Francesco Oliviero – Corrado Barba, Il Test Kinesiologico Quantistico (TKQ), Firenze 2021, pp. 420.

Guarire con la kinesiologia quantistica

     Abbiamo seguito molto da vicino l’attività e l’opera di Francesco Oliviero, napoletano di nascita e siciliano di adozione, e restiamo sempre meravigliati per la dinamicità con cui si dà anima e corpo alla professione medica e alla diffusione dei ritrovati della scienza, per quanto riguarda la medicina non convenzionale, che, prendendo le mosse da quella di origine orientale, dà risalto all’uomo e alle sue capacità di autoguarigione.

     Dopo le pubblicazioni che documentano il percorso umano e professionale di Oliviero (Benattia, Acqua e coscienza, Manuale del benessere ed altre ancora) nel campo dell’omeopatia, dell’omeosinergia, supportato dalla fisica quantistica, il nostro autore è approdato alla kinesiologia che già aveva cominciato a fare i suoi primi passi negli anni Sessanta. Ad essa è dedicato questo nuovo lavoro, Il Test Kinesiologico Quantistico (TKQ), pubblicato a Firenze nel 2021 per i tipi della Libreria Salvemini, in collaborazione con Corrado Barba che tratta l’aspetto storico e psicologico, mentre Oliviero quello strettamente kinesiologico quantistico. È un lavoro ben riuscito, ricco di spunti che aprono alla conoscenza e spingono il lettore ad approfondire aspetti che, pur avendo attinenza con la vita pratica, non è di tutti conoscere. 

     L’argomento del volume è la kinesiologia, che come ricordano gli autori nella prefazione, in senso etimologico, altro non è che «lo studio dei muscoli e del loro funzionamento, applicato alle condizioni fisiche o correlato a degli stimoli». Nella sostanza, essa ci mette a tu per tu con il nostro corpo, in quanto entità  vibrante, capace di far conoscere i lati oscuri che albergano dentro di noi e che ci portiamo dietro. Conoscerli significa poterli eliminare, e così armonizzare e dare benessere al corpo, tramite il test kinesiologico. Indispensabile è, comunque, la “consapevolezza”, che è alla base di ogni riuscita. Come è bene che sia, non mancano i consigli.

     «La Kinesiologia quantistica è una disciplina di indagine interiore prettamente pratica e il suggerimento è quello di effettuare anche un corso con un docente esperto proprio per verificare il proprio grado di acquisizione delle tecniche. In ogni caso una delle cose sulle quali di solito si sorvola è il retroterra teorico che va ben oltre una semplice disamina di aspetti storici e culturali (ib. p. 11).

      Il volume contempla due parti: la teorica e la pratica. La teorica è quella più ampia (13 capitoli), la pratica si compone di 2 capitoli (14 e 15) ed offre esempi di test e considerazioni, molto utili per chi vuole avventurarsi in emozionanti scoperte, perché di scoperte si tratta.

      Corrado Barba rifà in sintesi la storia della kinesiologia, che si sviluppa a partire dagli anni Sessanta negli U.S.A. per merito di George Goodheart e i suoi seguaci, e in Europa negli anni Novanta come Metodo INTEGRA, ad opera di Roy Martina. A svilupparlo e a farlo meglio conoscere fu Marcello Monsellato, di cui fu allievo Francesco Oliviero. Scrive a proposito Barba:

      «Il dott. Francesco Oliviero ha imparato il test kinesiologico direttamente dal dott. Monsellato e l’ha applicato per più di dieci anni sotto forma di test kinesiologico omeosinergetico fino al 2011, quando ha ideato il nuovo TKQ, integrandolo con le applicazioni pratiche della fisica quantistica nella realtà quotidiana» (ib., p. 18). 

     Barba supporta e documenta in questo interessante lavoro d’insieme le conoscenze acquisite e praticate da Oliviero prima e dopo il 2011, da quando cominciò a praticare il test kinesiologico quantistico, fino alla data odierna. Non si limita a fare la storia del TKQ, ma aggiunge considerazioni proprie e fa riferimento a filosofi antichi e moderni che rendono la pagina allettante e ricca, tale da allargarne la prospettiva, e il lettore con maggiore cognizione di causa può farsi idea di quello che ruota attorno e dentro di noi.  A mo’ di esempio, nel capitolo 3, dove affronta e riprende il tema de “I ricordi e la memoria”, sviluppato dal punto di vista di medico-terapeuta dal dott. Oliviero, per essere più incisivo, si rifà a Platone e ne ricorda i miti che ad esso si collegano; tema, come giustamente ricorda, ripreso non soltanto da Platone e da tanti filosofi dopo di lui, a cominciare da Aristotele, Agostino o, in tempi più vicini, da Bergson, Ricoeur ed altri, oltre che dai  pionieri della psicanalisi e da Freud. C’è negli autori, e qui nello specifico in Barba, l’interesse di partecipare alle tante conoscenze che dovrebbero essere di dominio di tutti. Riprendendo, ad es., il dott. Oliviero, a proposito della memoria (ib., pp. 26-28), Barba scrive:

      «La memoria comune, quella che nessuno mette in dubbio e, forse, l’unica esistente per i molti, è quella cosciente o esplicita che ci serve in tutte le attività quotidiane; ma sotto la punta dell’iceberg si cela la cosiddetta memoria implicita primaria, che rappresenta tutta la parte inconscia e lascia le sue tracce nel corpo e nella mente. La memoria, che ci rende quello che siamo o che pensiamo d’essere, è un’articolata scelta di immagini, diciamo che è un puzzle di fotogrammi o di pixel che sono impressi nel cervello; ogni immagine è la fusione di tanti frammenti» (ib., p. 53).

       Molto esplicativo, a proposito, è il riportato mito di Iside ed Osiride. Come i pezzi ricomposti delle membra di Osiride, i «tanti frammenti» di memoria seppelliti nell’inconscio e ripescati con l’aiuto del terapeuta sono alla base della guarigione del paziente, novello Osiride. 

      La narrazione di un argomento non a tutti noto e non sempre facile, come la kinesiologia, procede così, suscitatrice di curiosità ed interesse. Il lettore che si accosta al libro, per  questo ed altri motivi che lo rendono piacevole alla lettura, ha modo di apprezzarlo e di rendersi conto che esso è una risorsa per l’anima e per il corpo, da leggere, preferibilmente soffermandosi su certi punti chiave che lo aprono ad una maggiore comprensione.

 ***

      Argomento del capitolo 2 è “Il TKQ e le memorie”, svolto da Francesco Oliviero e ripreso, come abbiamo visto, dal punto di vista storico e psicologico da Corrado Barba. È, in fondo, l’argomento su cui permea tutto il libro, di grande interesse, perché alla sua base c’è l’uomo e la sua anima, la parte che si dissolve e quella eterna.

     Rifacendosi ad Hamer, il dott. Oliviero riprende il tema della malattia, affrontata in altri suoi scritti, tra cui in Benattia (20042), e ritenuta un conflitto causato da «un’angoscia inespressa», che spesso, cogliendo di sorpresa e non essendo facile poter gestire, procura disagio e rende psicologicamente provati. Leggiamo:

    «Il senso della malattia è quello di ristabilire un equilibrio; una malattia riequilibra simbolicamente l’individuo in disequilibrio a causa della sua intima sofferenza. Per tale motivo, il terapeuta deve portare alla coscienza ciò che è stato occultato nell’inconscio. In sintesi, possiamo dare un nuovo significato alla malattia, alla luce di una nuova Consapevolezza. La malattia è dunque la necessità di una compensazione simbolica a una sofferenza non espressa, a un’angoscia vissuta in un istante, che crea un conflitto del quale non abbiamo più coscienza» (ib., p. 20).

      Compito del terapeuta è quello di portare allo stato di consapevolezza il malato, rendendo conscio l’inconscio, per restituirlo allo stato di benessere. Continuatore dei tanti che lo hanno preceduto, compreso Monsellato, che è stato – ripetiamo – l’amico medico omeosinergetico che lo ha avviato a questo modo di concepire la malattia, Oliviero insegna nei suoi seminari (sedi fisse del suo studio sono Palermo e Bergamo) in Italia e altrove come stare bene, nonostante le difficoltà e i disagi in cui l’uomo è costretto a vivere.

      La memoria è al centro dei suoi interessi, perché spesso è la causa dei malanni e delle malattie. Qui non si tratta della memoria esplicita, quella a cui ricorriamo giornalmente per i nostri bisogni fisici o culturali, ma della memoria implicita, a cui fa riferimento Barba, che relega cose, immagini e ricordi nell’inconscio, memoria che «perde la dimensione del tempo, come se fosse in un eterno presente, e si attiva nonostante la nostra volontà» (ib., p. 23). Questa memoria che alberga nell’inconscio ed è causa di malattie altro non è che energia repressa.

     «L’accumularsi continuo dei ricordi corporei (memoria somatica) – scrive Oliviero – schiaccia col suo enorme peso il nostro corpo, e ci fa ammalare. I ricordi profondi del corpo ci accompagnano fin della nascita e anche prima; ecco perché non esiste un organo specifico della memoria, in quanto tutto il corpo si ricorda di precedenti esperienze. Ogni parola, ogni gesto, ogni azione è il risultato di un processo fisico che si è stabilizzato nel corpo» (ib., p. 25).

        È, quindi, il conflitto che viene a generarsi all’interno del nostro corpo il generatore di malattia, sintomo di richiesta, sempre da parte del corpo, di un intervento per autoguarire; esso porta a galla memorie che sono causa di malessere, e di qui il bisogno di dargli ascolto. Oliviero, come altri studiosi, ne è convinto e insiste a parlare di “benattia”, lo stare e come poter stare bene, traguardo che si può soltanto raggiungere attraverso l’accettazione della stessa malattia. Il consiglio, che come medico dà, è quello di non allarmarsi, di aver fiducia, addirittura di parlare con la parte del corpo lesa e di essere consapevoli di ciò che si sta vivendo. Proprio per questo, dando valore alla parola, egli, medico e terapeuta, fa un salto di qualità, passando dall’applicazione del test kinesiologico omosinergetico a quello kinesiologico quantistico.

       Partendo dalla logosintesi di W. Lammers che utilizza la parola per fare emergere nel paziente energie bloccate che lo condizionano e dargli così consapevolezza e benessere, Oliviero se ne serve, dopo aver eseguito il TKQ nel paziente, utilizzando la LMI (Liberazione di Memorie inconsce) tramite il ricorso al “Qui ed ora…” all’inizio di ogni frase. Scrive:

     «La diagnosi energetica viene svolta interamente dal TKQ attraverso l’individuazione dei conflitti primari, collegati con le memorie dell’inconscio, che riverberano nel presente della persona e ne condizionano la vita. Poi si applica la tecnica di scioglimento delle memorie conflittuali. Tutto diventa lineare e semplice, incisivo e delicato al tempo stesso, utilizzando il grande potere creativo della parola, ed esaltandone ancora di più lo scopo finale: la liberazione dell’individuo dalle sue schiavitù cognitive, dalle sue convinzioni e credenze che lo tengono prigioniero della mente egoica, del diaballon [parola che deriva dal greco antico e che significa “ciò che divide, che separa”] (ib., pp. 316-317). 

       Lo studio, la ricerca, la fisica quantistica, sono i fondamenti su cui il dottore e terapeuta Oliviero costruisce il percorso di guarigione del paziente, restituito alla consapevolezza. Ne risulta che il TKQ è liberatorio e il paziente può ricominciare a vivere la sua vita di sempre. Al centro del test non c’è l’ammalato-cavia, costretto a prendere medicine che bloccano il sintomo ma non guariscono, ma l’uomo che, avendo sbloccato conflitti dimenticati e occultati nel suo inconscio, ritrova la fiducia in sé e negli altri. Per questo, a chiusura del volume, è riportata la parte pratica, con esempi di test, i cui risultati sono abbastanza positivi e sono da stimolo per il miglioramento degli studi e delle tecniche in tale direzione. 

       Il bello di questo libro è che apre il lettore ad una maggiore comprensione di sé e del mondo che lo circonda, non tutto visibile, ma confortato da consolidate leggi della fisica e da un inconscio che andrebbe da tutti esplorato e conosciuto per vivere appieno la propria vita. Questo è il messaggio che traiamo dalla lettura, ed è un messaggio di amore e di comprensione con una forte spinta all’unità per riconoscerci parte del Tutto che alberga in noi e nel mondo. 

        Salvatore Vecchio




La guerra e le sue vittime: «Quando scoppia la guerra la prima vittima è la verità.» Senatore Hiram Johnson, 1917

       Un vecchio proverbio recita: «Chi semina vento, raccoglie tempesta». Ed è quello che avviene quando si entra in guerra. I nostri detentori del potere, incuranti della volontà del popolo e della Costituzione1, invece di dirimere diplomaticamente controversie e attriti fra nazioni, non fanno altro che schierarsi a favore di una o dell’altra delle parti belligeranti, come è avvenuto per le guerre russo-ucraina e israelo- palestinese, mandando aiuti ed armi, con i conseguenti aggravi sul popolo, “sovrano” nella Carta, ma nei fatti chi subisce le conseguenze di eventuali allargamenti dei conflitti o l’aumento esagerato dei prezzi di ogni genere, compresa la benzina. Una tempesta che vede in crescita i disoccupati, il numero dei poveri e dei senza tetto, e la ricaduta in negativo sugli enti pubblici e privati, la sanità, ridotta agli estremi, la scuola e tutto il resto.
      Il vento della guerra non cessa mai, perché non cessa nelle menti dei potenti l’ingordigia, la sete di dominio e di ricchezza. Ma l’homo omini lupus, ripreso da Hobbes, spesso non fa notizia, non se ne parla e non si sa niente delle tantissime guerre che si combattono nel mondo; interessano ai promotori e a chi sta loro dietro. In ogni caso, la prima vittima a cadere, come scrisse il senatore Johnson, è sempre la verità, accompagnata dalle tante vittime dell’una e dell’altra parte, spesso innocenti che non avevano niente da spartire con la guerra, tolte barbaramente alla vita e all’amore dei propri cari.
       La verità è la prima cosa che in guerra si oscura per insabbiare l’orrore, annebbiare le menti e farle parteggiare. Prima di agire, la stampa e l’etere vengono asserviti e non si fa altro che leggere o vedere immagini contro la parte avversa, con tutti gli orpelli che la tingono di nero; il tutto per giustificare azioni e stragi distruttive e seminatrici di morte. Sicché, dal febbraio 2023 ad oggi, assistiamo ad una danza di notizie, e siamo portati a credere come pecore al pascolo. Si condanna così la Russia, senza conoscere ciò che sta dietro alla guerra, trascinato per anni; si condanna Hamas, dimenticando che gli accampati dal 1948 aspettano una soluzione che ponga fine alla situazione precaria in cui sono costretti a vivere. Ma non si è portati a condannare soltanto, si è spinti anche ad accettare ogni sorta di reazione, bombardamenti a tappeto, senza pietà. Non importa se il tutto ricade sulle popolazioni inermi e indifese. Si arriva così a condannare l’orrore, ricorrendo all’orrore, senza un freno e con il beneplacito di tanti.
      Le grandi potenze e l’America, a parole, si danno da fare e dicono di impegnarsi per risolvere le questioni sul tappeto, ma in concreto non muovono un dito per una pacifica soluzione. Israele è una finestra aperta su quella parte di mondo, e la gestiscono a loro uso e costume. Perciò, vanificata rimane la promessa del costituendo Stato palestinese, promessa nel 1948 e non mantenuta. Così si vuole, così piace. Il «divide et impera» non è cosa passata, d’altri tempi; è attuale, attualissimo, e se ne giova chi sta dietro le quinte, che fa finta di mediare, mentre sottobanco impone.
Stando così le cose, le questioni in campo non si risolveranno mai, ed Eros e Thanatos, la pulsione di vita e la pulsione di distruzione, di freudiana memoria, non avranno pace. Questo i potenti lo sanno, ma curano il loro interesse, dimentichi che, se Thanatos dovesse avere il sopravvento, Eros languirà, e la sua caduta si ripercuoterà su di essi.
                                                                                                                                    S. V.
1 Art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».




Teresa Ordinas Montojo, Avelino Hernández (Desde Soria al mar), León 2021.Una vita in due

         Il libro è una biografia, scritta da Teresa, vedova del grande scrittore e poeta Avelino Hernández, in cui, pur con i problemi e i continui ostacoli da superare attraverso i ricordi, ricostruisce la vita di coppia dedicata alla letteratura e all’arte. Costituito da 15 capitoli, da un epilogo, un’appendice che riporta pensieri e annotazioni dello stesso Avelino, è corredato dalla sua abbastanza ricca bibliografia.

      Un libro ben partecipato, come se fosse stato scritto in compresenza con l’uomo e lo scrittore. Scrive Teresa nella “Premessa”: «Decididamente, voy, a estar con él mientras escribo estas paginas. O mejor dicho: es él el que acaba de sentarse a mi lado…» (p. 12). E, in effetti, sarebbe stato difficile per lei scrivere senza il suo coinvolgimento, avendo avuto gli stessi interessi ed essendo stati insieme per tanti decenni.

           Il primo capitolo si snoda come se tutto contribuisse a vivere serenamente in mezzo alla natura incontaminata di Selva, un paesino dell’interno di Palma di Maiorca, lasciate nel 1996 le rumorose città cosmopolite di Madrid, Barcellona e altre ancora, per scrivere, leggere e darsi agli hobby che, per Avelino, erano la vita, come era solito dire. «Scrivere è come respirare, amare, mangiare, conversare, leggere […], lo scrivere è come un qualcosa di contingente e piacevole; in funzione del giorno, in funzione del momento» (p. 201).

        Questo capitolo è anche l’inizio della fine, perché, quando meno lo si aspetta, il male si può insinuare nella vita di ciascuno e creare squilibri e negatività da non augurare a nessuno. Ad Avelino, nel bel mezzo della sua creatività e del successo, nel 2001 fu diagnosticato un cancro. Ma non fu lo spauracchio a far cessare di vivere anzitempo lo scrittore; egli continuò come se nulla fosse e da persona sana, pur nella consapevolezza del male che si portava dentro. L’Autrice, compartecipe, descrive quei momenti che fecero reagire la coppia. Adottando il motto: «Un giorno migliore dell’altro», essa passò la notizia ai parenti e agli amici più cari e poi si ritirò nella casa di El Tremedal, presso Ávola, dove trascorse un lungo periodo, per poi fare ritorno a Palma. «Non so – scrive Teresa – come fummo capaci di mantenere una esistenza così piena», nonostante l’essere consapevoli dell’irreversibilità del male che portò Avelino alla morte il 22 luglio del 2003.

           La fine di ogni capitolo è chiusa da un commento o un particolare ricordo di amici e scrittori che vollero rendere omaggio con uno scritto all’amico, come quello di Gustavo Catalán, che lo ricorda come militante (pronto alla difesa dei diritti e dei diseredati), e scrittore, avendolo avuto da medico oncologo amico e paziente.

         Il primo capitolo, a parte la “Premessa”, fa da introduzione a tutto il contesto della vita in due, fatta di incontri, viaggi, studio, confronti, a contatto con la natura o con amici aventi gli stessi interessi e con i quali la coppia affrontava argomenti politici e letterari, organizzava feste che spesso finivano con letture di prose e poesie di Avelino e degli autori presenti: una vita fatta di collaborazione reciproca. Avelino spesso esponeva e sentiva il parere di Teresa; lei, a sua volta, fotografa oltre che scrittrice, gli mostrava le prime delle foto scattate nei luoghi visitati e ne ascoltava i pareri. Scrive a p. 18: «Non ci pensava due volte a censurare un’immagine che non le piaceva; però, quando voleva farmi un elogio, argomentava piacevolmente (era così quasi sempre)».

          I capitoli a seguire sono molto interessanti, perché fanno rivivere gli anni oscuri della dittatura e delle rivolte antifranchiste con la fattiva partecipazione di Avelino e Teresa, l’uno, organizzatore ed esponente di primo piano della ORT (Organizzazione Rivoluzionaria dei Lavoratori), l’altra, staffetta e propagandista. L’autrice non manca a questo punto di ricordare l’incontro, tramite suo fratello, con Avelino che era stato “confinato”.

