VINCENZO BORRUSO, Alle radici della 194/78. Pratiche abortive e controllo delle nascite in Sicilia, collana di studi sociologici «Processi culturali, Ila Palma, Palermo, 2007.

Antiche pratiche abortive nella Sicilia contadina 

L’aborto è una piaga sociale fin dalla notte dei tempi; anche nell’antichità le maternità indesiderate erano spesso oggetto di decisioni estreme, mai semplici da prendere. Solo nel ‘900 si è affacciata, e poi diffusa, la tesi che lo Stato debba garantire alle donne che si ritrovano in questa situazione di potere decidere (da sole) se interrompere la propria gravidanza. Fino al 1975 l’aborto era in Italia ancora una pratica illegale: uno degli ultimi paesi europei a considerarlo un reato. Ciò non significava che gli aborti non avvenissero: anzi le donne italiane, già svantaggiate da una legislazione punitiva nei confronti della contraccezione, quando incappavano in una gravidanza non voluta si dovevano rivolgere clandestinamente alle famigerate mammane, donne senza scrupoli che, con mezzi assolutamente non idonei, risolvevano il problema, talvolta al prezzo della vita. 

A rivivere il clima di quegli anni, il dranuna dell’aborto clandestino, è il siciliano medico-scrittore Vincenzo Borruso, nel libro Pratiche abortive e controllo delle nascite in Sicilia, edito quarant’anni fa in maniera quasi clandestina per lo scalpore che destava il tema trattato, ed ora in nuova edizione con il titolo Alle radici della 194178, proprio perché la legge 194 è riuscita in gran parte a eliminare la piaga degli aborti clandestini. 

Il libro è il risultato di una accurata indagine sul campo e un excursus sulle tradizioni popolari siciliane e non siciliane in merito, sul controllo delle nascite nella storia, sulle legislazioni dei vari paesi. Molto articolato e interessante è il capitolo dedicato alla consistente classificazione dei farmaci utilizzati e capaci, a dosi adatte, di provocare un aborto. Tra questi vale la pena di ricordare i veleni minerali, sconosciuti alle giovani generazioni, come il fosforo bianco che veniva ricavato dalla infusione delle capocchie dei fiammiferi, o tra gli alcaloidi il tabacco, la cui nicotina è capace di produrre contrazioni, e la cosiddetta segale cornuta, la cui droga è ricavata da un fungo parassita che, nelle annate piovose soprattutto, innesta le spighe della segale. Ancora l’olio di ricino, la ruta, lo zafferano, il prezzemolo che nella storia dell’ aborto criminoso e della medicina in generale in Sicilia occupa un posto a sé. Interessante è anche il capitolo dedicato alle manovre fisiche (marce forzate, il sollevamento e il trasporto di grossi pesi, i bagni caldi e freddi …) e alle applicazioni strumentali (ago ad uncinetto, l’ago da materassaio, pezzi di fili di ferro, stecche da ombrello, stecche da arbusto, spilloni da capelli da calza …) nella provocazione criminosa dell’aborto che hanno seguito, modificandosi, lo sviluppo dell’ arte medica e di quella ostetrica in particolare, così come è successo per l’uso di farmaci e droghe. Oggi, per fortuna, molte di queste situazioni non si verificano più. La medicina è cresciuta così come è cresciuta l’istruzione delle donne e delle coppie. 

Riprendere queste pagine, ricordare l’ambiente sociale e culturale dal quale hanno avuto inizio le battaglie, ricordare le difficoltà esistenti per una corretta educazione alla salute, è sicuramente, come sostiene l’autore, di grande utilità per fare comprendere ai cittadini i mutamenti che i progressi della medicina hanno provocato nei rapporti fra l’uomo e le malattie e nella percezione dei bisogni di salute all’ interno della società contemporanea. 

Vera Da Giuliana

Da “Spiragli”, anno XIX, n.1, 2007, pagg. 55-56.

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