quello di voler prevedere qualcosa di duraturo. Nonostante ciò, quest’uomo, anzi il solo suo nome, affiorerà di continuo, quasi come fantasma nel corso delle vicende che animano i giorni di relax. Anzi alla fine, egli, Luca per l’esattezza, sembrerà addirittura rifarsi vivo per Lisa, come per agnizione teatrale, attraverso la figura del fratello, il Diego di cui sopra.

Forse questa conclusione disturba un po’ il clima di greve follia vacan  ziera al sole invernale dei Caraibi, nel  quale le pagine hanno coinvolto; o forse inficia la naturale leggerezza degli incontri e degli amplessi che nel libro a volte ben sanno di quella delicatezza erotica, umanamente plausibile, che però nulla ha a che fare con l’auspicata durevole felicità, raro sogno dei soliti amanti di questo mondo.

Elio Giunta

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 53-54.