        «Così si presentò, davanti la porta di casa, questo compagno di mio fratello che era stato detenuto a Cartagena. Alto, magro, né tanto meno elegante; ma di una cordialità che ispirò confidenza fin dal primo momento[…]. Narrava storie senza fermarsi. E allora la sua cultura, la sua attitudine, il suo impegno, la sua maniera di pensare acquisivano uno straordinario magnetismo. Era quanto osservavo nel suo espressivo modo di guardare, nelle sue mani vigorose e nel suo sincero sorriso» (p. 29).

        Chi vuole approfondire la personalità e l’opera di questo scrittore, legga Avelino Hernández (Desde Soria al mar). Avelino era e rimane un vulcano in attività. La sua opera, ricca di accadimenti, invita alla riflessione dinanzi alla scorrere della vita, ad amare il prossimo e ad osservare con molta dedizione la natura, la bellezza che è in essa, e ciò che ci dà. Senza andare lontano, basta leggere il bellissimo Una casa en la orilla de un río per farsene un’idea. Il racconto, pieno di luce e di colore, avvince il lettore che, più che leggere, ascolta una voce amica ed è portato a gustare il bello che è in noi.

        L’attività di Avelino (è quanto nel cap. X Teresa evidenza, perché lui difficilmente parlava del suo operato) non si limitò alle letture dei classici e dei moderni e alla scrittura, egli portò avanti un progetto interculturale del Ministero della Cultura per sensibilizzare alla lettura scolari ed adulti, un modo come un altro per aiutarli a crescere culturalmente e socialmente; ma fu coinvolto anche in un altro progetto (“L’avventura di scrivere un libro”), diretto a docenti e alunni, cosa che portò avanti sempre con entusiasmo. Credeva nel riscatto sociale della gente e, perciò, si dava anima e corpo per una buona riuscita di questi progetti che alla fine risultavano seguiti e ottenevano buoni risultati. C’era l’esigenza di fare uscire la Spagna dai condizionamenti franchisti che aveva subìto per anni e questo spingeva governo ed intellettuali a ricostruire un tessuto sociale più aperto e padrone di sé.

        Avelino fu un banditore della parola, “la palabra”, sia orale che scritta, che per lui era la vita, un legame profondo, inseparabile, con cui scandagliava l’umana esistenza, come in Los Hijos de Jonás, dove mette in risalto l’uomo, il suo operato e il destino a cui è indissolubilmente legato.

       Teresa, con questo suo libro, si abbandona – lo ricordiamo ancora – ai ricordi che sono una valvola di sfogo e al tempo stesso un legame tra passato e presente che, da un lato, attenua la mancanza, dall’altro, le dà forza e reagisce, sentendo vivi gli affetti più cari.

       Avelino, scrittore e amico (Antonino Contiliano ed io non dimenticheremo mai i giorni belli passati insieme, sia a Palma di Maiorca che a Marsala e in altre parti della Sicilia), rimane nel cuore di quanti lo conobbero e dei lettori, perché i suoi libri non soltanto aprono a nuovi orizzonti, ma iniziano ad un piacevole e fruttuoso colloquio con il loro autore che si rivela un vero amico e maestro.

       Ringrazio l’autrice per avermi dato l’opportunità di ricordare un grande scrittore e poeta, Avelino, che vive ed è ancora con noi.

                                                                                           Salvatore Vecchio

da “Spiragli”, Nuova Serie – Anno IV 2023 NN. 1-2, pagg. 66-67.




La Sicilia non ha bisogno del ponte

       Si ricomincia, come se fosse una telenovela, a parlare del ponte sullo Stretto di Messina. Una pazzia. Salvini, contrario da tempo, si è convertito (o è stato convertito?) alla sua realizzazione, dimenticando lui e i fautori (progettisti e finanziatori) che la zona dello Stretto è stata sempre terra ballerina che ha prodotto nel tempo disastrosi terremoti.

         È un discorso, questo del ponte, che dovrebbe far riflettere e dare una mossa all’operato di quanti sono chiamati a venire incontro alla gente per il bene della collettività, ed invece, incuranti dei danni che arrecano, questi signori pensano a se stessi, eludendo i bisogni elementari che altro non sono che sacrosanti diritti. 

        A che serve un ponte se nell’Isola i servizi sono per buona parte inesistenti o fuori uso, e mancano le infrastrutture necessarie per garantire un vivere sociale umano? Le autostrade sono un pericolo costante, la Palermo-Messina è impercorribile, la Catania-Ragusa spesso si trasforma in strada della morte. I collegamenti interni sono alla deriva, senza alcuna manutenzione, per non parlare delle ferrovie, in parte fuori uso, con i disagi che ricadono specialmente sui pendolari.

        Mentre tanti rimanevano indifferenti, come se la cosa non interessasse, già Nello Sàito, una voce ferma nel panorama dell’intellettualità siciliana, tempo fa si era schierato contro questo progetto mostruoso, fatto cadere come spada di Dàmocle sulla testa di tutti e senza interpellare nessuno, come se il popolo non esistesse. Se il popolo è “sovrano” perché devono essere i pochi privilegiati a decidere? Dov’è la Costituzione? Come se tutto fosse rose e fiori, non tenendo conto della gente che vive nella propria casa e con il suo lavoro, e delle conseguenze ambientali, in un punto geografico così particolare, si decide senza tenere conto di niente e di nessuno. Il popolo è fatisciente. 

         Mi chiedo: «Che fine ha fatto Beppe Grillo con la traversata dello stretto (10 ottobre 2012) per dimostrare anche l’inutilità di questo ponte? Ha forse agito, da par suo, per una manciata di voti di calabresi e siciliani? Dov’è ora, ha perso gesti e parola, dopo che Scilla e Cariddi lo fecero traversare?».

      La Sicilia ha bisogno di ben altro per concretare le sue potenzialità, non di un ponte; ha bisogno di investimenti, per dare lavoro ai giovani e non farli fuoruscire, e di risorse per incentivare il lavoro dei campi e l’agricoltura; per non parlare del turismo, ricca com’è di beni culturali e ambientali. Come nel passato, essa deve ritornare ad essere ponte tra le genti, per la sua produttività, per la cultura, per i suoi uomini migliori che questo vogliono e nella loro terra restare. Essa è già un ponte, così com’è un centro; abbisogna solo delle condizioni per realizzarsi veramente. 

     

     Basta con la deleteria pubblicità che la oscura nella sua immagine vera e nell’umanità che le è propria! 

                                                                            Salvatore Vecchio




Calogero Messina, storico della Sicilia e dei Siciliani. (Dizionario storico dei comuni della Sicilia, L’Orma, Palermo 2022-2023)

       Calogero Messina, pubblicando il Dizionario storico dei comuni della Sicilia, ha coronato il sogno di tutta una vita. Non era da crederci, e nemmeno lui ci credeva, eppure quel sogno, durato quasi cinquant’anni, è diventato realtà. Edito da L’Orma tra il 2022-2023, è un’opera monumentale (7 grossi volumi) che mancava da secoli, se consideriamo che il Lexicon topographicum Siculum di Vito Maria Amico, in 3 voll., fu pubblicato nel 1757/1760 e soltanto successivamente tradotto in italiano da Gioacchino Di Marzo nel 1855/1859. Tanti, per la verità, hanno nel tempo tentato l’impresa, ma non ci sono riusciti, fermandosi dopo qualche anno agli inizi di un lavoro che risultava abbastanza impegnativo e molto faticoso. Messina vi è riuscito, dando alla collettività un supporto indispensabile per la conoscenza della Sicilia e dei Siciliani con la loro storia (un quadro storico che non ha niente da spartire con le solite storie della Sicilia), gli usi, i costumi e il vario parlare, secondo le aree linguistiche più o meno influenzate dalle tante dominazioni che si sono succedute nell’Isola.
Apre il Dizionario l’ “Introduzione” dell’Autore che, dopo una breve premessa, scrive:

        «Quest’opera non si raccomanda a chi predilige le statistiche, le tabelle, i grafici; essa vuole essere soprattutto una storia e un documento del costume in Sicilia, osservato nella sua diversità nei comuni dell’isola: l’ho ricercato nel contatto diretto con la gente e attraverso la lettura delle consuetudini, degli episodi, dei gesti, dei modi di dire, dei proverbi, delle feste, della poesia popolare. Ho cercato di capire le idee e le attitudini, i comportamenti, gli umori degli uomini di questa Sicilia, così diversa nelle sue parti; di cogliere nella storia di un paese qualcosa di particolare, di proprio della sua vita. Sono stato sempre convinto che per intendere l’anima ed esprimere l’immagine di una società può valere più una nota di costume che un elenco delle successioni dei signori, il semplice gesto di un uomo comune più dell’enfasi di un notabile».       

      L’Autore non si tradisce! Così come in tutte le sue opere storiche o letterarie, il punto di partenza, il fine che si propone è quello di ricercare e conoscere l’uomo, perché lui, con tutto ciò che gli appartiene e lo caratterizza, è il soggetto della storia e la storia nel senso pieno del termine. La critica che rivolge a tanti storici di professione non è campata in aria, e dice bene Calogero Messina quando asserisce che a niente valgono le statistiche o i fatti di guerra, se non si cercano e mettono in evidenza tutti i contesti che ne sono alla base; la storia non risulta tale e non riscuote interesse, come se si fosse fatta da sé, senza alcun supporto da parte dell’uomo che invece ne è l’artefice. Ma il Nostro non asserisce soltanto; ne dà prova anche nella trattazione dell’ultima sua pubblicazione, Sicilia 1492-1799. Un campionario delle crudeltà umane (2022) e in modo specifico affronta l’argomento nel “Discorso sulla storia” che chiude l’opera, in cui ribadisce che lo storico «non deve perdere di vista l’uomo e deve guardare alle cose che lo riguardano nella loro interezza, a quello che c’è dentro, e parlare degli uomini agli uomini» (Sicilia 1492-1799, cit., p. 570).

                                                       ***

      Buona parte dell’“Introduzione” di questo Dizionario costituisce una storia della storia, perché altro non è che un resoconto dei contributi storiografici municipali della Sicilia pubblicati dal ‘500 in poi fino agli inizi del Duemila (Francesco Maurolico, Ferdinando Paternò, Filippo Paruta, Leandro Alberti, Vincenzo Littara, Rocco Pirri ed altri, fino a Virgilio Titone e allo stesso Messina), dando maggiore risalto all’opera di Tommaso Fazello, De rebus Siculis, in cui non soltanto l’autore narra la storia degli antichi abitatori della Sicilia, non trascurando anche i miti, ma descrive i paesi e ne dà notizie. Ancora prima – è importante per entrare nell’ottica di Calogero Messina – egli si sofferma a delineare il carattere dei Siciliani, suscettibile di variazioni da un paese all’altro e influenzato da quello degli antichi dominatori. Riporta, a proposito, il giudizio espresso diverse volte nelle sue orazioni da Cicerone che, essendo stato in Sicilia, anche da questore, conosceva bene l’animo dei Siciliani, intelligenti, acuti, spiritosi, come scrive nelle Tusculane o nell’orazione per M. Emilio Scauro, sospettosi, prudenti, scaltri, eruditi. Ne risulta che essi non sono un blocco monolitico, facile da potere gestire, ma nella loro apparente tranquillità imprevedibili. E Cicerone li conobbe e comprese bene, perché – come scrive lo storico – i Siciliani non erano della stessa indole dei Romani, «non furono interessati dalla loro passione militare né si entusiasmarono per i successi della politica imperiale; sperimentarono i rigori del loro dominio e non diedero che scarsi contributi alla loro cultura».
    Non così fu per altri popoli dominatori, come per gli Arabi e gli Spagnoli, di cui avevano in comune l’attaccamento alla terra o la compatibilità di carattere, mentre «odiarono invece i piemontesi e gli austriaci, soprattutto per il loro aspetto – l’aspetto influisce molto, ma spesso non se ne parla nelle storie -, la loro severità e il loro fiscalismo; li considerarono degli estranei a tutti gli effetti, per mentalità, tradizioni, per la lingua, ecc.».
      Riprendendo il discorso della storia municipale che introduce l’opera, il Messina esamina i contributi di tanti studiosi che, seppure con qualche manchevolezza, diedero inizio ad una “storia” (quella dei vari comuni), da cui veramente viene fuori il volto della Sicilia che tutti accomuna. Nonostante siano da evidenziare alcuni difetti, spesso dovuti a mero campanilismo, lo storico non critica negativamente, rifacendo l’errore ad altri rinfacciato («Più che i pregi gli storici hanno voluto mostrare i difetti e i limiti della nostra storiografia municipale»); riconosce che, come in ogni impresa, non avendo le idee ben chiare, agli inizi ci sono sempre delle incertezze e chiunque può sbagliare. L’importante è correggere il tiro e migliorare, cosa che è stata fatta negli studi successivi, ma a rilento, se nel xvii e xviii secolo si continuava a fare storia municipale come in passato. A proposito, sono menzionati alcuni autori (Vincenzo Auria, Agostino Inveges, Francesco Baronio Manfredi ed altri), ma a distinguersi tra tutti è Vito Maria Amico e Statella con la sua Catana illustrata, perché – scrive il Messina – «era uno che sapeva cosa significa fare le storie municipali».
       È l’autore del Lexicon topographicum Siculum sopra ricordato, in tre volumi, quanti i Valli in cui era divisa la Sicilia, pubblicati il i a Palermo nel 1757 e il ii e il iii a Catania nel 1759 e il 1760; è stato l’unico tra tanti che portò a termine un’impresa così impegnativa e tuttora molto utile. Il Messina, al pari di Biagio Pace, gli riconosce il merito di non essersi limitato alla singola topografia, ma ha raccolto notizie, testimonianze e documenti vari che danno un quadro della Sicilia e degli abitatori del suo tempo, aprendo così la strada ad altri ulteriori studi.
        Lo storico si sofferma più a lungo su Rosario Gregorio e le sue opere, di fondamentale importanza: Introduzione allo studio del dritto pubblico siciliano (1794) e Considerazioni sopra la storia di Sicilia dai tempi normanni sino ai presenti, in 6 voll. (1805-1816), in parte postuma, essendo l’autore morto nel 1809. Le pagine che il Messina gli dedica mettono in risalto l’apporto fattivo del Gregorio alle storie municipali, ritenute più costruttive e importanti rispetto alle storie generali, e il valore che hanno in sé le leggi per la conoscenza degli uomini e delle loro consuetudini. Leggiamo:

«Regola fondamentale per l’interpretazione delle consuetudini il Gregorio saggiamente riteneva che si tenesse presente che non tutte le costumanze sussistevano insieme e che erano state introdotte in diverse epoche: ce n’erano anteriori ai tempi normanni, altre in vigore in quel periodo e non più in quello aragonese, altre ch’erano state introdotte sotto i re aragonesi. Andavano dunque studiate con l’ausilio delle storie dei tempi, dei diplomi e degli altri documenti».

       Sulla scia delle Considerazioni di Rosario Gregorio, Messina rifà in sintesi la storia municipale dal Cinquecento al Novecento, dando risalto a quanti si cimentarono a scrivere sui loro paesi e città che intanto erano cresciuti di numero, specie tra il xvii e il xviii secolo. Insieme ad altri è ricordato Gioacchino Di Marzo con la sua traduzione del Lexicon di Amico; il Messina rileva l’apporto positivo, nonostante le manchevolezze («Ma tutto fa pensare a una fretta, propria degli anni giovanili, della quale per altro era cosciente lo stesso autore. Manca la storia civile»), ed è ricordato anche l’attrito fra Gaetano Di Giovanni e Luigi Tirrito su alcuni aspetti della storia municipale. Ne risulta che, mentre Di Giovanni cade in eccessi descrittivi, il Tirrito, attento ricercatore e vero storico, coglie nel vivo la realtà e la riporta in lavori che sono esemplari, come nei fascicoli di Sulla Città e Comarca di Castronovo di Sicilia (1873-1885), raccolti in volume e ristampati dallo stesso autore nel 1983, con un saggio introduttivo del Messina, che gli riconosce la capacità di osservare e riportare tutto ciò che fa parte della vita dell’uomo. E, insieme a questi studiosi, non tralascia i tanti ricercatori (N. Colajanni, V. La Mantia, S. Salomone, G. Di Vita, F. Nicotra, E. Castellana, I. Scaturro ed altri) che tra l’Ottocento e il Novecento diedero impulso alla storia municipale, recuperando quanto era stato trascurato nel passato, convinti che non si poteva fare storia nazionale, se non c’era e non si teneva conto di una storia locale. A proposito di Scaturro, Messina scrive:

«Lo Scaturro non fu né un puro impiegato né un semplice erudito. E perché non semplicemente erudita, la sua storia riesce di piacevole lettura; il suo primo pregio è la chiarezza e chiunque può ad essa accostarsi: l’autore fu del parere che le storie municipali dovessero essere conosciute a tutti i livelli, e da questa consapevolezza dovette essere certamente sollecitata la sua volontà di dare un’informazione essenziale sugli avvenimenti generali della Sicilia e anche dei più lontani eventi ai quali essi sono legati. Denunciò l’indifferenza dei suoi conterranei, l’ignoranza degli amministratori, l’insensibilità di certi preti nei confronti delle opere d’arte».

        Ignazio Scaturro aveva pubblicato in 2 voll. Storia della Città di Sciacca (Napoli 1924-1926), opera ben riuscita e apprezzata, nella cui Prefazione aveva rinfacciato agli storici municipali un diffuso campanilismo che non permetteva loro di vedere oltre e scrivere la realtà nella sua molteplicità. Come fa lui che, per avere un quadro completo, pubblicherà in seguito una poderosa Storia di Sicilia in 2 volumi (Roma 1950).
      Calogero Messina menziona altri studi in cui si cominciava a dare spazio a campi inesplorati, che erano un buon segno per l’avanzamento degli studi. Ricorda i Capibrevi di Gian Luca Barbieri, pubblicazione ultimata da Giuseppe La Mantia, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia di San Martino De Spucches ed altre opere ed autori che contribuirono notevolmente a fare conoscere aspetti poco noti o, addirittura, sconosciuti. Il Nostro non può non apprezzare questi contributi. «Da solo – scrive per il De Spucches – e in tempi in cui non c’erano gli strumenti che tanto agevolano la copiatura, trascrizione e riproduzione dei documenti, poté portare a termine il San Martino il suo lavoro: un esempio da imitare. L’opera ha i suoi difetti, ma più gravi ne avrebbe se fosse stata compilata da diversi autori».
      Lo storico, a questo punto, non può non ricordare Virgilio Titone di Riveli e platee del regno di Sicilia (1961), un’opera fondamentale per lo studio e la conoscenza della storia della Sicilia. Scrive il Messina che fino a quell’anno non s’era data importanza e addirittura erano in pochi a conoscere i riveli (F. Ferrara, F. Maggiore-Perni), ma nessuno s’era data la briga di mettere mano a tutta una marea di documenti vecchi di secoli. A spingere gli storici è stato proprio Titone, sicuro che soltanto tramite quella consultazione si poteva fare una vera storia della Sicilia, visto che nei riveli c’è di tutto (popolazione, commerci, averi e beni mobili ed immobili, usi e costumi, religiosità). Certo, allora come ora, non tutto ciò dichiarato rispondeva a verità, eppure i riveli sono utili per le varie indicazioni che da essi arrivano fino a noi. A commento Messina scrive:

«Resta la grande utilità dei riveli per le preziose notizie che se ne possono ricavare: sull’analfabetismo, sulla durata media della vita umana, sulla composizione dei gruppi familiari, sui quartieri e sulle chiese dei nostri comuni, sulle attività economiche, sul tipo delle abitazioni, delle colture, del bestiame e della pesca, delle botteghe, sugli utensili e oggetti vari, sui prezzi dei prodotti e degli animali, delle case. delle terre e degli alberi. Titone stimolava ad andare al di là degli schemi tradizionali, a esprimere il libero pensiero, a far parlare i documenti, anche i nudi numeri».

       Convinzione di Virgilio Titone, fatta propria dal Messina, è che dallo studio dei riveli municipali risulta chiara e vera la storia della Sicilia, non ad altro riconducibile, avendo i Siciliani, almeno fino a quegli anni, interessi e rapporti più nell’ambito del proprio comune che dell’isola. Non un popolo nel senso vero del termine, ma diversificato per usi, costumi e per aria linguistica di appartenenza.
          Nel 1972 veniva pubblicato il libro di Messina S. Stefano Quisquina, Studio storico critico e, a proposito, l’autore ricorda l’incontro e la conoscenza con Titone che non soltanto apprezzò il lavoro, ma lo volle con sé nella cattedra di Storia Moderna. Lo studio riscosse da subito il consenso di critici e cattedratici, a cominciare da Nicola Giordano che nello stesso 1972 gli dedicò una recensione nell’«Archivio Storico Siciliano», seguito da Francesco Brancato ed altri ancora.
      S. Stefano Quisquina è per gli storici municipali tuttora un lavoro da emulare per la serietà della ricerca e la minuzia dei particolari, sia storici che di costume, dalle origini al Novecento, successivamente ripresi e pubblicati, come «Lu recitu» di S. Stefano Quisquina (1973) e La Quisquina, dello stesso anno; scritti che rivelano, da una parte, l’attaccamento al paese natio del loro autore e, dall’altra, l’amore con cui dà voce a personaggi o eventi che altrimenti sarebbero rimasti nell’oblio e sconosciuti. C’è da dire che Messina riesce bene a calarsi nell’ambiente del suo paese e nei personaggi che lì vissero e fecero storia (Lorenzo Panepinto, Giordano Ansalone e altri anonimi che lottarono all’insegna dei Fasci siciliani), perché è uno scrittore, oltre che storico e poeta, che conosce bene quelle realtà e le descrive con tanta passione.
        Ritornando agli studi storici municipali degli anni ’70, oltre i lavori di F. Brancato, Messina ricorda quelli di Carmelo Trasselli e di Ignazio Gattuso che tanto fecero per la valorizzazione delle storie locali. Di Gattuso, che aveva conosciuto nell’Archivio di Stato di Palermo e di cui riporta gli scritti (quindici e tutti dedicati al suo paese, Mezzojuso), scrive:

«In questi quindici libri, come quindici capitoli di uno stesso libro, il Gattuso trattò delle origini di Mezzojuso, dei suoi signori, dei fatti risorgimentali, degli aspetti socio-economici, della demografia – utilizzò i riveli – , delle istituzioni civili e religiose – dei contrasti anche fra le due comunità etniche dei greci e dei latini -, della cultura, delle consuetudini, delle tradizioni popolari. Riuscì a fare di Mezzojuso uno dei paesi più conosciuti della Sicilia; la sua opera va annoverata fra i classici della storiografia municipale».

        A quegli anni risale anche l’apporto degli storici di «Annales» che fanno il punto sulla ricerca storiografica municipale, autonoma, qualitativa, ma aperta – secondo Paul Leuilliot -, con un vasto raggio d’azione e senza alcun condizionamento da parte della ricerca universitaria che avrebbe voluto «proporre, se non imporre, i suoi metodi». Messina legge e condivide il saggio Défence et illustration de l’Histoire locale del Leuilliot, dando risalto ai punti su cui gli storici locali dovrebbero basare le loro ricerche.
       Senza perdere di vista la ricerca degli storici siciliani, l’autore individua al tempo stesso un avanzamento degli studi con i lavori pubblicati nel 1979 da Giuseppe Gangemi e Rosalia La Franca (Centri storici di Sicilia. […], e nello stesso anno con quello di Maria Giuffrè (Città nuove di Sicilia xv-xix secolo […]), mentre il secondo volume, Per una storia dell’architettura […], fu pubblicato nel 1981 sempre dalla Giuffrè e da Giovanni Cardamone. Per chiudere ricorda Henri Bresc con il suo Un monde méditerranéen. Économie et societé en Sicile 1300-1450 del 1986, in due poderosi volumi, contenenti «un Index rerum, un Index nominum e un Index locorum» che «ne consentono un’agevole consultazione» e altri (A. Casamento, D. De Gregorio, E. Guccione) che con le loro opere «utili ed esemplari» hanno consolidato e aperto a nuovi traguardi la storia municipale della Sicilia. Del Can. Domenico De Gregorio sono da ricordare Cammarata. Notizie sul territorio e la sua storia (1986) e S. Giovanni Gemini. Notizie storico-religiose (1993), storie molto ricche di notizie, così come Cammarata. Cronache dei secoli xix e xx, ritenute frammentarie, con lacune incolmate e incolmabili dall’autore, ma importanti, perché – come scrive Messina in Il mio dialogo con il Can. De Gregorio (2014), p. 120 – «aveva la consapevolezza del significato e dell’utilità del suo lavoro […]. Le lacune incolmate e incolmabili non rappresentano un difetto del ricercatore, ma possono al contrario rivelare il suo scrupolo e la sua saggezza, come nel nostro caso».
      Scrivevamo all’inizio che, più che essere un’introduzione al Dizionario, questa di Messina è una storia della storiografia municipale. Essa, dando un quadro d’insieme della ricerca degli studiosi siciliani, ha aperto, nel silenzio e con i contributi di tutti, la strada alla storia della Sicilia e dei Siciliani i quali soltanto nella diversità costituiscono un unicum intraprendente e vero.

***

       Esposta nelle linee di massima, ma in modo esauriente, la storia della storiografia municipale di Sicilia, Calogero Messina presenta il suo Dizionario nelle sei sezioni contemplate per ciascun comune, grande o piccolo che sia, con la relativa bibliografia, di cui si è servito per la stesura. Un lavoro certosino, di appassionato che niente tralascia, per dare veste unitaria al suo lavoro.
La prima sezione presenta ogni comune, con il nome in italiano e siciliano, nella sua collocazione e descrizione geografiche, riportando la distanza dal capoluogo, i comuni confinanti e le frazioni o contrade di appartenenza. Il nostro autore si è servito delle pubblicazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica, del Touring Club Italiano e di quelle della regione Sicilia. Sono dati, questi, di cui non si può fare a meno e non resta che riportarli nella loro interezza e fedelmente.
La storia è oggetto della seconda sezione, dove viene affermato quanto già esposto, che, cioè, va intesa come esposizione della vita del popolo nel suo insieme, con gli usi, i costumi, le consuetudini che gli sono proprie. Scrive Messina:

«Quello che a me interessa cogliere, in Sicilia come in qualsiasi parte del mondo, nei piccoli come nei grandi centri, è, ed è stato sempre, il costume. Per questo una particolare attenzione è rivolta alle consuetudini e ho voluto riportare tutte quelle che sono riuscito a trovare […]. Le consuetudini, gli statuti delle maestranze debbono essere fra le cose da prendere in considerazione negli studi locali, ci riportano alla vita, ai rapporti sociali degli abitanti dei nostri comuni; svelano il costume, la mentalità di quegli uomini; ci ragguagliano delle attività, delle produzioni, delle necessità delle città; sono anche documenti del linguaggio, dello stile».

        In effetti, prendendo come esempio un comune qualsiasi, notiamo l’attenzione che presta ai particolari. Non è certo la prosopopea degli uomini che detenevano il potere, ma la vita che nel suo insieme svolgevano i paesani o i cittadini che da veri protagonisti agivano e operavano. Eppure non mancheranno tra i signori quanti si distinsero per opere di beneficenza ed altro, come l’assestamento e bonifica del territorio, le opere di beneficenza, d’arte e di difesa. Un esempio lo offre Carlo Tagliavia Aragona, principe di Castelvetrano, che diede un aspetto accattivante al paese, visitato anche da viaggiatori stranieri, tra cui Goethe, che «ammirò la ridente vegetazione della campagna; dormì in una misera osteria, nel cui tetto c’era una fessura, attraverso la quale gli apparve una stella» (p. 551).
        A leggere le varie voci del Dizionario viene da ricordare quanto scrive il Messina, dove afferma che la storia della Sicilia si conosce e si ritiene veramente tale attraverso quella dei suoi comuni, perché proprio questa ci fa entrare nel vivo, facendo conoscere particolari che altrimenti sarebbe impossibile conoscere. Riferisce dei signori, non tenendo conto delle loro gesta, ma quando le loro opere sono rivolte al bene comune. Sempre Carlo Tagliavia Aragona, oltre che principe di Castelvetrano, titolare di tante altre investiture, fece costruire la piazza Bologni di Palermo e il porto, così come migliorò quello di Marsala. Questo Don Carlo e così altri non sono nemmeno menzionati in tante storie della Sicilia, mentre qui e in quelle municipali acquistano un loro spazio ed emergono con la loro personalità e le loro opere. E insieme ad essi acquistano spazio gli uomini che, come le formiche, cooperano e costituiscono un aggregato che li distingue dagli altri e gode di una vita propria, differenziandosi anche nella lingua.

«La storia particolare dei comuni è vera storia: dove c’è l’uomo c’è storia. Le astrazioni, le generalizzazioni non aiutano a cogliere la verità delle cose, non spiegano i fatti, i gesti dell’individuo. La storia di un comune è vera storia, perché ogni comune è diverso dagli altri e in esso, per quanto piccolo e ignorato, c’è l’uomo che opera, l’uomo intero, e agisce in un determinato modo, in rapporto ad una società concreta, non astratta: ciò che per l’appunto è storia».

       Lo storico non tralascia niente. A proposito della lingua, dove può e ritiene necessario riporta documenti nelle lingue classiche e in siciliano. Nella voce Agrigento, per es., troviamo, datato 1304 e in latino, un documento di conferma delle consuetudini cittadine da parte di Federico iii e relative alle successioni in caso di morte; subito dopo inserisce alcuni capitoli in siciliano (28 maggio 1423), relativi al commercio della città, allora fiorente, presentati dagli Agrigentini al viceré Nicola Speciale. A seguire, datati 6 giugno 1426 e approvati dallo stesso viceré, altri capitoli relativi al costume (Supra li portamenti di li donni, Di la osservancia di li festi, Di li obsequii di li defunti, ecc.), dove, a parte la regolamentazione, si apprezza il siciliano del tempo, lo scritto che poi era la parlata di tutti i giorni con qualche aggiustamento dovuto allo scrivano, considerato in quel tempo persona colta e si apprezza anche la volontà del sovrano di imporre il siciliano come lingua scritta.
       Non mancano i riferimenti ai viaggiatori stranieri e, quindi, ai loro diari di viaggio, che non solo riportano e riferiscono dell’arte e delle bellezze di natura della nostra terra, ma sono anche veicolo di conoscenza degli usi e costumi dei nostri antenati. Goethe mangiò e poté gustare ad Agrigento i maccheroni, pasta che gli «è sembrata, per candore e delicatezza gusto, senza rivali». Usanze che si sono perse, di cui veniamo a conoscenza, grazie a questi documenti che sono preziosi per chi deve fare storia degli usi e costumi del passato. A buona ragione il Messina ritorna nei suoi scritti – ricordiamo Sicilia 1492-1798, oltre l’”Introduzione”, su cui ci siamo soffermati – al concetto di storia e insiste nell’affermare che non sono le date o le imprese a farla, ma la vita dell’uomo nel suo insieme.
      Questo Dizionario – come tutti gli altri libri di Messina – è costituito da un grande lavoro di ricerca, non soltanto fatto negli archivi comunali, ma tra libri e giornali che riferiscono e dedicano spazio a momenti di vita ormai lontani, e riportano a nostra conoscenza eventi, usi e costumi che fanno storia. L’autore, ricordando il “Fascio dei Lavoratori” del 1892, accenna al Pirandello de I vecchi e i giovani e, sempre a proposito di Agrigento, riporta un articolo di Gustavo Chiesi, dove il giornalista scrive delle condizioni della città e delle impressioni avute, quando nel 1890 la visitò. Così annota:

«La posizione, piuttosto incomoda della città sulla vetta d’un monte, a quasi 350 metri dal livello del mare, appartata, si può dire, per molti dal rimanente della Sicilia, a cui non l’univano che poche malagevoli strade mulattiere ed una mal sicura via postale, od il mare; considerata dai governi del passato nell’Isola, ed un po’ anche del presente, con occhi di noverca; limitata nell’espansione della sua attività[…], questo stato di cose dovrebbe esser sprone, in chi può e deve, ad incoraggiare, ad aiutare moralmente e materialmente, la nobile, se non la magnifica – come la dissero gli antichi – città, sulla via di quella graduale trasformazione, di quel progresso morale e spirituale, sulla quale, certa ormai due suoi destini e della fibra forte, laboriosa del suo popolo, si è messa, nella fede di non più arretrare» (ib. pp. 263-264).

      Se queste sono le considerazioni, non manca di apprezzare la vivacità degli abitanti e il vario cangiare del panorama «sempre nuovo e vario che la città presenta», da dove ammira non solo le bellezze e le antichità, ma si sofferma ad annotare particolari che fa piacere conoscere.
      Tutto torna utile alla conoscenza dell’uomo e di ciò che gli appartiene, ed è quanto a Calogero Messina interessa. Nella voce Santo Stefano Quisquina, suo paese natio, riporta un dialogo molto divertente e significativo dal giornale di Lorenzo Panepinto “La Plebe” del 20 aprile 1903, quando andavano forti le ideologie e aspri erano gli attriti fra le parti avverse. In contrasto con il contadino Peppi Romanu, socialista, è un predicatore, padre Emanuele Lauricella, che insiste nella condanna al socialismo, mentre l’interlocutore lo difende a spada tratta ed auspica tempi migliori per fare piena luce alla verità e alla giustizia. A più di un secolo di distanza ci tornano vivi questi personaggi con le loro idee e le loro speranze di un tempo migliore, sicuramente non quello di oggi, e chissà quando verrà!
       Sempre dalla stessa voce riprendiamo alcuni versi di Lamentu pi la morti di Lorenzu Panepintu di Giuseppe Albano (pp. 694-695), componimento oralmente tramandato e fatto proprio dagli Stefanesi che ricordano il loro concittadino che tanto si era battuto per la sua gente contro le ingiustizie sociali e ogni forma di sopruso.

       Lu sidici di maju a prima sira
lu tempu scuru e luna nun cci nn’era
l’empii scilirati e traditura
nun vosiru addumari li lampera.
      E complici cci su l’affittaiola,
magari genti di cancillaria,
lu diligatu cu lu brigateri
prestu ‘dda sira si jeru a curcari.
      Lu portafogliu cci scrusciva beni
ca foru abbivirati di dinari.
Pi ‘st’omu dottu leggi nnun cci nn’era
e mancu pi la pupulazioni […]
      Panipintu era un prufissuri
ca nni lu munnu nun c’era l’uguali;
di lu munnu miritava tantu onuri
c’a li populi vuliva cunsulari (ib., pp. 694-695).

       Il poeta popolare denuncia gli uccisori e le coperture per cui poterono agire e compiere il misfatto; ma denuncia anche le tristi condizioni della povera gente, abbandonata a se stessa e sfruttata dai forti, indifesa da chi avrebbe dovuto garantire la legalità e fare giustizia. Al tempo stesso ricorda l’opera del Panepinto e i benefici apportati, in termini di lavoro e di resa, tra i contadini di Santo Stefano e dei paesi vicini. Illuminanti, a questo punto, sono i lavori che il Messina ha dedicato all’illustre concittadino (Il caso Panepinto, Palermo 1977; In giro per la Sicilia con «La Plebe» (1902-1905). Un giornale dell’Agrigentino introvabile, Palermo 1985; Lorenzo Panepinto e il Fascio dei Lavoratori di S. Stefano Quisquina, in «Nuove prospettive meridionali», gennaio-dicembre 1993; I vendicatori, Rimini 1995; Il socialista scomunicato dai socialisti ufficiali, in Discorsi e scritti editi e inediti, Palermo 2023), di cui fino al 1977 gli stessi storici conoscevano poco e niente o appena il nome. Con questi suoi scritti il Nostro ha messo in chiaro la vita e l’opera di Panepinto, ormai conosciuto ovunque, ed ha fatto storia con la sua ricerca in archivi e biblioteche varie, calandosi nel personaggio con la disinvoltura propria dello storico. Così ha messo in evidenza l’uomo, il suo modo di essere, la cultura, e con questo, come sottofondo, il modo di vivere degli Stefanesi tra Otto e Novecento, con gli usi, i costumi e la loro parlata che sapeva, e sa ancora, di ancestrale.
        Dalle voci menzionate (Castelvetrano, Agrigento, Santo Stefano Quisquina), così come da tutte le altre che compongono il Dizionario, emerge chiaro che tutto concorre a fare storia. Ciò che il poeta popolare denuncia, potrebbe non rispondere in parte a verità, ma ciò non significa non tenerlo in considerazione. Scrive Messina:

      «Anche le cose false hanno la loro parte nella storia di un popolo e vanno ricordate accanto a quelle che comunemente si considerano vere; se un fatto si ritiene accaduto, va tenuto presente, anche se non è veramente accaduto […]. C’è di più: a volte la tradizione orale, popolare, e anche le opere della letteratura, le poesie e i romanzi compresi, possono essere più veritiere dei documenti degli archivi».

       Ciò si può costatare leggendo anche i versi sopra riportati. Giustizia per Lorenzo Panepinto non fu fatta; i colpevoli se la cavarono per i tanti cavilli giudiziari, quando in
13 paese tutti conoscevano gli esecutori e i mandanti, come il poeta che chiaramente li addita e condanna. Se ne ricava che effettivamente tutto ciò che riguarda la vita di un paese è storia e va preso in considerazione. La Sicilia stava vivendo un momento di grande tensione. Le idee di libertà e giustizia sotto l’egida del “Fascio dei Lavoratori” (1893) vi avevano trovato terreno fertile e grandi erano le aspettative della popolazione che rivendicava migliorie economiche e sociali.
       La terza sezione di ogni singola voce del Dizionario è dedicata alle chiese, ai luoghi di culto e alle opere caritatevoli. Anch’essa è molto interessante, fa conoscere non soltanto i luoghi di culto, ma anche la religiosità che caratterizzava quel dato comune, con i santi patroni e le festività ad essi collegate. Sicché l’opera è ben documentata e ricca di particolari, utile persino al cittadino o paesano che spesso non è a conoscenza dei beni culturali di cui dispone il suo paese o la città.
      Oltre ai monumenti, particolare cura rivolge alle chiese, con le notizie sulla loro fondazione e le eventuali ricostruzioni, ricordando anche i benefattori e i signori che nel tempo si interessarono a mantenerle fruibili, perché attorno ad essi effettivamente si svolgeva la vita di tutto l’abitato, ed erano centri di istruzione, non esistendo una scuola o, se c’era, era frequentata da pochi privilegiati.

       «Molte volte la storia di un paese s’identificò con quella della sua chiesa: dentro e intorno ad essa si svolgeva la vita dei suoi abitanti; era essa il punto di riferimento, la casa di tutti, dei signori e dei loro sudditi, dei ricchi e dei poveri. E osservando i quadri e le statue dei Santi cominciano da piccoli, di qualsiasi condizione, a prendere dimestichezza con l’arte».

Il Dizionario, così com’è strutturato, è interessante anche ai fini turistici. Il visitatore che vuole conoscere l’arte e i monumenti del paese o della città da visitare trova nella voce di quel comune ciò che gli torna utile, e non ha bisogno di guide, perché spesso non sono così ben preparate da soddisfarne l’interesse e la curiosità.
       La quarta sezione riporta i censimenti (dal Cinquecento in poi) e le attività economico-sociali. Per quanto riguarda i censimenti – avverte lo storico – non c’è di fare affidamento, perché non rispondono a verità e sono soltanto indicativi. Eppure – afferma – hanno la loro importanza, perché su di essi «si costruisce una verità e anch’essi hanno una loro storia».
       I numeri che vengono fuori sono puramente indicativi, mentre interessante è conoscere l’attività economica e imprenditoriale che vi si svolge. Ne viene fuori un quadro molto dettagliato e ricco di notizie che non fa che esaltare la produttività e la fertilità della Sicilia, anche se è triste costatare l’abbandono di tante terre, a causa di una politica agricola che non incentiva per niente il lavoro dei campi e le attività collegate. Eppure da quello che viene fuori dall’opera del Messina è che la Sicilia non è seconda a nessun’altra terra, capace di produrre di tutto (anche riso, come avviene a Piazza Armerina (En), o cotone, come nel passato), se fosse messa nelle adeguate condizioni di agevolare i contadini e di valorizzare le varie produzioni. Anche perché – asserisce lo storico -, ma ciò vale per la gran parte della Sicilia, «le risorse principali continuano a venire dall’agricoltura». A Castelvetrano (Tp), per es., si producono cereali, agrumi, vino ed altro, ma particolare incidenza ha la “nocellara del Belice”, nota ovunque per l’olio pregiato e le olive in salamoia; a Vittoria (Sr) la viticoltura e, come in altre parti, la serricoltura; a Pachino (Rg) il ciliegino, apprezzato ovunque.
        La quinta sezione ricorda gli uomini illustri che fanno onore alla terra di provenienza. A questo punto lo storico non manca di dare una tiratina d’orecchi a quanti nelle loro storie hanno elogiato uomini a loro vicini o, addirittura se stessi, senza alcun merito. Ma la Sicilia di uomini grandi ne ha sempre avuti, alcuni operanti nei luoghi natii, tanti altri in Italia o all’estero per necessità, e questo dall’antichità ad oggi. Basti sfogliare il Dizionario e il lettore se ne renderà conto, anche se sono menzionati soltanto coloro che hanno lasciato un’impronta che il tempo non potrà mai cancellare. Per avvalorare ciò, riportando da Agostino Gallo un giudizio discordante su Vincenzo Cutelli, che era stato vescovo di Catania, Messina scrive che i casi così equivoci sono innumerevoli, e perciò ha inserito e «menzionato sobriamente uomini che espressero qualcosa di significativo, che lasciarono un messaggio particolare, opere concrete dettate dall’intelligenza, dal genio, dalla fede».
        Facciamo alcuni esempi, ma a sfogliare una voce qualsiasi dei comuni siciliani il lettore può ben rendersene conto. Nella voce Palma di Montechiaro, oltre il pittore Domenico Provenzani e l’archeologo Giacomo Caputo, è anche menzionato Francesco Emanuele Cangiamila, palermitano, arciprete di Palma, che tanto s’adoperò per il bene spirituale e materiale dei cittadini, istituì opere di beneficenza e fece di tutto per dare assistenza medica gratuita ai bisognosi. «A Palma – annota lo storico – il Cangiamila fece praticare il primo taglio cesareo su una donna morta, salvando il neonato. Ma non fu appagato del suo impegno nel paese e nel 1742 rinunciò all’arcipretura” (., p. 469). A distanza di tempo Palma, riconoscente, gli dedicò una strada e una scuola.
      Palermo e Catania hanno una miriade di personalità illustri, molti dei quali sepolti nel Pantheon siciliano (Chiesa di San Domenico) o nella Cattedrale di Catania. Sono personalità di ogni ordine e grado (letterati, uomini politici, medici, re, come Federico iii, scienziati), che tanto fecero e spesero le loro energie per il bene di tutti.
     Modica, città natale di Salvatore Quasimodo, tra i suoi uomini illustri ebbe nel ‘700 Tommaso Campailla, poeta, filosofo, medico, autore di molti scritti, oltre di un poema, assiduo ricercatore e inventore della cosiddette “botti” (stufe di legno, vere e proprie botti di due metri circa, entro cui si facevano sedere i pazienti e da dove venivano fatti esalare fumi di mercorella), utilizzate per la cura della sifilide, della dismenorrea, delle artriti e delle infiammazioni in genere, che lo resero famoso in tutta Europa, tanto che ricevette la visita di George Berkeley, trovandosi in giro per la Sicilia sul finire del 1717 e fu in rapporto epistolare amichevole con Ludovico A. Muratori che gli offrì una cattedra all’Università di Padova che rifiutò.
     Calogero Messina menziona personaggi, di cui spesso non si conosceva nemmeno il nome, che diedero un grande contributo al miglioramento in senso lato della società siciliana e non soltanto. Basti pensare allo stefanese Lorenzo Panepinto, che tanto fece per strappare dalle grinfie padronali i contadini, ai tanti storici e filosofi che sulla scia del Rousseau affrontarono il problema dell’uguaglianza e della libertà, e ai tanti altri che fecero scuola nel campo delle arti e della scienza.
        La sesta sezione è dedicata alle tradizioni popolari. È l’ultima sezione, perché a chiusura segue la bibliografia (ricca e molto utile per chi vuole cimentarsi in lavori di ricerca).
       Città e comuni in questo Dizionario sembra che facciano bella mostra (e la fanno!) di ciò che hanno o producono, invitano a visitare e conoscere direttamente il loro patrimonio artistico-culturale e prender parte alle feste e alle fiere che ogni anno si ripetono, come da tradizione, molto belle e partecipate. Spesso il visitatore si trova senza saperlo coinvolto in una di queste feste e la gusta, preso dalla novità e dalla tradizione, come capitò a Gustavo Chiesi, già ricordato, che nel suo giornale riporta:

      «La vita e il commercio della città – di circa ventiduemila abitanti – si concentrano in questa via [via Atenea], che nei giorni festivi, quando accorrono per le provviste dalle cittaduzze e dalle borgate circostanti i contadini, coi loro vestiti caratteristici di sargia nera e di velluto, attillati, colle loro mantelline e i loro cappucci, prende un’animazione curiosa, singolare. Se poi, come a chi scrive, accade di capitare a Girgenti nel giorno di qualche speciale festività paesana […], allora vedi la via Atenea pavesata a bandiere marittime di tutti i colori e di tutte le nazioni possibili ed immaginabili e di tutte le segnalazioni portate dal codice telegrafico semaforico internazionale: con festoni di verdura tirati ad arco fra una casa e ed orifiamme d un’altra; cornicellesorreggenti una miriade di lampadine e lampioncini di carta per la luminaria alla veneziana; banderuole e stendardi ed orifiamme di carta da incendiarsi, da strapparsi dalla folla dei monelli , grandi e piccini, dopo il passaggio della processione, per finire degnamente il festino – che così in Sicilia son chiamate codeste cerimonie pseudo-religiose» (ib., p. 264).

        Si nota subito l’attenzione che il giornalista presta a usi e costumi della nostra gente ed è un piacere rivivere quell’atmosfera festosa, sapere che bastava poco per avere svago e vivere momenti di allegra compagnia, senza il frastuono assordante di macchine e motori dei nostri giorni. C’erano privazioni, ma c’era la vita che pullulava e si manifestava in modo genuino e bello. Altra storia, vita paesana, ma storia vera, a differenza di quella che è fatta da uomini spinti per interessi propri e di pochi altri.
       Ma Chiesi dovette assistere alla festa di San Calò, mentre l’altra, importante per i risvolti internazionali che ha, è la “Sagra del mandorlo in fiore”, che cadeva dentro la prima metà di febbraio. A farcela rivivere è lo stesso Calogero Messina scrittore, di cui riportiamo la parte finale, dove esalta l’uomo e, con esso, la storia. Ecco:

   «Il momento più atteso è ancora l’apparizione delle majorettes color fiore di mandorlo; sono del nord, ma stanno benissimo davanti al millenario tempio del sud, nuovi boccioli della bellezza e dell’amore, nella natura che si rinnova. Trionfano sempre ad Agrigento, anche se altri avranno il tempio d’oro. È la giovinezza di fronte all’antico, ma si fondono e parlano insieme; per questo i vecchi vogliono partecipare alla sagra e rievocano i loro anni lontani. Chi non pensa al passare del tempo? È inesorabile, tutto doma. Ma è un conforto per l’uomo sapere che dopo di lui torneranno ancora le primavere, i campi a fiorire, altre creature a vivere col calore del sole, ad amare, a sognare e a fare sognare.
       Anche la sagra finisce, si dirada la folla, partono pure le majorettes e lasciano i templi soli; dalla strada che sale da Porto Empedocle, si rivedono in alto, allineati e illuminati più del solito. Fortunati noi che possiamo vederli, immagini del tempo, dell’uomo, dell’arte, della speranza, della vita» (ib., pp. 277-278).

       Ma tante sono le feste, a cui i Siciliani sono stati sempre legati, e spesso dedicate ai santi patroni, protettori di paesi e città: Santa Rosalia a Palermo, Santa Lucia a Catania, la Processione dei Misteri a Trapani, molto noti, e così via; festini tutti con un’ultrasecolare tradizione, come quello che si celebra l’8 settembre a Palma di Montechiaro (Ag), dedicato a Maria SS. del Rosario, che ha la sua cappelletta nel locale castello chiaramontano, ricca di storia e di leggende, di cui si tramandano tante storielle, come quella di Dragut che nel 1553 non riuscì a portare via la statuetta. Ma la festa non finisce l’8 settembre, perché è ripresa quaranta giorni dopo Pasqua. La Madonna dal castello viene portata in processione al paese, «dove viene incoronata, e ripercorre le sue strade, acclamata dal grido “Viva la bedda Matri d’ ’u casteddu!” Le fanno la scorta i muli sfarzosamente bardati – la retina -. Una settimana prima dell’ascensione viene riportata, sempre in processione solenne, al castello» (ib., pp. 481 – 482).
       Una festa, questa, come le altre di tutti i comuni della Sicilia, dove si rispolverano usi e costumi della tradizione che, nonostante il lavaggio continuo di modernità a cui siamo sottoposti, entusiasmano tuttora e fanno rivivere momenti di vita che, se ormai lontani, non sono da dimenticare.

***

      All’inizio, scrivendo di questo Dizionario storico dei comuni di Sicilia, abbiamo detto che siamo dinanzi ad un’opera monumentale, e tale è per i 7 volumi che lo compongono e, soprattutto, per la ricchezza di contenuti e di particolari che vi sono immagazzinati. Per questo il suo autore ribadisce che le storie municipali non possono essere compilate da sprovveduti, ma da studiosi dotati di un solido bagaglio culturale, tenendo sempre presente l’uomo e il suo operato, qualsiasi sia il ceto di appartenenza, perché è lui – ripetiamo – che fa storia ed è storia.
      Calogero Messina, studioso di letterature classiche e moderne, storico e docente di storia all’università di Palermo, scrittore autentico e raffinato, poeta, ha consultato archivi italiani e stranieri, ha utilizzato documenti, capitoli scritti in latino e in siciliano antico; ha menzionato autori classici e moderni, ha dato se stesso per offrire e mettere a disposizione di tutti un valido e utile strumento di conoscenza e, al tempo stesso, un esempio di come si fa storia municipale, lui che – va ricordato – ne ha dato un saggio negli anni giovanili, quando – ricordiamo ancora – nel 1972 pubblicò S. Stefano Quisquina. Studio storico-critico, seguito da Lu recitu del 1973 (raccolta di canti campestri recuperati che tuttora vengono recitati dagli Stefanesi nella processione in onore di Santa Rosalia), ed ha continuato nel corso degli anni a darci tangibile prova del suo talento che onora la cultura e la terra delle origini, amata e ricordata in tante sue opere, come nella raccolta Sodalitas (1999), in cui, tra l’altro, c’è il componimento Lu me’ paisi, scritto nel 1978 e riportato nella voce Santo Stefano Quisquina (pp. 707-709), dove in uno dei suoi ritorni, così lo descrive ad un interlocutore immaginario:

Autu lu viri
appiccicatu a la muntagna
cu acchiana di Vivona.
Di supra Muntivernu
‘nfaccia a San Caloriu
ti spunta addummisciutu
‘nti ‘na vaddi Santu Stefanu.
E subbitu a lu Carvariu ti trovi
unni cci su’ du’ strati
e lu pinseri torna a lu passatu.

        Se in un primo momento al poeta sembra già pregustare la gioia di rivedere i luoghi dell’infanzia, dopo un po’ è portato a ricredersi, come se avesse avuto una repulsa, perché del paese di una volta non ha trovato nulla; tutto è cambiato, modificato, passato di bene in peggio, tanto da non riconoscerlo e non ritrovarsi a proprio agio. La modernità ha sicuramente portato dei benefici, ma ha peggiorato i rapporti umani, ha modificato in negativo e l’uomo tiene ad apparire piuttosto che ad essere. Questo produce al poeta tanto sconforto e con amarezza, rivolgendosi al paese che ha conosciuto, chiede:

Paisi miu,
terra di San Giurdanu e di Fra’ Vicenzu,
vallati e munti e cozzi
pridiletti di li Nurmanni
e rifugiu di li Santi,
unni su’ li travagliatura di un tempu
boni e rispittati,
ddi carusi beddi
chi aiutavanu a li patri
[…]
Nun cc’è cchiù ‘na fimmina chi famìa
o chi sapi dari un puntu
né cu la sira cunta un cuntu;
[…]
Scumpareru li gaddetti e l’oglialora,
li turduli, li frecci e li girialora.

       Calogero Messina, da storico e poeta, in Lu me’ paisi dà al lettore un compendio di passato e presente, riporta usi e costumi di una volta, e offre a quanti si accingono a scrivere del loro paese un valido esempio di come si fa con competenza e onestà intellettuale storia municipale.
                                                                             Salvatore Vecchio




Un viaggio particolare

     Non è di tutti i giorni trovarsi fra le mani un romanzo insolito, come La casa dell’Ammiraglio di Tommaso Romano, romanzo fuori dei consueti generi, una forma di scrittura utilizzata da pochissimi, molto originale, intima, capace di scandagliare uomini e cose.
    Fresco di stampa, edito da Culturelit nel maggio del 2020, La casa dell’Ammiraglio1 riprende, nell’interrogare e nell’interrogarsi dei protagonisti o del protagonista, Tempo dorato. Raccontare è raccontarsi2 (2014) e Oltre il sopravvivere3 (2019).
     Questi romanzi costituiscono una trilogia e sono attuali, se consideriamo il particolare momento del coronavirus che ha allarmato e allarma tante popolazioni; essi toccano il passato e lo strascico che si porta dietro, il tema della morte e il bello che resiste e sconfigge la morte stessa.
     Tommaso Romano che, oltre ad essere un poeta e scrittore, uno storico e ricercatore instancabile (si veda il ricco catalogo delle opere che spaziano da un sapere ad un altro), è un filosofo molto vicino a quanti si rifanno al nuovo umanesimo, Heidegger compreso, anche se un’ombra molto pessimistica, data da un modernismo spesso deleterio, offusca i buoni propositi e la vita autentica, intendendo con questo termine non tanto la negatività che può sottintendere, bensì quanto di buono c’è nell’uomo, non necessariamente dal punto di vista religioso.
      I romanzi sopraccitati hanno un filo di fondo comune, che si riallaccia all’uomo pensante, capace di gestirsi e, di conseguenza, agire, e lo mette nelle condizioni, sempre che lo voglia, di uscire dal “labirinto” e dal “deserto”, in cui si trova, argomento ripreso anche in un suo poemetto (Nel labirinto, nel deserto) edito nel 2019.
    Questi romanzi – ripetiamo – rispecchiano l’attualità. La quarantena, a cui si è stati forzatamente sottoposti e che è ancora in atto, se da un lato ha chiuso alle relazioni sociali, ha fatto ritrovare la nostra intimità o, perlomeno, ha permesso di riscoprirci e di leggere il nostro tempo, quello interiore che più interessa. Ebbene, se in Tempo dorato. Raccontare è raccontarsi l’io narrante, come in una retrospettiva, rivive il passato con un pizzico di nostalgia (la modernità ha agito su persone e cose, spesso, e il più delle volte, in senso negativo) e in Oltre il sopravvivere il protagonista, che è Marco Colonna, arriva alla conclusione che si può vivere, morendo, basta che si creino e lascino i presupposti (anche il laico Foscolo pervenne a questa conclusione), ne La casa dell’Ammiraglio, a dare una ri- sposta è il bello fine a se stesso, senza altri scopi, se non quello di dar vita e di gustare disinteressatamente cose e oggetti che ad occhi estranei non dicono niente, mentre a chi li possiede e custodisce, agli amatori, e nel nostro caso all’Ammiraglio, che è l’alter ego di Tommaso Romano, rivelano un mondo sconosciuto, aperto, visibile, comunicatore di verità e di conoscenze non facilmente acquisibili da tutti.
    Come si può notare, questo romanzo nasce da un’esperienza di viaggio particolare, limitato a luoghi familiari noti, carichi di ricordi e di oggetti, e ricco di elementi conoscitivi che danno vero senso alla vita. Da questo punto di vista, il suo personaggio si eleva e acquista una luce propria che lo mette in sintonia con sé e con gli altri.
      L’Ammiraglio, così è chiamato il personaggio, anche se in pensione, passa il suo tempo ora in famiglia, ma spesso e volentieri in una sua casa museo, nella “casanima” – come la chiama – addobbata di cimeli, quadri e oggetti acquistati nei viaggi e nei mercatini rionali di mezzo mondo. Per questo, aveva perfezionato lo studio della psicometria, «disciplina che indaga circa la capacità di captare vibrazioni inconsuete attraverso il contatto con gli enti materiali4».
    Egli si compiace del suo “tesoro”, lo ammira, standosene seduto, ora in una, ora in un’altra stanza, lo apprezza, e spesso si rivolge ai singoli oggetti, come se fossero viventi e li tiene in considerazione, meglio di stare con i suoi simili. Lo fa, tra gli altri, con Cometa, «la bella fanciulla di marmo, osservandola china a studiare con una matita in mano. Un marmo finemente scolpito da oltre un secolo, un marmo, non altro… 5 ».
     Di rado, negli ultimi tempi, il protagonista va anche in una sua vecchia tenuta di famiglia, dove, oltre a rispolverare tanti vecchi ricordi di persone care trapassate e oggetti che molto gli dicono, era convinto di ritrovare calma e riposo, come l’Autore scrive: «L’Ammiraglio decise allora, senza tanto riflettere, di recarsi in campagna, alla Colonia agricola. L’unico luogo in cui avrebbe respirato il silenzio e risenti- to il profumo del padre amatissimo, riascoltando nell’aria tersa il suo sconfinato amore per la terra e per Dio. Avrebbe così ripercorso ancora la fanciullezza, l’adolescenza, gli affetti familiari, i giochi innocenti, l’assenza di inutili sprechi, l’importanza della semplicità6».
    I ricordi gli affiorano come acqua di sorgiva. Il momento particolare che l’Ammiraglio stava vivendo nella “casanima”, il sentire gli oggetti e rivolgere ad essi la parola, qui tutto ha una continuazione ed egli trova gli appigli per andare alla soluzione. Ma è stupito, quasi non riesce a credere e vuole andare sino in fondo e conoscere. Di che si tratta? Nella casa di campagna avviene la stessa cosa che in quella di città. Oggetti e immagini gli si rivelano e parlano, gli confermano che anch’essi «sono come se cercassero la Verità», e che ogni cosa che vi si trova «è stata ricomposta, restaurata, riportata a dignità di vita estetica e spirituale».
    A parlargli nella Cappella della Colonia è prima una Madonna che, dopo averlo sollevato dalle perplessità («Gli oggetti che tu hai custodito qui e ti appartengono, sono come se cercassero la Verità, cose che possono parlare con te, perché tu credi nello Spirito, nelle potenze celesti, in Noi e nell’Eterno Padre7», lo esorta a continuare per la strada intrapresa. Poi è la volta di un pescatore di Capodimonte che ricorda con riconoscenza le cure e l’attaccamento dei precedenti possessori, nonché familiari dell’Ammiraglio, e si augura che, come «è stata ricomposta, restaurata, riportata a dignità di vita estetica e spirituale», possa ancora «continuare a vivere nel soffio dell’anima cosmica8».
   L’Ammiraglio, che nella “casanima” pensava fosse caduto in uno stato di allucinazione, qui acquista la piena consapevolezza di trovarsi dinanzi ad una realtà a cui non è facile approdare, e se prima rimaneva ad ascoltare, ora, da consapevole, si getta nella mischia, dialoga con gli oggetti, vuole saperne di più e andare sino in fondo. Perciò reagisce, e a Don Alessandro che lo mette con le spalle al muro con un aut aut, così risponde: «È questa la mia condanna: la ricerca della perfezione che mi manca e che ho tanto chiesto nell’illusione del primo bagliore alla luce della coscienza, disperdendomi in quella gnosi che non vive nel sottosuolo e che mi sono illuso di conoscere… ed io faccio i conti con tutto questo9».
    Se questa è la sua reazione-confessione, da ammiraglio qual è, il nostro non rinuncia, continua la ricerca con l’ardore di chi vuole «seguir virtute e canoscenza». Come un Ulisse moderno, non desiste, continua per la sua strada che non ha niente di materiale e di effimero, non riguarda l’estetica kirkegaardiana e neppure la scelta, perché ha già scelto. Egli è risoluto a ricercare il bello che è nelle cose e nella vita, incurante degli altri che, per lo più, si attaccano all’esteriorità e al caduco. Eppure s’interroga e interroga, e non è una malattia la sua. Glielo confermano Bellanti e Nuaranti, due amici esperti che lo rassicurano e gli consigliano di continuare a fare e ad agire come ha sempre fatto, senza venir meno al suo stile di vita. La sua non è una malattia, come gli aveva diagnosticato «l’esimio erudito professore De Tullio10», ma «un peculiare dono dall’Alto11», che va custodito e fatto proprio. Cosa che farà l’Ammiraglio, quando, dopo il colloquio con l’Angelo, in una «visione lucente, eppure reale», in un «tempo senza tempo». dice: «Ho compreso che lo Spirito soffia dove vuole, ho visto lo straordinario, ho sentito le voci dell’anima che in voi hanno avuto l’Eco della comprensione e della compassione anche per me, in queste stanze che tanto ho amato e amo. Ho compreso. […] So che resterò con voi, angeli e cose, dato che nel Cosmo è iscritta la mia anima, libera, ora, da ogni pesante contingenza e necessità12».

    La casa dell’Ammiraglio è un libro avvincente, ricco di pathos, che scopre verità elementari, ma per questo trascurate o non prese in considerazione dalla stragrande maggioranza degli uomini. Il pro- tagonista, pur mantenendo relazioni con gli altri, ha una propria visione del mondo che soddisfa l’anima e il corpo; non toglie niente, non va oltre l’umano, anzi lo realizza, non perdendosi nella materialità, dando un senso estetico e spirituale alla vita che è ciò che conta. È un romanzo rivelatore della condizione umana che fa i conti con la realtà odierna e l’Ammiraglio non l’accetta per il negativo che vi predomina; non dà consigli, non si erge a maestro, ma dà un esempio di vita con il suo operato e lo realizza come un sogno fatto di credo e di perseveranza. Non è un sentirsi altro il suo, un superumanismo di dannunziana memoria, ma una rinuncia all’omologazione che mortifica e rende insignificanti. Egli aspira a  vivere in armonia con i propri ideali che alla fine riesce a realizzare.
     Il romanzo si snoda come una radiografia del vissuto dell’Ammiraglio in una forma lineare intrisa di spunti psicologici, filosofici, letterari, artistici, con immagini visive e con introspezioni che lo rendono movimentato e ricco di approcci. Ci sono richiami che si rifanno alla filosofia antica e moderna, a scrittori italiani e stranieri dell’Otto e Novecento, oltre che ad artisti e uomini di assodata cultura. C’è, insomma, tutta la conoscenza artistica e culturale di Tommaso Romano, quasi, possiamo dire, filtrata, per non appesantire la struttura dell’opera, molto originale, unica nel suo genere.
    Anche altri autori italiani e stranieri hanno scritto opere ambientate in un luogo circoscritto con descrizioni e riferimenti personali. A proposito, ricordiamo Xavier de Maistre con il suo Voyage autour de ma chambre13, molto originale, scritto perché impedito nella libertà personale. De Maistre descrive, dialoga, immagina, ma rimane nell’ambito dei ricordi. Persino quando riferisce il battibecco tra corpo e anima è il corpo ad avere la meglio. Quello di Tommaso Romano è un viaggio particolare, tutto interiore. Anche se qua e là ci sono dei contatti con altre persone e fuori del suo mondo (la “casanima”, l’abitazione di famiglia, la casa di campagna, l’albergo), il punto focale è sempre lo stesso: la «ricerca della bellezza quale sostanza dell’infinito, della grazia e dell’armonia, un segno di fede e verità14».

    La casa dell’Ammiraglio, da questo punto di vista, è una novità letteraria, un viaggio che non cede alla materialità. Ripetiamo questo concetto, perché lo sguardo del suo autore è rivolto al bello che, se è tale, rimane sempre bello, e verso l’Alto, che nobilita e dà adito all’immortalità. In sostanza, così pensando e facendo, si è librati in uno spazio senza tempo, dove tutto è armonia e vita interiore. Questo non significa esularsi dalla realtà, ma non accettarla per com’è, volerla, attraverso l’arte e un ritorno alla spiritualità, più vivibile, renderla meno degradata, umana, nel senso pieno del termine. Presi, come sono, da un modernismo aberrante e da una grave crisi di valori, gli uomini spesso non si rendono conto del male che procurano a sé stessi e all’ambiente in cui vivono. L’Autore, in linea con altri pensatori, sostiene un ritorno all’umano, ma, a differenza di tanti, è fiducioso e spera, come il protagonista, in un cambiamento di rotta per un mondo migliore.
    Questo nuovo romanzo di Tommaso Romano è un’ondata di frescura che dà sollievo al corpo e all’anima. È un romanzo da leggere, non solo per i molti interessi che suscita, ma perché infonde fiducia nelle potenzialità dell’uomo che, se vuole, può cambiare il mondo e stare bene con sé e con gli altri; inoltre, apre a prospettive inconsuete nel panorama letterario del nostro tempo.

Note
1 T. Romano, La casa dell’Ammiraglio, Palermo 2020.
2 Id., Tempo dorato. Raccontare è raccontarsi, Palermo 2014.
3 Id., Oltre il sopravvivere. La storia singolare di Marco e Maria Selene (Con una nota di F. Lo Piparo), Palermo 2019.
4 Id., La casa dell’Ammiraglio, cit. p. 15.
5 Ivi, p. 49.
6 Ivi, p. 90.
7 Ivi, pp. 97-98.
8 Ivi, pp. 102, 104.
9 Ivi. p. 122.
10 Ivi, p. 87.
11 Ivi, p. 159.
12 Ivi, pp. 170-171.
13 Xavier de Maistre, Voyage autour de ma chambre, 1794 (Trad. di G. Montani, 1823).
14 T. Romano, La casa dell’Ammiraglio, cit. p. 19.
Salvatore Vecchio
Da “Spiragli”, Nuova serie, anno I, n. 2, 2020, pagg. 6-9




Storia e poesia nelle opere di Calogero Messina. A proposito di «Sicilia 1492-1799»

     A distanza di trent’anni da un mio scritto su Calogero Messina (Calogero Messina, scrittore delle attitudini umane, «Spiragli», A. I, n. 3, 1989), torno ad occuparmi di lui per esprimergli l’apprezzamento per il volume Sicilia 1492-1799. Un campionario delle crudeltà umane. Con un discorso sulla storia. Una nota di Cristina Barozzi, edito da L’Orma, Palermo 2022.
     Calogero Messina, lontano – come sempre è stato – dai fracassi del nostro tempo, è uno scrittore che preferisce interrogare i tempi passati per scoprirsi e riscoprirsi ancor più autore moderno, molto attento e scrupoloso. E andando, appunto, a quel mio scritto, confermo ancor più quanto scrivevo, definendolo scrittore delle attitudini umane.
     In quel saggio (si può anche leggere nel sito www.rivistaspiragli.it) fui tra i primi a presentare l’uomo e lo scrittore ad un pubblico più vasto, cogliendo già nel Messina la caratteristica di fondo della sua ricerca tesa ad evidenziare l’uomo o, meglio, ad estrapolare dai fatti l’uomo e il mondo entro cui tuttora vive ed opera; sicché, a differenza di tanti storici che si fermano a riportare la facciata, cioè, fatti e dati che nel tempo si susseguono, egli dà risalto ai fattori che con i loro pregi e difetti li caratterizzano. Ed è ciò che maggiormente conta, se si vuole conoscere la realtà in cui da sempre l’uomo si è mosso e si muove.
     Questo approccio che caratterizza la ricerca di Messina si nota già negli scritti di carattere municipale e rivolti verso le piccole comunità, e fin dall’inizio della sua carriera di ricercatore si è distinto per i contributi dati in questo campo. Ricordiamo: S. Stefano Quisquina. Studio storico-critico (Palermo 1972); Il contributo di Ignazio Scaturro alla storiografia municipale: oltre l’erudizione, pubblicato in «Archivio Storico Siciliano», 1982; la riedizione di Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia di Luigi Tirrito, a cura e con un saggio introduttivo e aggiornamento di C. Messina (Palermo 1983).
Ma non si è fermato qui, perché, oltre ad altri scritti, sulla scia di Vito Amico, a lui si deve una monumentale opera (sono in fase di pubblicazione i volumi quinto, sesto e il settimo ed ultimo volume), dove mette in risalto in maniera più capillare e metodica quanto scritto sopra; si tratta del Dizionario storico dei comuni di Sicilia, nella cui introduzione il Nostro, a proposito delle dominazioni straniere in Sicilia, scrive:

     «[…] quello che interessava ai siciliani non era da dove venissero i dominatori; li giudicavano dalla misura in cui rispettavano o contrastavano il loro modo di vivere, le loro abitudini, i loro personali interessi, quello che più loro importava; per salvaguardare i loro interessi, non esitarono ad invocare il cambiamento, a sollecitare nuove conquiste» (Il mio dialogo con il can. De Gregorio, Palermo- Paris 2014, p. 139).

***

    Nato a S. Stefano Quisquina, dopo la scuola media, la sua famiglia si trasferì a Palermo, perché Calogero potesse continuare gli studi verso cui era portato. Ricorderà questo particolare, insieme con altri dei suoi primi anni con tanta nostalgia (l’amore per i suoi e, in particolare, la dedizione per il padre), nelle pagine di prosa e poesia tra le più belle e riuscite di tutta la sua produzione letteraria e poetica, ricche di pathos e di dedizione al luogo natio e ai suoi, del libro Emigrati a Palermo del 2009. Qui, insieme con i ricordi, scrive dei suoi interessi culturali, della sua attività e degli incontri con gente comune, umile, che tanto gli dava in fatto di conoscenza e svolgimenti di fatti esituazioni del suo paese, ma anche con personalità del mondo letterario isolano e con religiosi, come quello particolare con il Canonico Mons. Domenico De Gregorio, con il Card. De Giorgi in occasione di un suo discorso o quello con l’arciprete Mons. Antonino Massaro, ricordato poi in Il mio amico l’Arciprete (Palermo 2017).
     Dopo avere frequentato il liceo e conseguita la maturità, Calogero s’iscrisse alla facoltà di lettere classiche di quella Università, allievo di Giusto Monaco e del grecista Bruno Lavagnini che lo volle premiare con un viaggio in Grecia. Conseguì la laurea con una tesi su Calpurnio Siculo, studio pubblicato e molto apprezzato da filologi di fama internazionale, come Pierre Grimal, Raul Verdière e altri. Ma già, da studente, insieme con Calogero Cangelosi, aveva pubblicato il suo primo libro, l’antologia Motivi del nostro tempo (1968), mentre un’altra, Voci di Sicilia, la pubblicò nel 1973. Ma, a questo punto, cedo la parola all’editore di altri tempi, nonché scrittore, poeta e abile traduttore dal portoghese, il compianto Renzo Mazzone, che in una Nota, pubblicata come postfazione nella silloge Una luce nella notte. Con musiche di Filippo Messina (2010), ricorda quell’incontro.

     «… Messina, promettente studente universitario, mi portò le sue poesie per l’antologia Motivi del nostro tempo (1968), il suo primo libro. Erano gli anni della contestazione, li ha ricordati l’amico Salvatore Vecchio, rievocando in particolare il suo antico rapporto con il nostro autore: “Sono ormai lontani gli anni caldi del ’68, quando negli androni della sede centrale dell’Ateneo palermitano parlavamo di poesia e di poeti, di progetti e di iniziative che ci avrebbero visti costantemente impegnati”. E mentre, continua Vecchio, “amici e colleghi, come un gregge di sbandati (nel frattempo la Facoltà di Lettere era stata trasferita nell’attuale cittadella universitaria), vivevano quei giorni del ’68 palermitano girovagando e discutendo per i corridoi”, un gruppo di giovani che avevano qualcosa in comune – il nostro Messina, Calogero Cangelosi, lo stesso Vecchio e altri “studiava la possibilità di pubblicare un libro, Motivi del nostro tempo»(Calogero Messina scrittore delle attitudini umane, in “Spiragli”, luglio- settembre 1989).

     Il Nostro insegnò per qualche anno latino e greco al liceo, ma Virgilio Titone, che molto aveva apprezzato lo studio S. Stefano Quisquina (1972), lo volle con sé nell’Istituto di Storia Moderna. Il Messina da quel momento divenne l’amico e il prediletto del Maestro che lo avviò ancor più sulla strada della storia, senza peraltro distoglierlo dalla sua passione per la letteratura e la poesia. Ed è quello che lui ha fatto e continua a fare, rivelandosi ora filologo, etnologo, agiografo, ora viaggiatore instancabile e diarista alla pari dei viaggiatori moderni, ma in queste sue sfaccettature affiora sempre lo storico e il ricercatore attento che dà risalto all’umano che è in noi, a quello di ieri come di oggi, facendo emergere sempre lo scrittore e il poeta, perché nelle opere del Nostro lo scrittore e il poeta vanno di pari passo e di ciò che ostico riesce nella narrazione, se ne fa carico la poesia, più adatta, perché (avremo modo di specificarlo ancora) sa meglio esprimere l’universale.
     Delle raccolte di poesia ricordiamo: Iuveniliter e Noviter, entrambe pubblicate ad Amsterdam nel 2003; Sodalitas (Palermo 1999); Au revoir Paris, con traduzione francese di Evelyne Hubert (Paris 2007); Una luce nella notte (2010). Ma il lettore del nostro poeta troverà poesie nelle altre sue opere, siano esse di storia o di racconti. Si legga, ad es., il già menzionato Emigrati a Palermo (Palermo 2009), dove alle esperienze di vita e al ricordo del padre dedica versi di forte pregnanza affettiva e di dedizione che parlano al cuore e si fissano nella mente, come “luce” che continua ad illuminare la “notte” dell’esistenza, volendo parafrasare Una luce nella notte, cit. Perché tutta la poesia di Calogero Messina è una poesia parlata: tu senti la cadenza, e ti tocca e ti lascia un segno profondo e duraturo. Non c’è in questo libro, come potrebbe sembrare a primo acchito, alcuna variazione di tema, è tutt’un poema rivolto al padre morto, a cui era molto legato e con cui continua a colloquiare, nonostante il decesso e il tempo che scorre, entrambi inesorabili; e i componimenti che danno vita a questo poema sono di una liricità che scuote il lettore e lo fa rientrare in sé e riflettere. Si legga, ad es., Il mio lamento, che è un poemetto, dove il poeta, ricordando nella prima parte i sofferenti e quanti sono impediti a vivere nella normalità («Ma ditelo a chi da troppo tempo / è buttato nel fondo di un letto / e non riesce più a staccarsi da esso / e sa che non potrà mai guarire. / Ditelo ad una povera vedova / abbandonata dai propri figli / quando più aveva bisogno di loro; / in loro aveva tutto riposto / e ora non trova il senso del suo vivere, / le sarebbe bastato vederli»), sconfessa chi afferma che la vita è bella, mentre nella seconda parte in modo più specifico rivolge il pensiero al padre ed è immerso nei ricordi che glielo portano davanti nei luoghi spesso frequentati.

Con lui al mio fianco
mi piaceva tornare ai nostri monti
e sostare a cogliere le verdure
a ricercare gli asparagi scontrosi;
non riesco ora a riguardare i luoghi
rimasti nella mia mente impressi
mi dicono molto di lui.
Lo vedo dovunque io sono
e la sua voce ritrovo se parlo
le tracce del suo volto nel mio,
[…]
Comporta la morte la vita
è sempre l’attesa del suo finire
e chi può essere felice
 sapendo che finirà?
 e nulla resterà nelle sue mani
 e tutto ricoprà l’oblio
per sempre.   

     Grande è lo sconforto del poeta che sulla scia dei classici dà una lezione di vita veritiera e umana, tanto umana da scuoterci e farci pensare, perché tutto cambia. Cambiano persino i colori del mandorlo in fiore che per il poeta ormai non sono più quelli di una volta («A me ora tessono un velo nero / quei fiori bianchi e rosati / e di esso si ricopre tutta la valle») e cambia la vita dell’uomo, specie quando viene a mancare per sempre un proprio caro.
    I ricordi che ci portiamo dietro sono una caratteristica della poesia del Messina, così come della sua prosa. Si leggano, ad es., i racconti di Il mandorlo in fiore (1993), che riporta anche alcuni resoconti di viaggi, o di La casa di mio nonno Calogero (2016), che prende titolo dal racconto omonimo e preannuncia il contenuto degli altri, dove emergono uomini di altro tempo dediti al lavoro, alla famiglia, al rispetto reciproco. Il libro è tutt’un pullulare di ricordi, un’immagine della Sicilia e di figure ormai scomparse ma che continuano a vivere grazie alla penna dell’autore. Il vecchietto che ammira il lavoro delle formiche, e lo paragona a quello degli uomini con tanto di differenza, o la figura del Panepinto, rimangono impresse nel cuore e nella mente dei lettori. Il tutto a conferma di quanto scrive sulla poesia: «Se volete conoscere l’animo di un uomo, non cercatela nei suoi gesti, nelle sue azioni, ma nelle sue espressioni sincere, nella sua poesia» (Sodalitas, cit., p. 111), che è la ripresa di un discorso aperto nel 1973, quando pubblicò Poesia e critica, a cui rimandiamo.
     Per conoscere ancora meglio l’uomo e lo scrittore Messina, è interessante il saggio di Vittorio Riera, Calogero Messina e il Can. Domenico De Gregorio. Progetto uomo (Palermo 2017). Ma chi volesse conoscere altre notizie, critiche o eventi in cui il Nostro fu protagonista, rimandiamo al volume Calogero Messina e le sue opere. Notizie, opinioni, immagini 1968-2018, a cura di M. Madeleine e C. Barozzi (Paris 2018).

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     Il periodo storico preso in considerazione in Sicilia 1492-1799 è stato altre volte oggetto di ricerche e di studio di Calogero Messina. A testimoniarlo sono tanti altri suoi scritti storico-letterari, perché – come è stato altre volte scritto – il nostro autore è uno scrittore e poeta che ha un particolare interesse per la storia, tema principe fra i tanti trattati. Al 1986 risale il già ricordato Sicilia e Spagna nel Settecento, con prefazione di M. Ganci, ma ancora prima, nel 1980, aveva pubblicato il saggio Settecento italiano classicista e illuminista, sconfessando tanti studiosi che si erano interessati dell’argomento e che continuavano ad inquadrare e separare i classicisti dagli illuministi, dimostrando il Messina che si poteva essere classicisti e illuministi nello stesso tempo, come si evince dagli autori che studia e riporta. A questi va aggiunto il saggio I viceconsoli di Francia in Sicilia del 2001 più sotto menzionato.
     Messina ha dietro di sé una vita di ricerche in biblioteche e archivi di mezza Europa, visitata in lungo e in largo, e se dice o afferma qualcosa, lo fa con competenza e cognizione di causa, perché – come scriviamo in quel saggio del 1989 – nei suoi viaggi «ricerca soprattutto la società, l’uomo: non dimentica mai la sua Sicilia, che non ritrova solo negli archivi ma soprattutto nella nostalgia, dal confronto con altre terre». Il nostro storico, forte di tutto questo lavoro di ricerca, a ragion veduta, può, in Sicilia 1492-1799, parlare di campionario delle crudeltà umane, screditando tanti storici. Interessante e ben costruito è il Discorso sulla storia, riportato alla fine dell’opera. Egli tiene a sottolineare che non si può fare storia senza tenere conto dell’uomo, che ne è l’artefice e il protagonista. Coloro che ne fanno a meno, più che storici, sono compilatori di dati e fatti che dicono poco o niente.
     Quest’asserzione del Messina non è nuova, perché costituisce la base non solo del suo fare storia ma dell’essere uomo e poeta qual è. La si ritrova in un suo scritto, L’Orma, di inizio carriera che, più che un manifesto, è un programma di vita allora intrapreso e da cui non si è mai allontanato. Proprio ne L’Orma. Manifesto letterario, pubblicato nel 1976 da Thule dello scrittore e poeta Tommaso Romano, scrive: «L’uomo vivente appartiene al passato tanto quanto al presente e al futuro. Ogni uomo che ragiona non si pente del suo passato e lo trova utile allo stesso suo essere, alla sua rigenerazione, e si commuove al ricordo. Ogni uomo deve anche guardare al passato dei suoi padri e non nascondere, come oggi si usa, la commozione che ancora desta una pagina della loro vita di uomini, che è poi la vita degli uomini di sempre».
     Nel Discorso sulla storia lo storico ribadisce tutto ciò, scrive che la storia sarebbe priva di vitalità, se non si avessero di mira l’uomo e le sue attività, e biasima quanti ritengono di farla ricorrendo ai numeri riportati dai censimenti che risultano falsi per difetto o per eccesso, e lo storico ricorda, ad es., le attuali dichiarazioni dei redditi. Sicché, come in tutti i settori, anche negli studi storici non mancano gli arrivisti e i profittatori che, pur di farsi strada, riportano lucciole per lanterne, disorientando i lettori. A conferma di quanto asserisce, il Nostro chiama in causa i maestri Virgilio Titone e Helmut Koenigsberger che tanto scrissero e si adoperarono per dare senso e valorizzare la storia come storia dell’uomo, delle sue attività e degli interessi, pratici o culturali che siano. Altro che date e fatti!
     Non si ferma a ricordare soltanto i colloqui con Titone e Koenigsberger.  Messina, forte della sua formazione classica, interroga anche scrittori antichi e moderni. Egli va a ripescare scritti di Aristotele, di Cicerone, ma anche di Voltaire, Braudel e tanti altri autorevoli storici che considerano storia ogni prodotto umano. Ed è qui che dà spazio a Voltaire (ricordiamo, a proposito, il saggio Voltaire e il mondo classico, Palermo  1976), quando enumera le quattro età felici (quella di Filippo e Alessandro, di Cesare e Augusto, dei Medici, di Luigi XIV). «Ma a quella felicità delle età – scrive il Nostro – non corrispondeva la felicità degli uomini, ben lo sapeva Voltaire […] che tutti i secoli, anche le età felici, hanno in comune una cosa, la cattiveria degli uomini, e per essa sono simili» (ib., p. 590). 

       Il Discorso sulla storia è la parte più interessante dell’opera. L’autore lo colloca alla fine, dopo la narrazione, perché lo ritiene – a nostro parere – consequenziale ad essa, ma di per sé è la concezione della storia che ha maturato nel corso di tanti decenni e che ha ritenuto di pubblicare per contrastare gli abusi e gli errori che spesso si fanno, scrivendo di storia. Anche perché per fare storia occorre essere padroni dei ferri del mestiere. Non si può riesumare il passato o anche riprendere la realtà di ogni giorno senza sapere scrivere. L’affermazione è sua, e ne prendiamo atto. Non può essere diversamente. La narrazione ha bisogno, oltre della conoscenza di ciò che si vuole narrare, di chi sappia scriverla con i crismi propri della scrittura. Contro chi semplicemente esuma i fatti e i dati statistici, senza raccontare ciò che effettivamente è avvenuto e quale la vita degli uomini di quel dato momento, Messina scrive:

     «Per potere scrivere la storia degli uomini, si deve avere innanzi tutto sensibilità, molta sensibilità umana, e pure lo storico dev’essere uno scrittore. Dopo gli esperimenti degli storici scientifici e tante altre stravaganze e illusioni e delusioni storiografiche, universalmente si è avvertita, sempre più, l’esigenza di un ritorno al racconto. Per raccontare si deve sapere scrivere e chi sa scrivere si chiama scrittore; lui sa entrare nella vita degli uomini, anche di epoche lontane, rappresentarla con le giuste parole, con le sfumature che sono essenziali, e può raccontare dunque anche la storia, sa come va narrata, come confezionare il racconto e adattarlo al soggetto, su misura, volta per volta, conosce i segreti dell’arte» (Sicilia 1492-1799, pp. 572-573).

     Calogero Messina scrive e afferma con i fatti il suo pensiero, perché, oltre ad essere uno storico nel senso vero del termine, è – ribadiamo – uno scrittore e poeta. Egli nel silenzio del suo studio parla e scrive con gli uomini di ogni tempo e li risuscita, mostrandone gli interessi e l’umanità che li fece agire ed operare nella consapevolezza e nella libertà dell’essere uomini, che è una caratteristica a cui ognuno dovrebbe mirare. Tutte le sue opere sono narrazioni e racconti, ma in particolare ricordiamo Volevano l’Inquisizione (1992) e I vendicatori (1995), che sono romanzi molto allusivi e accattivanti. Prendendo spunto, nel primo, dell’Inquisizione in Sicilia, lo scrittore mette a fuoco la Sicilia di fine Settecento, quando i Siciliani trovavano gusto e divertimento negli autos de fe e volevano che si continuasse a tenere in piedi quell’istituto che tanto danno agli uomini e alla cultura aveva arrecato in Sicilia e altrove; nel secondo, I vendicatori (vedi «Spiragli», n.s. A. I, 2020, n. 1, pp. 55-56), l’autore sintetizza con molta bravura la realtà storica di un periodo molto travagliato della Sicilia, a cavallo del XIX e degli inizi del XX secolo, in cui la classe dominante padronale, che aveva dalla sua parte il potere costituito, imponeva la sua legge sfruttatrice, pronta a farsi valere con la forza delle armi e della messa a tacere per sempre. Entrambi i romanzi nascono da studi e ricerche fatte nel corso degli anni. Ne I vendicatori riprende l’ultimo periodo di vita e poi l’uccisione di Lorenzo Panepinto, su cui Messina ha scritto tanto (In giro per la Sicilia con «La Plebe» (1902- 1905); Il caso Panepinto), e sono scritti relativi al periodo tra Otto e primo Novecento in Sicilia, a S. Stefano Quisquina, paese dell’agrigentino, dove forte e sentito era il riscatto sociale della povera gente, dei contadini sottomessi ai grandi proprietari terrieri e agli intermediari che erano delle vere e proprie sanguisughe. L’autore sembra essere in mezzo alla sua gente e ci pare sentire ogni battuta e il tono della voce, la parlata dell’area agrigentina, che poi è quella del Nostro, perché caratteristica della sua scrittura – ripetiamo – è il tono della voce, la cadenza che sa imprimere e fa sentire nei suoi scritti.
     I registri utilizzati – come si può notare – sono mutevoli, cambiano alla bisogna; vanno dalla narrazione vera e propria, sempre partecipata, al racconto, popolato da personaggi che fanno la storia e la vivono, e alla poesia, perché all’occorrenza se ne serve per dare voce e canto a uomini antichi o del più recente passato, e nelle sillogi l’umanità del Messina si manifesta in una luce più chiara. Leggiamo in Sodalitas (Palermo,1999), ad es., la poesia “A Lorenzo Panepinto” (ripubblicata in «Spiragli», A. XXIII, 2011, n. 1-4, p. 44), nella quale il poeta rivive, rappresentandoselo, quel brutto momento dell’uccisione di Panepinto («Un pane sotto il braccio, / tornavi ai tuoi figli e cadevi / come un tronco possente / dalla perfidia vile / spezzato / davanti alla sposa»), mentre i poveri suoi compaesani piangono, senza darsi pace, il loro maestro e la guida. Il poeta parla con l’estinto e riferisce, mentre è silenzio intorno:

Ove i vicoli odorano di fieno
la povera gente che amasti
ritrovo la sera.
Ti ricordano e conversano teco
i vecchietti seduti alla soglia,
le parole confuse al calpestio
dei muli, al belar delle capre.
[…]
Il lamento degli umili
riascolti la sera
e torni a parlare con loro
e li sproni a sperare.

     Poesia e storia sono in simbiosi e il poeta trova il modo e il tono giusto per calarsi nella realtà ed evidenziare pregi e difetti dell’uomo di ogni tempo. Si legga anche “A Publio Ovidio Nasone” («Spiragli», n.s. A. I, 2020, n. 2), scritta a proposito di un viaggio nei luoghi in cui nell’8 d.C. Ovidio fu esiliato. Il Messina si compenetrò nella solitudine e nella sofferenza che Ovidio dovette patire lontano dalla sposa e dalla sua Roma, e ne condivide il dolore in versi molto toccanti («Su questi lidi / in orrida solitudine / piangevi la tua sorte / tra nemiche genti. / Maledivi i tuoi versi / ai quali dovevi la tua condanna, / ma erano i versi / che alleviavano ora le tue pene, / nell’esilio la Musa ti rimaneva fedele compagna / e ti dava speranza di fama / dopo la morte. / Ma tu ripensavi a Roma lontana […] / Tua colpa fu l’aver visto / cose che non dovevi vedere, / l’avere avuto gli occhi / fu il tuo peccato, o Nasone. / E ti mandarono in questa rimota / terra: qui finiva l’imperio di Roma / e il mondo») e non può non immedesimarsi e fare suo quel dolore dovuto a privazione di cose e di affetti. Leggiamo:

In questa spiaggia deserta ti ritrovo,
compagno della mia solitudine;
io vengo dalla lontana isola del sole
che pure vedesti con i tuoi occhi
in compagnia di Pompeo Macro poeta
tuo parente e amico:
mirasti il cielo splendente
delle fiamme dell’Etna,
sentisti il forte odore di zolfo,
cantasti l’eterna primavera siciliana.
E qui sospiravi i lidi dell’isola mia
diversi da quelli dei Geti.
Sento impetuoso il vento
anche in questo luglio,
s’inseguono le onde del mare
si adagiano alla riva,
ti cercano ancora,
chiedono a me qualcosa di te:
io canto soltanto i tuoi versi
e mi lascio bagnare le mani
dal mare che parlava con te…

     Calogero Messina anche nella poesia è – come può notarsi – uno storico attento,  rispettoso dell’uomo che, spesso coinvolto in situazioni fattuali più grandi di lui, resiste, reagisce oppure subisce, come Ovidio, pur tenendo alto il suo essere e la sua libertà interiore. Sicché il merito del Nostro è quello di mantenersi in linea non solo con pensatori e storici famosi – come si è visto – ma con i principi espressi da Aristotele nella Poetica, specie quando afferma che la poesia tende a rappresentare l’universale, a differenza della storia che ha per oggetto il particolare (1451 a 35 b 11) e quando asserisce che il poeta deve immaginarsi e porsi «dinanzi agli occhi» la persona o le cose di cui si sta interessando (1455 a 22-26). È quello che notiamo negli esempi riportati. Ne deriva che compito dello storico, e quindi della storia, è disvelare il vero essere dell’uomo, mentre secondari o per certi aspetti di aiuto a questo disvelamento sono i fatti, le date, le narrazioni di eventi vari. *** Sicilia 1492-1799. Un campionario delle crudeltà umane è la narrazione di tre secoli di storia siciliana da cui prende corpo la poderosa opera di Calogero Messina. Egli mette in evidenza – come recita il titolo – l’agire dell’uomo che, dimentico del bene comune, si abbandona ad ogni sorta di crudeltà, vero lupo dell’altro uomo spesso indifeso e abbandonato anche da chi dovrebbe tutelarlo e difenderlo, responsabile della legalità o ministro della religione che sia. L’anno 1492 si rifà, più che alla scoperta dell’America, alla conquista e all’annessione di Granada alla Spagna di Ferdinando II, mentre il 1799, regnante Ferdinando III di Sicilia, chiude con una grave carestia e rivolte un po’ in tutta l’Isola, che stava rivivendo uno dei tanti periodi più bui della sua storia. Nei 6 capitoli, suddivisi in paragrafi intitolati, di cui si compone l’opera, la Sicilia è presentata nelle luci e nelle ombre che da sempre la caratterizzano; una Sicilia, questa del Messina, che, insieme con il contributo di storici italiani e stranieri (Titone, Koenigsberger, Braudel ed altri), perde il suo alone oleografico e si manifesta così come è sempre stata ed è, perché alla realtà storica, facendo propria l’asserzione di Virgilio Titone, ritiene e abbina una realtà biologica trasmissibile nel tempo. Il primo capitolo dà spazio alla cacciata degli Ebrei, suggerita dall’Inquisitore generale e voluta dal re in Spagna e nei suoi domini. L’Autore, pur ricordando che gli Ebrei non erano mai stati benvoluti un po’ dovunque, non soltanto mette in risalto la reazione dei Siciliani alla promulgazione dell’editto, ma la pressione che fanno, perché il re lo annulli, considerato il grande contributo che gli Ebrei davano all’economia e alla crescita socio-culturale della Sicilia. Non otterranno niente e non passerà molto che, messa in atto l’espulsione (12 genna i o 1793) , essi stessi li perseguiteranno e si faranno complici e «familiari» dei persecutori, partecipando festosi ai roghi, anche se molti lamentarono l’abuso e il ricorso agli autos de fe, coinvolgendo il Parlamento, ma non ottennero niente. Una lezione che si evince è quella che occorre conoscere il passato per potere leggere e vivere il presente; siamo ai corsi e ricorsi della storia di vichiana memoria. Un ricorso, di cui tanto si parla e si abusa, ce lo offre la pandemia, che fece fermare le attività produttive, con il rincaro dei prezzi delle materie prime, dei beni di prima necessità e la chiusura di tanti esercizi che non possono andare dietro alle sempre maggiorate tasse e al rincaro delle bollette. Ne consegue che l’Italia, da potenza industriale qual era, è stata ridotta allo stremo. Tutto questo per l’ingordigia di pochi che profittano della povera gente e dei lavoratori per arricchirsi e fare da padroni. 
      Se prima si nascondeva il frumento per  venderlo maggiorato, ora si ricorre a tutt’altro per spremere di più e dominare. Qui, ciò che Messina mette a fuoco è l’aberrazione dei pochi che in quella occasione coinvolsero i molti e tutti concorsero all’immiserimento della Sicilia. Venne meno il commercio e per forza maggiore tante attività dovettero chiudere, non ci fu circolazione di moneta e quel che aggravava ancor più la situazione fu la richiesta di denaro, ora per un motivo ora per un altro, da parte dei re. Nel paragrafo «E li chiamavano donativi» scrive:

     «Nei secoli passati c’erano state le collette, imposizioni straordinarie, una tantum, sui beni allodiali; erano state previste soltanto nei seguenti casi: guerra o veicoli d’invasione o necessità di apprestamenti difensivi o calamità naturali; incoronazione del re; matrimonio e dotazione di una figlia odi una sorella del re; cerimonia per armare cavaliere un figlio un fratello del re; riscatto del re o di un suo intimo congiunto dai nemici. […] Regnando Ferdinando il Cattolico, dal 1502, il Parlamento in Sicilia si cominciò a celebrare ogni tre anni e ogni volta si concedette, autonomamente, un donativo di trecento mila fiorini; in tal modo si assicurò all’erario la rendita annuale di centomila fiorini, alla quale spesso si aggiungevano le somme di altri donativi detti straordinari, che potevano essere concessi in altri parlamenti anch’essi straordinari, convocati nel corso dei tre anni» (ib., pp. 26-27).

     Come potevano i Siciliani godere dei beni di loro acquisto e di quelli della loro terra generosa, ricca di frumento e di altri prodotti di prima necessità, se l’erario e gabelle varie non davano loro un minimo di tranquillità e di pace, per cui spesso erano costretti a ribellarsi e a rivendicare il loro esserci? Lo storico mette a nudo questa realtà che gli fa toccare con mano un campionario di crudeltà mai da altri storici evidenziato. 
     Quest’aspetto si fa più chiaro nel secondo capitolo che è tutto un susseguirsi di rivolte, di cacciata di viceré, di lotte tra baroni e conti (si legga il caso di Sciacca), di congiure, di invasioni dei corsari, e ancora catastrofi naturali e la necessità di fortificare città e territori di facile bersaglio dei Turchi. La narrazione è sempre di facile lettura, scorrevole, invitante; Messina sembra quasi prendere per mano il lettore e coinvolgerlo in fatti e situazioni che altrimenti non avrebbe potuto conoscere proprio per l’astrusità di certi testi che, invece di avvicinare, allontanano. E questo, a Messina scrittore di storia, si deve riconoscere, soprattutto perché, nutrito di classici antichi e moderni, spesso chiamati in causa, espone con lucidità e chiarezza, dando risalto alla componente umana. Non potrebbe essere diversamente, dato che la storia è un prodotto umano.
    Sempre in questo secondo capitolo Messina, in linea con gli studi di Titone e di Koenigsberger, fa il punto sull’istituto spagnolo del viceré, da cui la Sicilia fu governata. Scrive:

     «Il viceré giurava di mantenere i privilegi, le costituzioni e i capitoli del regno di Sicilia, che si considerava una nazione, indipendente, aveva un suo antico parlamento, col quale il viceré doveva venire a compromesso, ma non era difficile; durante il viceregno spagnolo il tanto celebrato Parlamento siciliano non ebbe le funzioni che generalmente si attribuiscono a tale istituto…» (ib., p. 41).

     Fu proprio questo il motivo per cui le cose non andavano bene in Sicilia! Scontenta rimaneva la parte baronale contraria che non vedeva tutelato il suo interesse e tanto più la popol a z ione che mol t o spe s s o e r a abbandonata a se stessa. L’analisi di Messina è convincente e a dimostrarla sono gli attriti tra i vari istituti o i ceti sociali sempre in agitazione e pronti a scendere per le strade e protestare in modo brutale. Un aspetto, di cui tiene debito conto l’Autore, è quello socio-culturale. Lo storico sembra entrare nelle case, parlare con i popolani dei vari rioni, per rendersi conto da vicino della misera realtà in cui erano costretti a vivere, e ci pare rivedere le stesse condizioni di vita di tempi non troppo lontani SAGGI  da noi. Questo perché Messina, come Titone dei Riveli e platee del regno di Sicilia (1961) che tiene sempre presente, non ha fiducia nei censimenti che nel tempo si facevano e ancora si fanno; preferisce leggere oltre lo scritto i documenti, le opere di vario genere e soltanto così ottiene i risultati che mette a disposizione di tutti. Egli sa che questa è storia, con personaggi importanti o di minor conto eppure di rilievo, così come gli scrittori e gli uomini di scienza che tanto lustro danno tuttora alla Sicilia.
     Il terzo capitolo, che tratta della storia siciliana del secondo Cinquecento, presenta una Sicilia volta a venire incontro alle richieste di vario genere dei sovrani spagnoli (Carlo V, poi il successore suo figlio Filippo II), impegnati, da una parte, nella guerra contro la Francia, dall’altra, nella lotta contro i corsari che infestavano il Mediterraneo, motivi per cui chiedevano donativi e, insieme con altre uscite, immiserivano la Sicilia, di per sé ricca, come appariva ai tanti visitatori e stranieri che non mancavano di apprezzarne la fertilità e la bontà dei suoi prodotti, la produzione e l’eccellente qualità del suo frumento.      
     Il nostro autore si avvale, come fa sempre, dell’apporto di autorevoli colleghi che lo hanno preceduto e, ricordando il suo maestro Virgilio Titone, scrive che «il donativo, per il modo in cui era distribuito, poteva costituire un peso grave per i più poveri e che non pochi morivano di fame quando andava male il raccolto» e che «più positivo che negativo si doveva considerare il bilancio economico della dominazione spagnola, nonostante la diffusa, indigena corruzione dell’isola». In effetti, ad aggravare la situazione furono i traffici illegali, il dissidio tra gli appartenenti dei vari istituti (parlamentari e inquisitori), l’accaparramento delle derrate alimentari per venderle a prezzo maggiorato, la complicità degli uomini di legge a camuffare e tutelare i malavitosi, liberi di offendere o uccidere, rimanendo impuniti. Si consolida così come organizzazione criminosa la mafia. Ne aveva scritto Titone, e dalla narrazione del Messina emerge chiara la matrice mafiosa che lega uomini di ogni ceto sociale, pronti a spargere sangue innocente, pur di raggiungere i loro obiettivi. Complicità, abusi, delitti impuniti e ingiustizie erano all’ordine del giorno. L’autore ricorda la libertà concessa al Conte di Asaro, colpevole di «un altro fatto della più efferata crudeltà », scarcerato per l’intercessione di Don Cesare Lanza, a sua volta, uccisore della figlia, la baronessa di Carini, di cui soltanto il poeta popolare tramandò la storia e che Messina riporta.
     L’immagine che della Sicilia viene fuori da questa lettura è quella di una terra ricca e generosa presa di mira e sfruttata da uomini che agivano per tornaconto, per i quali ogni occasione era buona per arricchirsi alle spalle di chi lavorava per sé e per gli altri e persino di chi soffriva, come quando ci fu la peste, tra il 1575-’76. Riportiamo:

     «Ad aggravare le cose in Sicilia arrivò anche la peste […], e portò la morte anche a Palermo, dove i suggerimenti del famoso medico Gian Filippo Ingrassia ne limitarono le conseguenze, ma si ripeterono gli episodi della più atroce crudeltà: propagavano il contagio le robe infette rubate e rivendute, e il Presidente de Regno diede gli ordini più rigorosi, che servissero di monito, e si videro degli individui che riconosciuti rei di quel traffico, furono trascinati alla coda dei cavalli e strozzati, o impalati e lacerati nelle carni e buttati dallo Steri (ib., p. 133).

     Sfruttata e offesa era la Sicilia in questo lasso di tempo narrato ed esaminato dal nostro autore e sarà ancora così, fin quando l’uomo non comprenderà che occorre essere consapevole di sé, in quanto tale, e da consapevole trattare gli altri da uomini. Soltanto allora subentrerà il rispetto per i simili e per la terra ospitale. Ma penso alla  considerazione di Don Fabrizio, a fine colloquio con Chevalley, e rattrista e lascia senza parola quell’«irredimibile». Anche perché, andando avanti nella narrazione (siamo al quarto capitolo, Un secolo di lusso, di miseria e di congiure), ci rendiamo conto che i problemi della Sicilia non hanno mai avuto e non hanno tuttora un’adeguata soluzione, anzi si complicano di più. Ed è ciò che avvenne nel XVII secolo, ricco di accademie di ogni tipo e allo stesso modo di misfatti e crudeltà inaudite, di carestie, una dietro l’altra, e di rivolte per la mancanza di frumento e per il malgoverno, tranne poche eccezioni, come quello del viceré Ossuna (1611-1616), severo contro il male imperante e volto a instaurare il bene comune , nel rispetto della legge , applicandola anche nei confronti di nobili e di amministratori, senza alcuna particolarità; o quello del Duca d’Albuquerque e di qualche altro, ma erano malvisti dai titolati e dai nobili, perché non avevano alcun riguardo per loro, abituati, com’erano ad essere i privilegiati anche nell’impunità.

     «Il Duca d’Albuquerque – scrive Messina, ma va riferito anche ad altri pochi viceré – diede prove della sua imparzialità; non ebbe riguardo per la discendenza di Fabrizio Riggio, che nel 1669 rubò con un complice gli argenti della chiesa palermitana di S. Domenico: fece condannare entrambi alla galea per quindici anni e volle che fossero condotti per la città con le mani legate dietro la schiena, e per impedire che, come accadeva, i parenti lo strappassero alla giustizia, ordinò che li portassero al remo il capitano della città e i suoi giudici, scortati dalle loro guardie e da una compagnia di soldati spagnoli e da un’altra di borgognoni» (ib., p. 261).

     La Spagna, presa com’era dalle guerre e dai molti problemi che travagliavano le terre di suo dominio, si fidava dei suoi viceré e dei delegati, ma spesso si veniva a creare una loro connivenza con i poteri forti locali che agivano ed operavano per il loro esclusivo tornaconto, trascurando le popolazioni che, per questo, erano sempre sul piede di guerra.
     Il Seicento fu particolarmente un secolo di contrasti. Da ciò che si evince dalla lettura del volume, non avvengono soltanto tra governanti e popolazioni, ma tra città e città. Il municipalismo era molto sentito e ognuna di esse tutelava i suoi privilegi e voleva superare o essere alla pari con l’antagonista, come avviene tra Palermo e Messina, sempre in attrito, questa, per volere battere moneta o per avere in sede il viceré e pronta, tradendo, a passare dalla parte nemica. Ma fu un secolo anche di carestie e di occultamento di grano, per venderlo a prezzo maggiorato. Di qui le sommosse e le rivolte (vedi quella di Giuseppe d’Alesi, volta a sovvertire l’ordine costituito), che tanto danno arrecarono alle popolazioni le quali, patendo miseria e fame, subirono morti e continuo ripetersi delle pesti che decimarono tanta gente e videro anche casi di sciacallaggio e di libidine contro donne ammalate o morte.
     L’opera del Messina si rivela un vero e proprio «campionario delle crudeltà umane». Se consideriamo gli eventi, l’agire dell’uomo, le avversità dovute a fenomeni naturali, la persistente pirateria che costò molto in uomini e cose, con le conseguenti continue allerte e richieste di donativi straordinari da parte dei governanti e il fiato sospeso delle popolazioni, ci rendiamo conto che la Sicilia, da terra ricca e privilegiata qual era, soffrì fame e miseria, e a piangerne le conseguenze fu sempre la povera gente, costretta a subire le angherie dei potenti e dei banditi che, al pari dei pirati, saccheggiavano e uccidevano nelle campagne e nelle città. Sicché lo storico presenta la Sicilia così com’era. Ci sono i fatti, le date, i personaggi, ma – è il caso di ripeterlo – sono in funzione di un unico contesto, dove tutti operano e agiscono,  mettendo a nudo un’umanità sofferente per colpa di chi vuole prevalere sugli altri con la forza del denaro, con le uccisioni e gli abusi di ogni sorta.
     Emerge da tutta la narrazione che il potere viceregio e le autorità dei diversi istituti si davano da fare per eliminare quei mali sociali che erano di ostacolo e pericolo per tutti, anche se c’erano coloro che, traendone vantaggi, ostacolavano e nascondevano i malvagi, di cui spesso si servivano per raggiungere i loro scopi. Il Messina riporta, tra gli altri, l’operato del viceré Duca d’Ossuna, quando, costatando le complicità, «voleva che per nessuno si facessero eccezioni nell’amministrazione della giustizia, che non si chiudessero gli occhi neppure per i nobili» e, quando ci fu un furto nella Tavola di Palermo, minaccerà e incarcererà pretore e senatori, e li avrebbe anche esiliati, se non avessero consegnato il cassiere responsabile del furto. Ed essi «che avevano le loro responsabilità nella faccenda, trovarono il cassiere e lo consegnarono; allora furono scarcerati» (ib., p. 186).
     I viceré, a seconda dei casi, sapevano bene usare il bastone o la carota. Il Duca d’Ossuna ed altri, ad es., erano molto criticati dai nobili, ostacolati com’erano nei loro illeciti, ma essi, incuranti delle dicerie, usavano il bastone. All’occorrenza, però, concedevano il contentino, la carota, sempre bene accolta e capace di far dimenticare i problemi della miseria e della fame che rendevano quasi impossibile la vita. Un paragrafo del quarto capitolo ha come titolo: «La festa dissolveva la miseria» e, in effetti, da tutto il contesto della narrazione emerge che ogni occasione era buona per fare festa. Feste ad alto livello, con tanto sfarzo, si facevano sia nel palazzo vicereale in occasione di eventi di grande rilievo (matrimoni reali o successioni, riconferme di viceré o vittorie), ma anche nelle piazze e per le strade e il popolo vi partecipava, dimentico di tutto.
     Erano motivo di festa persino le condanne a morte o l’auspicio di un matrimonio. A proposito, leggiamo: 

     «Nel marzo del 1689 si seppe a Palermo della prematura morte della moglie di Carlo II, Maria Luisa di Borbone; si celebrarono i funerali. Non era nato ancora l’erede: si tornava a sperare per il nuovo matrimonio del Re Cattolico, e per esso si cantò il Te Deum il 21 settembre, e il viceré tenne una festa nel Palazzo Reale e lì si gioco e si ballò; altre feste si fecero nel 1690 per iniziativa del senato palermitano: giostre di cavalieri, cavalcate, giuochi di fuoco» (ib., p. 289).

     Lo storico dedica spazio, oltre alle pesti che decimavano le popolazioni, anche al terremoto del 1693, portatore di distruzione e di morte, che desolò soprattutto Catania e la Sicilia orientale, ma anche nell’interno, e a Palermo fece sentire i suoi effetti catastrofici, e tutti si rivolgevano ai santi Patroni, a santa Rosalia, e facevano voti per scongiurare il peggio. Anche in questo triste evento non mancò lo sciacallaggio, e il Messina riporta una pagina nera di Agostino Gallo, dove con vile crudeltà i ladri inveivano contro morti e feriti per impossessarsi dell’oro che avevano addosso; ma trascrive anche alcuni versi di un canto popolare che al Nostro ricordava un suo informatore: «Morsiru barunati e cu marchisi / li picciliddi cu l’occhiuzzi chiusi, / Maria si li pigliò quannu li ‘ntisi. / Vo’ sapiri cu su’ l’addilurusi? / L’afflitti, scunsulati Catanisi; / Catania nni faciva principi e conti / cchiù ricchi di Palermu sì cotanti. /…». Scrivevamo più sopra, a proposito della poesia, di disvelamento. Qui il poeta popolare mette a nudo la realtà, ce la presenta proprio come appariva agli occhi del poeta, quasi a farcela vedere («… cci su li mura ddà, ‘un cc’è cchiù nuddu. / Cadì lu campanaru e la campana / e ’nautru jornu lu tettu e li mura; …»). Lo storico e il poeta vanno di pari passo e fanno riemergere il passato con tutto ciò che si porta dietro; viene  fuori che, subito dopo il terremoto, ci fu la ripresa e la ricostruzione e si tornò alla vita di sempre, cosa che non capita ai nostri giorni. Scrive:

     «C’è molto da apprendere da questa storia. Ridotti allo stremo, i siciliani di allora mostrarono subito di volere la ricostruzione e non l’aspettarono dalle istituzioni; furono pronti a impegnarsi per primi per raggiungere quel traguardo; l’operosa gente di Catania, di Noto e di altri centri sbalordì per la capacità di ripresa e la sollecitudine con cui la realizzarono, e le città risorsero più splendide di prima, […]. Se guardiamo a quello che è accaduto nel nostro tempo in zone della Sicilia distrutte da altri terremoti, non troviamo la serietà di quei cittadini, il loro senso di responsabilità e di concretezza, la loro capacità di realizzazione, ma tutt’altro» (ib., p. 297).

     La tempistica è di richiamo, anzi suona come un severo rimprovero a governanti e uomini del nostro tempo. Come non concordare con Messina che tiene presente e tramanda con orgoglio la lezione del maestro, l’integerrimo Virgilio Titone?
     Nel capitolo quinto (Spagnoli, Piemontesi, Austriaci) leggiamo di una Sicilia che cambia governanti per accordi presi dalle grandi potenze, ma non risente di alcun miglioramento, considerati i problemi insoluti e quelli nuovi, compreso un risentimento antispagnolo che contribuiva ad alimentare malessere tra la popolazione e, soprattutto, tra i Messinesi che avevano concittadini o anche parenti in esilio e i loro beni confiscati. La situazione rientrò nella norma, quando Filippo v ordinò il loro ritorno in patria e la restituzione dei beni confiscati, ma non fu sradicato l’antispagnolismo, a causa anche delle voci di riassestamento territoriale che, anche se con ritardo, giungevano in Sicilia; ma c’era pure il banditismo, che dava filo da torcere nelle città come nelle campagne, e un commercio ridotto al minimo per la carenza di frumento. Problemi vecchi e nuovi che mettevano in difficoltà il viceré, costretto a chiedere rinforzi a Madrid per i tumulti, la sicurezza interna e il timore di un attacco austriaco. Lo storico così scrive:

    «In realtà né Luigi XIV né Filippo V ritenevano la Sicilia in pericolo imminente e non corrispondevano alle pressanti richieste di aiuti, anche perché vedevano che altrove ce ne fosse più bisogno; davano soltanto le loro assicurazioni che l’avrebbero soccorsa, qualora fosse stato necessario. Si arrivò anzi a chiedere degli uomini alla stessa Sicilia, come fece il viceré di Napoli, il Villena, col nuovo viceré dell’isola, lo Spinola, ma non ne ottenne uno solo» (ib., p. 297).

     Eppure sotto il governo spagnolo in quei tredici anni di primo Settecento ci furono tanti tumulti e uccisioni di innocenti, accusati di avere soltanto nominato Carlo VI o ritenuti traditori oppure per avere inneggiato alla repubblica. Si lottò anche contro la criminalità organizzata, ma si ottenne poco, perché protetta da alti dignitari e da nobili. «Appariva evidente la corruzione, a tutti i livelli – scrive Messina -; si sapeva delle complicità e solo una minima parte erano i delitti che si scoprivano, e anche se si scoprivano, restavano spesso impuniti». Documenti d’archivi di mezza Europa letti (Spagna, Francia, Austria, Inghilterra, tramite anche l’apporto dello storico H. Koenigsberger) e la consultazione di scritti di autori coevi e contemporanei, hanno permesso all’autore di fare un racconto abbastanza ricco e dettagliato. Come in un documentario, in cui le riprese sono tutte ben collegate tra esse, il lettore ne è coinvolto e diviene partecipe lui stesso di ciò che stava avvenendo in quel dato periodo.
     In Sicilia, anche con Vittorio Amedeo II re (1713-1718), non ci furono miglioramenti. Se in un primo tempo i Siciliani furono contenti per avere finalmente un re proprio, subito se ne pentirono, ritrovandosi dopo appena un anno governati dal viceré Maffei. Sicché «si smorzarono gli entusiasmi e non piacevano gli uomini del Duca, apparivano freddi,  sempre più apatici, troppo diversi dai siciliani e dagli spagnoli». Dalla lettura, per questo ed altri motivi, fra l’altro sanciti dal trattato di Utrecht, la Spagna sperava di riprendersi la Sicilia e vi tentò nel 1718 con l’aiuto del Cardinale Alberoni. A Palermo fu festa grande, ma non cessarono i tafferugli, i tumulti e tanti morti. Messina, a proposito, scrive:

     «Il ritorno degli spagnoli non contribuiva alla soluzione dei gravi problemi che affliggevano la Sicilia; si respirava ancora aria di anarchia e si scatenavano i diversi e contrastanti interessi, gli egoismi individuali più ottusi e le particolarità municipalistiche. Grave era la confusione e infiniti disordini si ripetevano dovunque a tutti i livelli, senza un re sicuro e in diverse parti senza nemmeno l’autorità religiosa, pareva che i siciliani volessero fare di testa propria» (ib., p. 349).

     Il capitolo è ricco di riferimenti e di particolari che ci fanno rendere conto di come le cose andavano in Sicilia nella prima metà del Settecento, nonostante i grandi uomini di cultura e di scienza (come negli altri capitoli, anche qui sono ricordati alcuni, tra cui G.B. Caruso, molto stimato dal Muratori, e il medico poeta e filosofo T. Campailla), che gli altri Paesi le invidiavano.
     Dalla lettura si evince che la Spagna avrebbe voluto migliorare le condizioni della Sicilia, ma era coinvolta nella guerra della Quadruplice Alleanza, per cui dovette affrontare i nemici fuori e dentro la Sicilia, divisa, contrastata e maggiormente tassata per quella guerra che il Messina riporta nelle varie fasi e negli accordi finali tra il generale tedesco Mercy e il Marchese di Lede conclusisi con il trattato dell’Aja (1720) che assegnò la Sicilia all’Austria di Carlo VI, che divenne III di Sicilia.
     Accattivante – come leggiamo – fu all’inizio l’impatto del re con i Siciliani, ma non mancò molto, «si vide che gli austriaci non riuscivano a familiarizzare con i siciliani, sia per il loro carattere, sia per la loro lingua, che sembrava barbara dai suoni, sia per la fama che avevano di eretici e di essere dediti a usi sciocchi e triviali» (ib. p. 360). Ci fu incomprensione e si capì, da parte del nuovo governo, tanto che si cercò di lasciare invariate le usanze per non indisporre i più suscettibili e mettersi contro la popolazione.
     Uscita dalla guerra, la Sicilia fu chiamata a fare donativi per motivi vari, come sempre, ma niente o poco veniva fatto per migliorare le condizioni di vita delle città e dei paesi, e ci fu uno scontento diffuso, anche in ambito ecclesiastico. Il governo si rese conto che bisognava ripristinare la Santa Inquisizione e, al tempo stesso, ricorrere anche alle feste per distrarre dalla triste quotidianità. Tra le tante feste il Messina riporta la partecipazione di popolo all’autos de fe di Suor Geltruda e Fra’ Romualdo, e scrive:

     «Il Kamen e altri storici hanno mostrato la popolarità degli autos de fe che si celebravano nella Spagna; ciò che avveniva in Spagna, si vedeva anche in Sicilia, e la mancanza dei roghi per un lungo tempo contribuì a rendere la partecipazione allo spettacolo e al rogo del 1724 ancor più massiccia, appassionata, frenetica» (ib., p. 371).

     Con gli Austriaci non fu risolto il problema del brigantaggio, la corruzione era abbastanza diffusa e tante terre abbandonate. «Tragico fu l’esito della politica austriaca; sconcertante la pressione fiscale – scrive Messina -. Le mie ricerche non hanno potuto che riconfermare il quadro che altri hanno disegnato della Sicilia austriaca e che qualcuno vorrebbe diverso, una Sicilia spremuta senza pietà, oppressa continuamente» (ib., p. 386). Lo storico, a proposito, in un paragrafo di Sicilia e Spagna nel Settecento (Palermo 1986), definisce la Sicilia «irriducibile» e ciò significa che essa ce l’ha nel suo DNA l’apatia e l’indifferenza al nuovo e al cambiamento, se consideriamo quanto scrisse il Tomasi e quello che tuttora, a distanza di quattro secoli, costatiamo.
      Il sesto ed ultimo capitolo (Un re per Napoli e la Sicilia) copre l’arco di tempo che va dal ritorno degli Spagnoli, con Carlo III re, alla venuta in Sicilia di Ferdinando IV di Napoli, III di Sicilia (1734-1799). Di questo periodo emerge un quadro non tanto bello, come in precedenza. Non ci sono particolari cambiamenti, se non quello del distacco del Regno delle Due Sicilie dalla Spagna, anche se re Ferdinando regnerà sotto la regia paterna (Messina riporta come es. di rilievo l’espulsione dei Gesuiti del 1767) almeno fino al 1776, quando allontanò il Tanucci, sostituendolo con il Marchese della Sambuca. Si cercò di eliminare gli abusi di ogni genere (irregolarità dei matrimoni, sperperi eccessivi per i funerali, il problema dei proietti), di fortificare città e paesi e di fare delle migliorie (sanificazione del territorio, attrezzandolo di strade meglio percorribili per le persone e le cose, dato che si voleva incentivare il commercio, valorizzando i prodotti siciliani). I re seguivano da vicino ciò che occorreva e si faceva per la Sicilia e i Siciliani, di cui erano riconoscenti per la loro fedeltà e l’attaccamento alla Spagna. Scrive, a proposito, lo storico:

     «L’attenzione e le preoccupazioni del re di Spagna erano rivolte alla Sicilia non meno che a Napoli; seguiva le vicende e le controversie dell’isola, sulle qualei dettagliate notizie gli forniva il Tanucci, e ne prendeva atto, approvava o disapprovava le iniziative e le intenzioni, dava consigli, esortazioni, ordini» (ib., p. 436).

     Spesso però la buona volontà veniva vanificata dal sopraggiungere di calamità naturali (peste, carestie), che causavano morti e danni con conseguenti mancanze di grano, di riversamento nelle città di affamati provenienti dall’entroterra e dalle campagne, di disordini e tumulti, il più delle volte terminati con dure condanne ed esecuzioni. Non manca il Messina di sottolineare che tutto il più delle volte era dovuto al malgoverno di chi era preposto a fare osservare le leggi e a tutelare la gente. Molti amministratori facevano loschi affari con i furbi e con i delinquenti che, nascondendo il grano e i generi di prima necessità, speculavano, vendendolo a caro prezzo, come nel passato. Sicché le cose in Sicilia cambiavano per restare sempre invariate; concetto ripetuto, ma non si può fare a meno di ricordare. Come potevano i popolani esasperati non darsi ai furti e alle malefatte di ogni genere? E per queste ci furono condanne e decapitazioni che rendevano alla gente un lugubre spettacolo, a cui ormai era da tempo abituata.
     La cacciata di Fogliani, un viceré molto amato e poi deriso e maltrattato, costretto a lasciare Palermo per Messina, fu dovuta ad un malessere così esasperato che mise tanto subbuglio a Palermo e in tutta la Sicilia. Causa iniziale della protesta fu la gabella sulla luce, applicata su porte e finestre delle abitazioni. Ci fu una vera e propria guerriglia, alimentata anche dalla mancanza di grano e dalla morte del Principe del Cassero che molto fece per approvvigionare Palermo. Ma queste sommosse, di Palermo, Monreale e altri centri, finirono con tanto spargimento di sangue, con impiccagioni e galera di persone innocenti spesso sobillate dai capipopolo e poi da essi stessi accusati per avere salva la vita e continuare ad agire impuniti. Lo storico riporta uno stralcio del Villabianca, in cui asserisce che già allora era difficile scrivere e tramandare fatti criminosi, meglio tacere per dimenticarli. Siamo nel Settecento, ma la storia si ripete e lo stesso avviene tuttora. Commentando quella pagina, Messina così annota: 

      «Quante cose nella nostra storia non potranno mai essere chiare per questo, per la volontà di nasconderne gli aspetti non piacevoli e distruggerne anche il ricordo! e quante volte io stesso sono stato dissuaso dall’occuparmi di certi argomenti e personaggi, non solo dagli amministratori, dagl’intellettuali, ma da semplici e ignoranti individui e da persone che pure mi ripetevano che mi volevano bene! Io ho reagito sempre in un modo, intensificando le mie ricerche» (ib., p. 477).  

     Dalle pagine di questo volume emerge una Sicilia poco nota ai più. Bello decantarla con i colori della natura e delle opere d’ingegno collezionate nel corso dei secoli. Ma è triste, inumano costatare che nel secolo dei Lumi si consumavano delitti e misfatti atroci e crudeli. Si legga, ad es, il paragrafo dedicato al problema dei proietti, dei bambini neonati abbandonati ovunque, addirittura gettati in mare o uccisi. L’ignoranza e soprattutto la miseria la facevano da padrone. I governanti emanarono leggi per la regolarizzazione dei matrimoni, come era stato fatto nel passato anche più recente, e in diversi modi cercarono di risolvere il problema, ma erano ostacolati dagli amministratori di città e paesi che dicevano di non avere le risorse per mantenere i bambini, e molto spesso risultava vano ogni tentativo di soluzione.
     Ciascuno cercava di curare il proprio orto e nessuno voleva cedere per migliorare e collaborare. Lo si nota anche a proposito dell’Inquisizione, quando il re avanzò ai suoi ministri la proposta di eliminarla. I Siciliani, senza esclusione di ceto, fecero di tutto per mantenerla e soltanto nel 1782 in Sicilia fu abolita. La motivazione era che tanti temevano di perdere il posto di lavoro, così anche l’esercito dei familiari, i moltissimi informatori disseminati dovunque, di cui fu garantita la segretazione dei nomi. Il nostro storico, a cui ogni occasione è buona per fare storia, narrando in prosa e in versi, trasferì questo dibattito nel già menzionato romanzo Volevano l’Inquisizione (1992), dove, a mo’ di dialogo, i personaggi rifanno la storia compresa in questo capitolo, fino al 1782, quando i popolani non riuscivano a capacitarsi come un istituto così importante, la Santa Inquisizione, potesse essere eliminato. Le voci di abolizione, giunte anche nei piccoli centri, facevano animatamente discorrere, come spesso avveniva, nelle botteghe e per le strade.
     È interessante sapere che in questo periodo i Francesi erano attratti dalla Sicilia e avrebbero voluto allargare i loro commerci nei vari settori, ma erano ostacolati dai detentori del potere e si lamentavano che non erano trattati alla stregua degli altri stranieri nell’Isola. Per i loro rapporti con la Sicilia, rimando al libro, sempre di Messina, I viceconsoli di Francia in Sicilia (Paris 2001), da dove, a parte la successione dei vari viceconsoli e il loro operato, viene fuori un’immagine della Sicilia potenzialmente prospera, ricca di ogni bene di natura, ma ridotta alla fame per l’incuria e il malgoverno.
      Lo storico, a leggere negli archivi di Parigi le tante relazioni periodiche dei viceconsoli al loro sovrano, prova un senso di sconforto e tanta amarezza dovuti ancora una volta alla staticità, a cui tuttora l’Isola sembra condannata ad essere. Eppure tra quei volumi trovò qualcosa di interessante, che a cercarla non l’avrebbe trovata, così come era capitato a tanti che l’avevano cercata. E ne gioì, perché fino ad allora di Cagliostro si conoscevano l’uomo e l’operato, ma incerta rimaneva la sua nazionalità, e per puro caso venne a conoscerla il nostro autore. Il Messina si trovò tra le mani la relazione con l’albero genealogico di Giuseppe Balsamo Cagliostro che l’avvocato della Francia in Sicilia, Antonio Bivona, aveva scritto e mandato il 12 marzo 1787. Una bella scoperta che mise fine ai dubbi su quel palermitano che tanto di sé faceva parlare in Francia e altrove. A questo punto il Nostro, da storico-narratore, si fa poeta e narra in versi le ultime ore di Cagliostro nella casa di rue Saint-Claude e l’arresto che nottetempo ne seguì. Questo racconto in versi, È ancora Cagliostro!, riportato anche in Di Gente in gente a Paris (2015), è una rievocazione («Cosa non facevano i parigini per lui! / Vedo nella via la loro fila / per essere ricevuti da lui / in barba ai philosophes / per toccarlo / per assistere alle sue magie / per chiedere i rimedi per le malattie / e di evocare pure le ombre / anche i diavoli / e lui tutti accontentava»), come se il dicitore si trovasse lì, in mezzo a tanto popolo che gridava e chiedeva la sua liberazione.
     In questo lasso di tempo (1786) era viceré di Sicilia Caracciolo, molto vicino ai Francesi, per essere stato a lungo in Francia e per le nuove idee che vi circolavano, di cui si faceva portatore. Fu malvisto dai Siciliani, nonostante volesse apportare migliorie e modernità in fatto di costume; ma risulta evidente che poco o niente cambiava in Sicilia. C’erano uccisioni, e roghi, banditi e latrocini dovunque, miseria, e terremoti che aggravavano ancor più la situazione e quel che era peggio la carestia, che sofferenze e morti causò dovunque, come avvenne a Catania nel 1797/1798, oggetto de La carestia di Domenico Tempio, a cui Messina dedica tanto spazio, parafrasandola.
     La venuta di re Ferdinando (25 dicembre 1798) in Sicilia chiude il capitolo e il volume. Vi trovò i tanti problemi irrisolti, congiure, liti e contrasti con gli stranieri, uccisioni di ogni sorta. Lo storico scrive:

     «A questo punto non continueremo a narrare quello che avvenne nel 1799; ci fermiamo concludendo col ricordo di quegli accidenti che ancora ben rivelavano e rivelano il carattere persistente dei siciliani, il loro modo di reagire nei rapporti con gli esteri, con i turchi nel caso specifico, e di fronte a quello che proprio non potevano tollerare, come se nulla fosse cambiato in Sicilia» (ib. p. 553).

     Così, con molta attitudine, Calogero Messina consegna a noi e a quelli che verranno un’immagine della Sicilia autentica e vera, quella che ancora meglio resiste nei paesi e nei piccoli centri, nonostante il modernismo dilagante e i continui bombardamenti dei media. Avrebbe potuto essere abbastanza più duro nei confronti di chi travisa la storia, ma non è nel suo stile; ha preferito aprirci ad una Sicilia dall’aspetto umano e al pullulare di interessi che danno vita alla storia.

Salvatore Vecchio

Da “Spiragli”, Nuova serie, anno III, nn. 1-2, 2023, pagg. 9-24.

 

 




Si riparte!

Si riparte! Dopo anni di silenzio, dovuto a vari motivi, riprendiamo la pubblicazione di “Spiragli”, nel segno della continuità e dell’impegno che hanno distinto la nostra rivista. Nel corso delle manifestazioni per il ventennale (vedi n. 1, anno 2010), i relatori hanno messo in evidenza la libertà e la serietà con cui è stata portata avanti la pubblicazione. Con la stessa libertà e serietà di intendi ci accingiamo a riprenderla on line, impaginata e pronta da stampare in proprio.
“Spiragli”, che da qualche anno è dotata di un sito, ancora da perfezionare (www. rivistaspiragli.it), dove sono riportati tutti i numeri pubblicati in cartaceo, agevoli da consultare e, al bisogno, da stampare, mantiene le sue rubriche e pubblica notizie relative ad eventi artistico-culturali, saggi, profili, un’antologia di prose e poesie di autori italiani e stranieri, le recensioni e le schede dei libri pervenuti e delle novità editoriali.
Tanti amici che hanno collaborato e non sono più tra noi, a cui vanno il nostro pensiero e il riconoscimento, apprezzeranno questa impresa e la condivideranno, perché il nostro scopo è, come ricor- dano nelle relazioni sopra citate Tommaso Romano e Salvatore Valenti che sentita- mente ringraziamo, di contribuire al miglioramento socio-culturale, e per questo guardiamo fiduciosi – come ci proponevamo nel 1989 – alla letteratura, alle arti, alle scienze, alla scuola, ai problemi che ci circondano, sicuri della loro importanza formativa e costruttiva insieme.
In un mondo sempre più globalizzato,
teso all’effimero e all’usa e getta, si vuole togliere spazio all’Io pensante, per ren- derlo docile marionetta al servizio dei potentati economici che hanno in mente di dominare ancora di più. Non basta loro l’accumulo di ricchezze, a scapito dei tanti che, a stento, riescono a sopravvivere, ma vogliono anche oscurare le menti per continuare a gestirle e ad operare a loro piacimento.
Nel passato il monopolio dei pochi portò sempre scompensi, ma la minaccia attuale tende a soggiogare l’individuo e a renderlo uno schiavo inconsapevole. Per questo occorre maggiore consapevolezza per un cambio di rotta, che possa garantire il nostro modo di essere uomini pensanti, al tempo stesso tesi all’Io e all’Altro.
Il nostro piccolo apporto è niente rispetto a quello che occorrerebbe per il cambio di tendenza. Ci vorrebbero uomini politici consapevoli dei grandi rischi a cui stiamo andando incontro (la rete 5G, il ricorso smodato ai vaccini, per citare i più pericolosi e nocivi), ma è difficile, perché spesso questi (ammesso che ci siano), dotati di buoni propositi, non sono capaci di contrastare i manipolatori e sono costretti a desistere e deludere. Nonostante ciò, occorre adoperarsi per una svolta di tendenza che privilegi il bene comune e non l’interesse di pochi. Per questo occorre che apriamo bene gli occhi!
Siamo convinti che una maggiore diffusa consapevolezza possa arginare questo male che ottenebra l’umanità. Dipende da tutti, e ciascuno nel proprio campo deve fare la sua parte, per riprenderci il nostro ed essere noi stessi, pur non rinunciando al rapporto con gli altri che è alla base di tutto.




Pino Aprile, Terroni (Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”), Milano, Ed. Piemme, 2010.

Apriamo gli archivi (e gli occhi), leggiamo la storia!

Di solito, dopo cinquant’anni, stemperati gli ardori e le passioni degli uomini che l’hanno condizionata, la storia si delinea e svela nella sua luce migliore. Ma non è così per quella unitaria del nostro Paese o, perlomeno, per la parte dello Stivale che fu conquistata per rendere grande il piccolo Piemonte. Questo pezzo di storia, a centocinquant’anni dall’unità d’Italia, non si conosce affatto e non si vuole che si conosca; meglio se rimane ancora richiusa a chiave negli archivi o distrutta, ad onore e gloria della retorica ufficiale che continua ad osannare ai “fratelli” che vennero a liberarci dalla “tirannia e dall’arretratezza”.

Sempre più in molti ci chiediamo: perché quest’accanimento contro la verità storica che non può essere taciuta? Forse si teme qualcosa? Ormai, l’Italia è stata fatta, e nel bene e nel male ce la teniamo. Nessuno la pensa diversamente, ma conoscere la storia, conservare la memoria di quello che è stato, è un diritto di tutti che avvicina a sé e all’altro. Venendo a mancare questa conoscenza, non ci può essere dialogo e si alimenta di più il razzismo. La riprova è in quello spavaldamente manifesto dalla Lega e dal leghismo di questi ultimi tempi. Qualcuno, nei primi anni dell’avvenuta unità disse, a ragione, che s’era fatta l’Italia, ma non gl’Italiani, e lo diceva con cognizioni di causa; a tuttora, non è cambiato niente. Si è creato un muro divisorio Nord/Sud discriminante, favorevole per il Nord e penalizzante per il Sud, con la complicità di tanti che, pur potendo, niente hanno fatto per risollevare le sorti del Sud, maltrattato sempre persino dai suoi uomini, tutti presi da pseudopolitica e da interessi di ogni genere. Tutto questo discorso, ben modulato e argomentato con solide pezze d’appoggio, è ripreso da Pino Aprile nel suo nuovo libro Terroni (Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”), pubblicato dalla Piemme ed., 2010. È un libro da leggere, a prescindere dalla geografia di appartenenza, perché è utile anche ai nordici conoscere la controstoria, se non altro, per ridimensionare il loro atteggiamento nei confronti della gente del Sud, e interessa quest’ultima per tenere alta la memoria e riconsiderarsi, riprendendosi l’orgoglio che era dei padri.

Il libro si compone di nove capitoli, e si legge come un romanzo, una pagina tira l’altra, ma romanzo non è, tanto meno è storia romanzata; bensì vera che non ha spazio (così vogliono!) nei libri di scuola e che è stata scritta da uomini che meridionali non erano prima dell’unità o, meglio, prima dell’occupazione piemontese del Regno delle Due Sicilie. C’è una frase che colpisce, leggendo il primo capitolo “Diventare meridionali”, a proposito delle malefatte, le angherie e le uccisioni perpetrate dai soldati piemontesi nei vari paesi messi a guerra e a fuoco: «Criminale non è quel che fai, ma per chi lo fai», come a dire che, se agisci per conto dello Stato, tutto è concesso; e, a colpi di crimini e di furti, si fece l’Italia, contro il diritto internazionale e contro l’umanità, così fu per la conquista dell’America, da parte di Hernán Cortés, così in Iraq e negli altri Paesi, dove Americani e Alleati fanno guerre in nome della democrazia. L’altro che difende la sua terra e la famiglia è un criminale e un terrorista, l’aggressore è il liberatore a cui tutto è concesso, anche lo stupro e l’uccisione di innocenti con la colpa di aver detto – ai soldati che chiedevano – Francesco, anziché Vittorio.

Eppure queste cose non si sanno, la storia ufficiale scrive ben altro; parla di briganti e dello Stato che interviene per imporre la legge dei vincitori, marcando di più la separazione dai vinti. A proposito del patriota borbonico Romano, Pino Aprile scrive:

«E mio padre ne doveva aver udito parlare in quei termini: da messia, non da delinquente. A lui, persone vicine ai fatti narrarono il coraggio di un uomo; a me, i libri di storia, il disonore di troppi ribaldi e del popolo che li espresse. Dall’orgoglio alla vergogna. Sono sempre più numerosi, al Sud, quelli che ripercorrono questo rio all’incontrario, per ritrovare, con la verità sull’origine della loro storia unitaria, la ragione di essere fieri. E uscire dallo stato di minorità.»

È, questo della “minorità”, un altro punto fermo del libro; è ripreso qua e là, e l’autore gli dedica anche un capitolo. Il Sud è stato – a cominciare dallo sbarco di Garibaldi a Marsala – oggetto di metodica spoliazione che lo rese nel giro di pochi anni povero e in condizioni pietose, sia dal punto di vista materiale che morale (basta pensare alla leva obbligatoria che tanti rifiutarono, dandosi alla macchia, e quella che fu una protesta di popolo fu chiamato brigantaggio), con la conseguente umiliazione del sé che, a lungo andare, condizionò di molto le popolazioni, facendole passare per arretrate e incuranti della legalità. Ma – ci chiediamo -, quale legalità poteva vigere in uno stato di continuo assedio in cui si trovava il Sud, vilipeso e martoriato dall’arroganza piemontese? La verità è che con quell’arroganza il Piemonte s’impadronì della ricchezza che aveva fatto potente il Regno borbonico, mentre l’umiliazione inferta alle popolazioni le condizionò tanto da subirne tuttora le conseguenze e, intanto, in quegli anni si sperimentavano ancora di più la mala politica, la delinquenza associata e la corruzione, che cominciò a interessare anche le istituzioni.

La frase che rimane impressa ed è stata un po’ prima riportata («Criminale non è quel che fai, ma per chi lo fai»), al termine della lettura del libro, appare ancora più chiara perché nell’immaginario comune razza di criminali sono i Meridionali che, invece, hanno subito e continuano a farlo, per questi centocinquant’anni dall’unità, il male dei nordici; non quest’ultimi, perché vincitori e fruitori delle ricchezze saccheggiate investite nella loro terra, rendendola ricca e privilegiata da avere il primato delle industrie e degli inve stimenti, a scapito delle altre regioni. 

Il libro – abbiamo scritto – è fatto con amore, è ben documentato, e merita di essere letto perché è un gran contenitore di notizie che, altrimenti, non potremmo conoscere, sia per i motivi sopra esposti, sia perché l’informazione ufficiale non è disposta a diffondere e rivelare notizie di questo genere. Piuttosto ha interesse a divulgare il negativo, e ad essere colpiti di più sono i Meridionali per mettere in risalto la loro “minorità”, rispetto ai Settentrionali che godono anche di questi favoritismi. Persino il cinema segue questa tendenza, diffondendo un’immagine del Sud e della Sicilia stereotipata e falsa, nascondendo le magagne del Nord, dove s’annida la vera mafia dei capitali e degli intrighi.

L’auspicio, che poi è quello con cui Pino Aprile conclude la sua analisi, è ritrovare il passato e l’identità che ci è stata tolta quasi del tutto, e nella consapevolezza cominciare a riprenderci il maltolto e governarci nella vera autonomia (non quella della Regione Sicilia, ancora rimasta sulla carta statutaria). C’è l’intraprendenza, c’è l’intelligenza, ci sono anche le risorse per potere emergere! Sono esse i lieviti forti che da soli possono e devono risollevare il Sud.

Salvatore Vecchio

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 51-53.




THUCYDIDES AND LOUGH OWEL, TUCIDIDE E LOUGH OWEL

Da “Spiragli”, anno XXIII, n.1, 2011, pagg. 48.